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Il presidente Vladimir Putin ha firmato domenica il documento ufficiale che stabilisce la nuova dottrina navale russa, in cui viene affermato che gli Stati Uniti sono il principale rivale della Federazione e vengono definite le ambizioni marittime globali di Mosca individuando aree cruciali come l’Artico e il Mar Nero, ma non solo.

Parlando in occasione della Giornata della marina russa nell’ex capitale imperiale di San Pietroburgo fondata dallo zar Pietro il Grande, Putin ha fatto un breve discorso in cui ha promesso che i missili da crociera ipersonici Zircon saranno consegnati alla flotta entro l’anno. In particolare andranno a equipaggiare le fregate della classe Admiral Gorshkov (come intuibile dalla serie di test effettuata nei mesi scorsi) facenti parte delle Flotte dei settori ritenuti essere vitali.

La nuova dottrina navale di 55 pagine definisce gli obiettivi strategici generali della marina russa, comprese le sue ambizioni di “grande potenza marittima” di portata globale e individua come principale minaccia per la Russia “la politica strategica degli Stati Uniti di dominare gli oceani del mondo” e lo spostamento della presenza della Nato più vicino ai confini della Federazione.

La novità è rappresentata dalla possibilità per Mosca di usare la sua forza militare navale in modo appropriato negli oceani del mondo se le sue misure di soft power, come gli strumenti diplomatici ed economici, dovessero essere inefficaci o contrastati. Inoltre si afferma che la Russia non ha sufficienti basi navali all’estero per poter utilizzare il suo strumento militare marittimo in modo efficace, quindi la priorità è sviluppare la cooperazione strategica e navale con l’India, nonché una più ampia cooperazione con Iran, Iraq, Arabia Saudita e altri stati della regione.

“Guidata da questa dottrina, la Federazione Russa difenderà fermamente e risolutamente i suoi interessi nazionali negli oceani del mondo, e avere una potenza marittima sufficiente garantirà la loro sicurezza e protezione”, si legge nel documento. La dottrina navale prevede un “rafforzamento globale della posizione geopolitica della Russia” nel Mar Nero e nel Mar d’Azov così come in tutti i mari contigui della Federazione: la vasta costa russa, che si estende per 37650 chilometri, va dal Mar del Giappone al Mar Bianco, comprendendo anche il Mar Baltico e il Mar Caspio.

Siccome “le politiche interne ed estere della Russia sono soggette a contromisure da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati per mantenere il loro dominio sul mondo, compresi i mari”, si legge nel documento, l’obiettivo diventa impedire agli Usa la possibilità di limitare l’accesso della Russia alle risorse minerarie sui fondali marini degli oceani del mondo, o alle rotte marittime. Sono stati indicati come pericoli, oltre al dominio dei mari statunitense e all’espansione della Nato verso i confini della Federazione, anche le rivendicazioni territoriali di una “serie di Stati” che interessano le regioni marittime e le isole della Russia. Il riferimento, nemmeno troppo velato, è al Giappone che chiede il ritorno delle Isole Curili meridionali sotto il suo controllo.

Oltre alla questione delle rivendicazioni territoriali, si afferma che anche i tentativi di alcuni Paesi di cambiare l’attuale regime giuridico degli spazi e degli stretti marittimi – insieme all’aumento del terrorismo internazionale – rappresenta una minaccia per Mosca. Forse quindi il Cremlino, indirettamente, si rivolge al suo partner cinese che da anni sta cercando di cambiare lo status quo giuridico nel Mar Cinese Meridionale, mettendo a rischio la libertà di navigazione e quindi l’apertura della vitali linee di comunicazione commerciale che passano per quello specchio d’acqua. Mosca, infatti, non ha mai sostenuto apertamente Pechino nel suo tentativo di nazionalizzare il Mar Cinese Meridionale, mentre invece ha appoggiato apertamente le sue rivendicazioni riguardanti Taiwan.

Nel documento si parla di “Oceano Mondiale”, quindi traspare la volontà di Mosca di (ri)porsi come potenza navale globale, ma l’attenzione – forzatamente – è stata data all’Oceano Artico, che da tempo Mosca sta costantemente rimilitarizzando. Il Grande Nord viene individuato come un’area di particolare importanza per la Russia. Nell’Artico, la Russia rivendica, tra l’altro, lo sfruttamento delle ingenti riserve di idrocarburi ivi presenti, ma anche quelle minerarie in senso generale. Il ricorso all’energia nucleare ora sarà più spinto nella regione artica, e Mosca vuole rafforzare la sua posizione di leader nella ricerca nelle materie prime che vi si trovano e garantire la “stabilità strategica” espandendo le flotte del Nord e del Pacifico.

L’obiettivo è anche sviluppare una rotta marittima “sicura e competitiva” dall’Europa all’Asia e renderla navigabile tutto l’anno: la Northern Sea Route, che va dal Mare di Bering sino al Mar Bianco, è considerata una nuova via di comunicazione strategica che deve essere controllata da Mosca. Pertanto il documento prevede anche “la diversificazione e l’intensificazione delle attività marittime nell’arcipelago delle Svalbard, Franz Josef Land, Novaya Zemlya e Wrangel Island”.

I confini marittimi della Russia e gli interessi globali di Mosca vanno quindi protetti “con tutti i mezzi” e “la Russia di oggi non può esistere senza una marina forte”. In un contesto di Hybrid Warfare globale, si afferma, garantire la sicurezza nazionale è più importante che mai e il ricorso alla forza militare viene considerato come ultima risorsa. La nuova dottrina, infatti, sottolinea espressamente che la Russia può usare la forza militare per affermare i propri interessi in alto mare una volta che tutti i tentativi di risolvere i contrasti attraverso i canali diplomatici siano falliti. In caso di guerra, anche le navi civili dovrebbero poter essere integrate nelle forze navali.

A tal proposito secondo il documento la presenza di un “numero sufficiente” di basi navali al di fuori dei confini della Russia dovrebbe essere ampliata, come accennato, dimostrando la volontà russa di porsi come effettiva potenza globale, e pertanto la nuova dottrina prevede la costruzione di moderne portaerei e di altro naviglio, nonostante le sanzioni occidentali che da anni affliggono le capacità dei cantieri navali.

Il documento prevede anche un ampliamento delle infrastrutture militari nella penisola di Crimea, annessa nel 2014 alla Federazione, e la flotta russa del Mar Nero dovrebbe essere rafforzata.

L’attuazione del decreto sulla dottrina navale contribuirà “allo sviluppo socioeconomico sostenibile della Federazione Russa, garantendo la sicurezza nazionale e rafforzandone l’autorità nell’arena internazionale”. Il documento infatti, mira anche alla riduzione significativa della dipendenza di tutti i settori delle attività marittime dall’influenza esterna e dalle condizioni del mercato.

L’adeguamento della dottrina navale russa tiene quindi conto del cambiamento della situazione geopolitica e strategico-militare globale, individuando gli Stati Uniti e la loro potenza marittima come l’avversario principale e fondamentale per la stessa esistenza della Federazione, pertanto la Russia deve tornare a essere una potenza navale di primo rango e assumere una postura effettivamente globale acquisendo la capacità di operare nei mari del mondo: qualcosa ottenibile, come scritto nel documento, attraverso lo sviluppo della marina militare dal punto di vista del numero e tipologia di unità, e attraverso l’apertura di nuove basi navali all’estero, dapprima nelle aree geografiche più prossime alla Federazione (qualcosa che si è visto nei mesi scorsi col tentativo di stabilirsi nel Mar Rosso sudanese) e in prospettiva anche più lontano, in quanto è l’unica strada possibile per poter contrastare il potere marittimo statunitense.

La chiave per questa politica, quindi, sono le capacità della marina che devono però fare i conti con il regime sanzionatorio in atto scatenato dal conflitto in Ucraina: serviranno anni a Mosca per ricalibrare la sua economia e quindi dare nuova linfa alla cantieristica navale, ma è qualcosa che prima o poi accadrà.

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