Gli Stati Uniti, oggi come durante la guerra fredda, e come l’Impero britannico prima di loro, si trovano in quella sterminata regione biogeografica che è l’Indo-Pacifico per ottemperare ad un imperativo strategico: impedire alle potenze tellurocratiche dell’Eurasia di scardinare il sistema degli stretti costruito dalla Compagnie delle Indie Orientali di Sua Maestà durante l’epoca del cosiddetto imperialismo del libero commercio.

Oltre all’egemonizzazione delle rotte portanti della globalizzazione, però, c’è (molto) di più. Ci sono la sopravvivenza di Taiwan e lo status del Mar Cinese Meridionale – fondamentali nel quadro del contenimento coatto dell’incontenibile Repubblica Popolare Cinese in una condizione terrestre –, la lotta alla transizione multipolare e il boicottaggio del secolo asiatico. E come gli Stati Uniti intendano affrontare ognuno dei succitati fascicoli è noto: ricorrere alla collaudata strategia della catena di isole.

Terra e mare

Terra e mare. Land und meer. Le guerre e le relazioni tra popoli, imperi e civiltà sarebbero una questione di terra e mare. Questa era la conclusione alla quale giunse uno dei pesi massimi delle scienze politiche del Novecento, Carl Schmitt, dopo aver disaminato la storia del mondo.

Terra e mare, al di là del parere sull’autore, sembrano essere effettivamente i moventi conduttori di alcuni dei più importanti confronti egemonici dell’umanità. Si pensi a Roma contro Cartagine. Si pensi alla Britannia perennemente in guerra contro l’aspirante tellurocrazia di turno che minaccia di egemonizzare l’Europa. Si pensi alle origini della prima guerra mondiale – la corsa della Germania guglielmina verso l’emancipazione da una condizione terrestre. E si pensi, più recentemente, allo scontro tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese per il dominio dell’Indo-Pacifico.

Gli Stati Uniti, che dall’Impero britannico hanno ereditato il fardello di guidare e civilizzare il mondo ed un circuito internazionale di alleanze, spie, trame e rotte commerciali, stanno cercando di rallentare tono e ritmo della rivalsa del Partito Comunista Cinese per il cosiddetto Secolo delle umiliazioni. Rivalsa che, tra le altre cose, prevede il superamento delle costrizioni tipiche delle potenze continentali a mezzo di strumenti quali le Nuove vie della seta e la “collana di perle“. Rivalsa che gli Stati Uniti stanno tentando di ostacolare attraverso l’impiego di svariati mezzi e machiavelli, come la strategia della catena di isole.

La catena di isole

La strategia della catena di isole (Island Chain Strategy) viene concepita da John Foster Dulles agli albori della guerra fredda, più precisamente nel contesto della guerra di Corea. Dulles credeva che il potenziale destabilizzativo di un’alleanza sino-sovietica in chiave antiamericana, se non azzerato completamente, potesse essere ridotto in maniera critica mediante lo stabilimento di una catena contenitiva nel Pacifico occidentale.

Gli Stati Uniti, secondo Dulles, avevano a loro disposizione ogni elemento indispensabile al fine della realizzazione della strategia: i mezzi – una potenza navale ineguagliabile –, gli alleati – Taiwan e Giappone – e lo stesso terreno – ovvero i vari arcipelaghi del Pacifico convertibili ad uso militare perché sotto sovranità americana, francese o britannica.

L’entrata in scena di Henry Kissinger, ad ogni modo, avrebbe incoraggiato la Casa Bianca a giocare d’astuzia, replicando la trappola iugoslava di Winston Churchill a Pechino e determinando il temporaneo ponimento della strategia della catena di isole nel cassetto dei ricordi. Temporaneo perché, finita la guerra fredda, gli Stati Uniti hanno cominciato a rivalutare il piano di Dulles, riportandolo alla luce, ed aggiornandolo, negli anni dell’era Trump.

La catena di isole oggi

Oggi, a differenza degli anni Cinquanta, la strategia di contenimento navale è ricca, dettagliata e viene continuamente rifinita da tutte quelle riviste specializzate, come The National Interest, e da tutti quei centri studi, come il CSIS, i cui cervelli vivono e lavorano per una causa soltanto: la difesa dell’America come destino e come esperimento. I punti-chiave della strategia delle catene di isole per il 21esimo secolo sono i seguenti:

  • Esistono tre catene di isole principali, dove la presenza degli Stati Uniti è imprescindibile, e due catene di isole secondarie, dove la loro presenza non è obbligatoria ma utile a rafforzare la fascia contenitiva e a perseguire dei fini altrettanto importanti.
  • La prima catena di isole principali comincia nelle Curili, ingloba il Giappone e Taiwan, procede nella porzione nordoccidentale delle Filippine e termina nel Borneo. Taiwan rappresenta il centro nevralgico della catena, mentre essa – nella sua totalità – è ritenuta un’area ad accesso vietato, una gigantesca linea rossa che, se violata, comporterebbe lo sfaldamento dell’intera cintura.
  • La seconda catena di isole principali funge da avamposto esterno per la conduzione di operazioni nella prima e per la messa in sicurezza del mare delle Filippine. Include le Bonin e le Vulcano del Giappone, l’arcipelago delle Marianne (l’isola-fortezza di Guam), le Caroline e le acque delle Nuova Guinea occidentale.
  • La terza catena di isole principali traversa la parte centrale del Pacifico, estendendosi dalle Aleutine alla Nuova Zelanda. Essa pone l’Australia quale punto di congiunzione con la seconda catena di isole principali.
  • La due catene di isole secondarie sono state introdotte dal CSIS negli anni recenti e sono il riflesso del graduale spostamento a ponente della guerra degli stretti. Si localizzano, infatti, nelle acque dell’oceano Indiano.
  • La prima catena di isole secondarie, che spazia dalle Laccadive alle Chagos, viene considerata utile al fine dalla distruzione degli avamposti di aggiramento che la Cina sta costruendo nell’ambito della strategia della collana di perle.
  • La seconda catena di isole secondarie si estende dalla penisola arabica alle coste orientali del continente africano, toccando luoghi come Gwadar (Pakistan), Hambantota (Sri Lanka), Gibuti e il canale del Mozambico. L’obiettivo, in questo caso, sarebbe il sabotaggio del commercio tra Cina e Africa.

Scrivere e parlare della strategia della catena di isole, dunque, è più che importante – è fondamentale. Perché, senza di essa, non si potrebbero comprendere la centralità di Taiwan per gli Stati Uniti, il rafforzamento del dispositivo militare a stelle e strisce nelle acque del Mar Cinese Meridionale ed una parte significativa della corsa all’Africa 2.0. E perché, senza di essa, non si potrebbero capire le origini e le ragioni della battaglia egemonica del 21esimo secolo, quella fra Washington e Pechino, che è e resta una della manifestazioni più potenti ed espressive di quella dura lex historiae che, sin dall’alba dell’uomo, condanna mare e terra ad affrontarsi come il Leviatano contro Behemoth, come le onde contro gli scogli.