Olaf Scholz è al capolinea? Il Governo del cancelliere tedesco ha i mesi contati per la stessa ammissione del leader del Partito Socialdemocratico (Spd) dopo che mercoledì questi ha deciso di rimuovere dal governo Christian Lindner, ministro delle Finanze, una mossa che potrebbe segnare l’inizio di una crisi istituzionale. Lo scontro tra Scholz e Lindner, leader del Partito Liberale Democratico (Fdp) e noto per la sua rigidità sui conti pubblici, è stato scatenato da forti divergenze sulle politiche di bilancio.
C’entra la grande divergenza tra le anime dell’esecutivo: per la Germania è stato difficile, in questi anni, far coesistere il rigorismo contabile dei liberali, la volontà della Spd di rafforzare investimenti e politiche sociali e le proposte dei Verdi, terzo partner della “Coalizione semaforo”, sulla transizione energetica. Il tutto all’ombra della tempesta energetica d’Ucraina e della corsa, claudicante, al riarmo e alle forniture di assetti militari a Kiev.
La sostituzione di Lindner con Jorg Kukies, un tecnico esperto e consulente finanziario della cancelleria, che ha spinto l’Fdp a ritirare la sua squadra dal governo e ad avvicinare la Germania al voto anticipato dopo la fiducia chiesta da Scholz per il 15 gennaio, matura all’ombra della crisi dei conti tedeschi, gravati a fine 2023 da 60 miliardi di euro di extra-debito rilevato nelle spese per il Covid-19, e della rottura tra il cancelliere e Lindner sulla spesa pubblica. In cui ha un ruolo anche l’Ucraina.
“Al centro degli attuali disaccordi all’interno della coalizione c’è stata l’adozione del bilancio 2025 da parte del parlamento, nel quale è necessario colmare un divario di almeno 2,4 miliardi di euro, e potenzialmente molto di più, nonché un accordo sulle misure per rilanciare l’ economia malata del paese”, ha scritto Politico.eu. Aggiungendo che in occasione della sua cacciata “Scholz ha detto di aver chiesto a Linder di allentare le regole di spesa per consentire maggiori aiuti all’Ucraina, ma Lindner ha rifiutato, dicendo che una mossa del genere avrebbe violato il suo giuramento d’ufficio”.
Ad agosto Lindner, che ha sempre sostenuto politicamente l’Ucraina come le altre figure di punta del partito comunitario Renew Europe e indicato un avversario strategico per la Germania nella Russia di Vladimir Putin, ha fatto calare la mannaia del rigore nelle negoziazioni di bilancio sugli aiuti a Kiev.
La manovra finanziaria della coalizione rosso-giallo-verde – l’ultima del governo nato nel 2021 e sul viale del tramonto – prevede che nel 2025 Berlino ridimensionerà potenzialmente gli aiuti al Paese invaso dalla Russia e che la sua assistenza militare scenderà da 7,5 a 4 miliardi di euro.
Già ad agosto questo ha portato Lindner a un braccio di ferro con i due più strenui sostenitori di Kiev nell’esecutivo, il socialdemocratico Boris Pistorius, titolare della Difesa, e la leader Verde Annalena Baerbock, ministro degli Esteri. Ora la mossa è tra i pretesti con cui Lindner denunciava Scholz volesse giustificare aumenti di tasse e rafforzamenti della spesa pubblica che avrebbero, a suo avviso, violato il mandato del ministero da lui detenuto e rotto il “freno costituzionale” al debito pubblico, che la Germania si è impegnata a tenere allo 0,35% del Pil.
Più in generale, è la strutturale crisi del sistema tedesco ad accelerare la fine di una coalizione che stava subendo duri colpi politici ed elettorali su ogni fronte. Dal crollo delle formazioni dell’esecutivo nei voti locali in Sassonia e Turingia al ritorno della recessione, passando per le problematiche chiusure degli stabilimenti annunciate da Volkswagen e la fine di grandi progetti d’investimento come quello di Intel sui chip, la Germania naviga in acque agitate. E con l’incombente crisi del modello produttivo del Paese fondato su esportazioni e compressione salariale che sta producendo la rivolta populista di Alternative fur Deutschland e un sostanziale senso d’impotenza nella classe dirigente, il pretesto del “si salvi chi può” elettorale è una via di fuga utile per tutti. A cui ha contribuito anche un braccio di ferro su quell’Ucraina che, dall’invasione russa, ha indirettamente posto le premesse per la rottura economica, sociale e politica dell’ormai ex locomotiva d’Europa.

