Negoziato Israele-Libano a Roma, per l’Italia un rischio e un’opportunità

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Politica /

Sarà Roma a ospitare un nuovo round di colloqui diretti tra Israele e Libano il 15 e il 16 luglio per provare a consolidare l’accordo di cessate il fuoco concluso il 26 giugno con cui Beirut e Tel Aviv hanno avviato una faticosa strada verso la distensione bilaterale. Si tratterà di un tentativo di confronto, compiuto a livello di ambasciatori, ad alta tensione dato che il sentiero verso la pace è contrastato.

Da un lato, i colloqui sono avanzati in forma molto asimmetrica, con il Libano che ha trattato a casa del principale alleato di Israele, gli Usa, e ha firmato un accordo dopo aver subito molti danni materiali e l’occupazione di parte del Sud del Paese; dall’altro, le milizie sciite di Hezbollah non hanno riconosciuto la tregua, il che offre a Tel Aviv spazio di manovra per continuare a operare contro di loro. Associare Roma e l’Italia a una mediazione, dunque, significa assumersi un rischio politico non indifferente. Rischio, però, che può essere ben calcolato qualora l’accelerazione nella mediazione portasse a un compromesso accettabile tra gli oggi contraddittori memorandum che fermano la guerra in Iran e quella in Libano. Per l’Italia c’è, inoltre, la possibilità di giocare un ruolo, di sponda, nel raffreddare le tensioni nel Levante, oggi massimo interesse nazionale nel quadrante del Mediterraneo e del Medio Oriente.

Lo status quo di partenza è critico. Il Libano dichiara che l’accordo è utile per iniziare a rafforzare la sua sovranità, molto lasca per la carenza di strumenti politici e di hard power degni di questo nome. Israele dichiara di non avere ambizioni territoriali ma occupa un’ampia fetta del Sud del Paese. La missione Unifil, destinata al ritiro e forte di un importante contingente italiano, è oggi sostanzialmente priva di margini d’azione. Hezbollah continua una partita al limite tra il rifiuto del cessate il fuoco e la rivendicazione di spazi all’ombra della rinnovata sicurezza del patrono iraniano. Tel Aviv e Teheran, nemiche in due guerre nel 2025 e nel 2026, sono “alleate” nel contribuire a parcellizzare la sovranità e la stabilità libanesi.

All’Italia interessa un Libano stabile

Per l’Italia un Libano stabile è un Libano potenzialmente in grado di gettare acqua sul fuoco della conflittualità regionale. All’Italia interessa per evitare che nuovi focolai di conflittualità animino la regione. Di recente, ad esempio, anche la Turchia rivale strategica di Israele si è affacciata sullo scenario libanese, denunciando le manovre di Tel Aviv. Se dopo Gaza, Cipro, la Somalia e la Siria anche il Libano diventasse teatro di una rivalità a distanza e per procura capace di incendiare la regione, per l’Italia sorgerebbero gravi problemi. Inoltre, la fine di Unifil va programmata per evitare problemi al contingente schierato nel Paese, il cui nerbo è italiano e vede oggi impiegata la Brigata “Sassari” dell’Esercito. Inoltre, per Roma la ricostruzione del Libano è una priorità in termini di cooperazione politico-economica. “Il sostegno italiano”, ha detto a The Beiruter l’ambasciatore in Libano Fabrizio Barcelli, “si è finora concentrato principalmente su sovvenzioni e progetti di aiuti d’emergenza durante il periodo di guerra, con la speranza di passare infine a programmi di recupero e ricostruzione anticipata una volta che il conflitto si sarà placato e i residenti sfollati potranno tornare a casa”.

La diplomazia del governo italiano di Giorgia Meloni può e deve consolidare i rapporti strategici e sfruttare la complessa opportunità diplomatica per indirizzare nel senso di un vero processo di pace, credibile e inclusivo, le trattative. I colloqui a Roma, inoltre, riflettono due possibili sponde. Da un lato, una continuità delle relazioni con Washington, dove si sono svolte le prime trattative, che getta acqua sul fuoco dopo le tensioni tra Meloni e Donald Trump. Dall’altro, la diplomazia a Roma implica una possibile garanzia da parte della Santa Sede, che con Leone XIV ha fatto del sostegno alla stabilità del Libano una Stella Polare della sua agenda politica e religiosa per il Medio Oriente, come ribadito dal Santo Padre nella sua visita nel Paese dei Cedri a fine 2025.

Un paradigma del passato è chiaro, come ha fatto notare la Fondazione Med-Or in un report: non vale più il presupposto secondo cui il Libano avrebbe trovato, nel XXI secolo, la sua forza nella fragilità nella speranza che “la debolezza militare del Paese privo di ambizioni egemoniche nella regione, obbligasse i libanesi a cercare il compromesso, preservare il pluralismo e la convivenza di 18 confessioni religiose e di mantenere una politica estera neutrale e prudente, evitando conflitti regionali”. La crisi mediorientale ha travolto il Libano e le sue istituzioni sono fragili. A Roma si giocherà una partita importante per puntellarle. Un’opportunità diplomatica che l’Italia non può farsi sfuggire per estendere la sua proiezione verso un Medio Oriente la cui pace fa l’interesse del Paese e della sua ricerca di stabilità in un’area decisiva sul piano economico, diplomatico, commerciale e geopolitico.

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