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Inviso sia al movimento sciita Hezbollah che, dall’altro lato, alla destra israeliana: il nuovo primo ministro libanese, Nawaf Salam, può vantare un primato non indifferente. Ha infatti messo per la prima volta nella stessa posizione due parti in guerra.

Scelto dal neo presidente della Repubblica, Joseph Aoun, per provare a dare al Libano un governo dopo due anni di stallo, il compito per Salam non è certo tra i più agevoli. Ma ha dalla sua due “benedizioni” importanti: quella statunitense e quella saudita, oltre che di altri attori importanti nella regione mediorientale.

Perché Salam è inviso ad Hezbollah

Nawaf Salam non sarebbe il primo membro della sua famiglia a ricoprire l’incarico di capo dell’esecutivo. Tra gli anni Cinquanta e Settanta il padre, Saeb Salam, è stato premier per ben sei volte mentre il cugino, Tammam Salam, è stato primo ministro dal 2014 al 2016. Il radicamento tra gli intricati meandri della politica di Beirut è quindi piuttosto datato. La famiglia Salam è sunnita e non può essere diversamente visto che, in ossequio al principio di divisione degli incarichi su base comunitaria, in Libano il primo ministro può essere soltanto sunnita.

Ma secondo diversi esponenti sciiti, il posizionamento dei Salam è sempre stato orientato verso gli ambienti sunniti più vicini agli interessi di Arabia Saudita e Stati Uniti. Circostanza che rende anche Nawaf non molto gradito alla comunità sciita e soprattutto ad Hezbollah. Non è un caso se su Al Akhbar, quotidiano molto vicino al gruppo sciita, la nomina del nuovo primo ministro è stata definita come un “golpe orchestrato da Washington e Riad“. Diversi deputati legati a Hezbollah, hanno manifestato il proprio malcontento e hanno parlato di tradimento: dopo aver tolto infatti il veto all’elezione di Joseph Aoun come presidente, i membri del “Partito di Dio” si aspettavano la nomina di un premier maggiormente “super partes”.

Il neo premier non gradito neanche dalla destra israeliana

Al di là dell’appartenenza familiare, Nawaf Salam è noto anche per la sua carriera di giurista e di diplomatico. In quest’ultima veste, il neo premier ha ricoperto l’incarico di rappresentante di Beirut alle Nazioni Unite tra il 2007 e il 2017, diventando anche presidente del Consiglio di sicurezza dell’Onu tra il 2010 e il 2011. Dagli scranni del Palazzo di Vetro non ha mancato di lanciare accuse contro la politica israeliana, rimarcando più volte la necessità di un’autodeterminazione per i palestinesi. Una circostanza che, a oggi, non lo rende ben apprezzato dai partiti che sostengono a Tel Aviv il governo di Benjamin Netanyahu. Anche perché, come rimarcato dai media israeliani in questi giorni, nel decennio trascorso nella sede delle Nazioni Unite Nawaf Salam ha votato contro Israele in 210 circostanze.

Ma il vero grande motivo per cui il suo nome non è ben visto nello Stato ebraico riguarda l’altro incarico internazionale da lui ricoperto negli ultimi anni. Dal 2018 e fino a inizio anno, il primo ministro incaricato è stato giudice della Corte di Giustizia Internazionale de L’Aja, diventandone anche presidente nello scorso mese di febbraio. Il dossier relativo alla causa per genocidio intentata dal Sudafrica contro Israele, è quindi passato direttamente dalla sua scrivania.

Un compito non semplice

Il profilo di Salam è quello di un giurista e diplomatico prestato alla politica. Aoun confida forse nell’esperienza acquisita nei vari incarichi precedenti dal neo premier per la buona riuscita del suo incarico. Ma il compito è tutt’altro che semplice: oltre che con la diffidenza di Hezbollah, Salam deve scontrarsi anche con un Parlamento molto frazionato e in cui trovare i numeri per avere una solida maggioranza appare alquanto complicato.

Se dovesse realmente formare un governo, il nuovo primo ministro dovrà vedersela poi con la grave crisi economica in cui è piombato il Paese da sei anni a questa parte, oltre che con lo spettro di un nuovo conflitto tra Hezbollah e Israele.

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