Forse è ancora presto per parlare di divisa appesa al chiodo, per il momento l’unica cosa certa è che il generale Khalifa Haftar si è autosospeso dalle sue funzioni di numero uno del Libyan National Army (Lna). Quell’esercito cioè che ha fondato unendo diverse milizie nel 2014, anno in cui ha lanciato la cosiddetta “operazione Dignità” iniziando così la conquista di buona parte della Cirenaica. Da allora Haftar è l’uomo forte dell’est della Libia e più volte ha provato a presentarsi come “nuovo rais”. Nel 2018, dopo il vertice di Palermo, questo ruolo sembrava essergli stato cucito a livello politico. Grazie alle sue operazioni contro i vari gruppi islamisti e alla debolezza del governo di Tripoli, in caso di elezioni Haftar avrebbe sicuramente stravinto. Tuttavia il generale ha compiuto l’errore di voler prendere il potere manu militari lanciando un’operazione contro la capitale destinata poi a fallire.

Trincerato nella sua Bengasi e ai margini dell’agone politico, Haftar adesso potrebbe giocare l’ultima carta politica data dalle elezioni fissate per il 24 dicembre. Si tratta di consultazioni comprese nell’ambito del percorso politico voluto dall’Onu per la pacificazione della Libia. Condizione necessaria per candidarsi è però quella di non avere, entro tre mesi dal voto, importanti cariche politiche, amministrative o militari. In poche parole, chi vuole partecipare alle elezioni entro il 24 settembre deve spogliarsi di ogni carica. L’annuncio di Haftar sembrerebbe andare verso questa direzione. Il generale ha lasciato le redini del “suo” Lna al generale Abdul Razzq Nadori. Ma non è un addio definitivo all’esercito. La sospensione resterà in vigore fino al 24 dicembre, data per l’appunto delle consultazioni.

Le velleità di “rais” del generale

Il 77enne “feldmaresciallo” della Cirenaica ha quindi deciso di togliersi la divisa militare e indossare la cravatta Talarico che gli aveva regalato a Palermo l’ex presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Ma il generale può davvero diventare il prossimo presidente della Libia? Secondo i sondaggi riservati che girano in Libia la risposta è no. Egli risulterebbe il più votato nelle regioni orientali, ma al livello nazionale il favorito è l’attuale premier Abdulhamid Dbeibah. Vale la pena ricordare che il 64 per cento circa della popolazione vive in Tripolitania, la regione storica occidentale della Libia, dove il generale ha pochissima presa. A sorpresa, inoltre, il secondo politico più votato risulterebbe essere Saif al Islam Gheddafi, il figlio del defunto raìs. Haftar sarebbe solo terzo, più o meno a parimerito con l’ex ministro dell’Interno, Fathi Bahsagha, esponente della “città-Stato” di Misurata vicino alla Fratellanza musulmana. C’è poi la questione doppia nazionalità. Secondo la legge elettorale presidenziale emanata da Tobruk, pubblicata integralmente da Agenzia Nova, i candidati possono avere solamente la cittadinanza libica. Ma Haftar ha anche il passaporto statunitense, eredità della sua lunga permanenza negli Stati Uniti. E rinunciare alla cittadinanza Usa potrebbe essere rischioso per il generale libico su cui aleggia l’accusa di presunti crimini di guerra.

Cosa è successo in Tunisia con Saied

Dalla Libia alla Tunisia. Nel Paese dell’Africa più prossimo all’Italia, il presidente Kais “Robocop” Saied ha ufficialmente decretato la morte celebrale della Seconda Repubblica nata dalla rivoluzione dei gelsomini del 2011. La sera del 22 settembre, infatti, il rigido professore di diritto prestato alla politica ha di fatto sospeso buona parte della Costituzione e ha annunciato che governerà per decreto “sine die”, accentrando su di sé il potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Ad oggi, infatti, il capo dello Stato non ha nominato un primo ministro, né un nuovo governo, ignorando le richieste della Comunità internazionale ed europea in primis. Saied è ancora saldamente in testa nei sondaggi con un gradimento di oltre il 70 per cento, ma la sua popolarità è in calo e le azioni del presidente appaiono confuse ed improvvisate.

Tutti i partiti politici hanno accolto negativamente il prolungamento delle misure eccezionali in vigore dal 25 luglio e nei prossimi giorni sono previste massicce manifestazioni di protesta in tutto il Paese. Il capo dello Stato ha perso l’appoggio del potente sindacato Ugtt e del principale partito nazionalista guidato dalla popolare leader Abir Moussi. Per ora i militari sembrano appoggiare ancora la presidenza, ma senza riforme urgenti e lungimiranti (soprattutto sul piano economico) il “golpe morbido” del 25 luglio è destinato a fallire.

Il “richiamo” dei rais

Il fallimento della campagna di Tripoli forse costerà ad Haftar il successo elettorale. Il generale tuttavia partirà da una base di consenso importante in Cirenaica, dove spesso ha “regnato” alla pari di un rais. Un atteggiamento, quello di uomo forte, che nella parte orientale della Libia è piaciuto. Così come piacerebbe a tutti coloro che a dicembre voterebbero senza problemi Saif Al Islam Gheddafi. Non sono pochi i libici che sperimenterebbero volentieri il ritorno della famiglia Gheddafi al potere. Nel Paese c’è molta voglia di normalità e in questa fase normalità coincide con ordine e stabilità, elementi che per buona parte dell’opinione pubblica potrebbero essere ristabiliti soltanto da un uomo forte al potere.

Vale per la Libia, così come per la vicina Tunisia. L’operazione politica di Kais Saied volta ad accentrare su di sé i poteri è stata inizialmente ben accolta dall’opinione pubblica tunisina. É stata percepita come un’azione di “pulizia” di una classe politica avvertita dalla popolazione come incapace di risolvere i problemi e lontana dai cittadini. Saied è un civile e non un militare, ma un discorso simile – pur con tutti i distinguo del caso – può essere fatto per l’Egitto, dove nel 2014 l’allora generale Al Sisi ha appeso la divisa al chiodo per presentarsi alle elezioni (e vincerle) come unico rais in grado di ridare stabilità al Paese. La volontà delle società nordafricane di affidarsi a singoli uomini al potere denota, ancora una volta, il fallimento delle primavere arabe. La comparsa di nuovi rais indica come molti Paesi ancora non sono pronti per un sistema plurale e multipartitico. Un elemento di cui anche l’occidente deve, volente o nolente, tenerne conto.