Sale la tensione nel Golfo Persico e nel Golfo dell’Oman dopo l’incidente che ha coinvolto la petroliera Mercer Street, una nave gestita da un armatore israeliano. Dopo le accuse all’Iran per aver colpito l’imbarcazione con uno o più droni provocando la morte di due persone a bordo (un cittadino britannico e un cittadino rumeno), nella notte hanno iniziato a circolare voci su uno o più dirottamenti nelle acque del Golfo. Voci non confermate, se non da fonti dell’intelligence israeliana e britannica. Ma anche il solo fatto di aver lanciato l’allarme serve a far comprendere il quadro di tensioni e di crescente interesse per l’area e per le manovre iraniane.

Nuovi accuse di attacchi e dirottamenti

Stando alle prime informazioni, sarebbero state inizialmente sei le petroliere ritenute “fuori controllo” e tutte non lontane da Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti. Il porto era la meta del viaggio della Mercer Street prima dell’attacco di cui si ritiene responsabile l’Iran.

Una di queste navi è la panamense Asphalt Princess. Fonti dell’intelligence britannica hanno fatto circolare l’ipotesi che la nave sarebbe stata presa in ostaggio da otto uomini armati e condotta in un porto iraniano. Ipotesi confermata anche dall’agenzia britannica per la sicurezza marittima, la Uktmo (United Kingdom Marine Trade Operations), che ha parlato di “potenziale dirottamento”. Come riporta il quotidiano israeliano Haaretz, personalità anonime delle forze armate statunitensi hanno detto di avere inviato una nave nell’area per capire meglio cosa stesse avvenendo con la Asphalt Princess. L’incidente, a detta dell’Ukmto, si è concluso nelle ore di questa mattina. L’intelligence britannica ha riferito che le persone a bordo “hanno lasciato la nave” e che l’imbarcazione è “in sicurezza” e ora fa rotta verso l’Oman.

Mappa del potenziale dirottamento nel golfo dell'Oman (La Presse)

Sulle altre navi, invece, le ipotesi sono ancora più varie. Il concetto di “fuori controllo” è complesso, perché i siti i tracciamento possono segnalarlo anche per forti “perdite di potenza”. Dunque è difficile capire esattamente cosa possa avere reso la barca ingovernabile per un certo arco di tempo. Come scrive Agi, la Golden Brilliant, una nave battente bandiera di Singapore, sembra essere stata colpita da una mina patella, una delle armi più utilizzate nei sabotaggi navali sia da parte degli iraniani che da parte degli israeliani. Il Washington Post invece, batte la pista di un drone che non avrebbe colpito la nave ma che le sarebbe passato vicino e a bassa quota. Segnalati problemi di “controllo” anche da parte dell’indiana Jag Pooja e dalla petroliera Kamdhenu, battente bandiera delle Isole Cook. Anche la Velos Forza, la vietnamita Abyss e la Queen Ematha hanno avvertito le autorità marittime di problemi simili.

Israele duro, Stati Uniti cauti

Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Ma anche in questo caso sono importanti le parole utilizzate e le differenze tra i vari Paesi coinvolti. L’Iran continua a negare qualsiasi coinvolgimento e il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh, ha parlato di attacchi “sospetti” nelle acque del Golfo Persico. Gli Stati Uniti vedono nell’Iran una minaccia, ma non sembrano intenzionati a fare accuse repentine nei confronti di Teheran. Il portavoce del Dipartimento di Stato, Ned Price, ha confermato che era “troppo presto per esprimere un giudizio” su quanto avvenuto nel Golfo dell’Oman, ribadendo però il pericolo rappresentato dalla “belligeranza” dell’Iran nell’area. Da parte degli Emirati Arabi Uniti, al largo del quale stanno avvenendo molti di questi incidenti, si trincera nel silenzio, mentre l’Oman ha inviato un aereo da pattugliamento marittimo nell’area dell’incidente della Asphalt Princess senza però dare conferme o smentite su quanto accaduto.

Israele conferma la linea dura nei confronti dell’Iran. Il primo ministro Naftali Bennett, dopo quanto avvenuto alla Mercer Street, ha ribadito i due piani di azione contro Teheran: da un lato l’idea di poter “fare da solo” e dall’altro la richiesta di “azioni corali”. In questo caso con Sati Uniti e Regno Unito. “L’Iran conosce il prezzo pesante che esigiamo da chiunque minacci la nostra sicurezza”, ha detto il premier dello Stato ebraico.

Il Golfo dell’Oman

Il Golfo dell’Oman, separato dal Golfo Persico dallo stretto di Hormuz, è la punta del Mare Arabico che si estende verso le coste arabe e dell’Iran. Un passaggio obbligato per mercantili e petroliere su cui si affacciano Iran, Emirati e Oman.

Come porta verso Hormuz e Golfo Persico, il passaggio del Golfo dell’Oman è fondamentale per due ragioni. Come tratto di mare che collega l’oceano al Golfo Persico, è un crocevia di primaria importanza per le rotte del petrolio, che sposta quindi il problema non solo nel choke-point di Hormuz ma in tutta l’area circostante. Non è più solo il Golfo Persico a essere il palcoscenico del caos, ma anche le aree circostanti. Un tratto di mare più ampio e sicuramente più difficile da proteggere, che sposta la “guerra ombra” tra i due Stati. Sia per esigenze di tutela da parte di Teheran – che allontana il raggio d’azione e di risposte dal cuore del suo territorio – sia per allargare il raggio di azione in un luogo in cui è più facile colpire navi in qualche modo legate a Israele.

La strategia dell’Iran

Sul fatto che l’Iran voglia aumentare il livello dello scontro, le ipotesi sono molto diverse tra loro. Innanzitutto bisogna fare una doppia premessa. La prima è che di queste azioni non si conosce mai il vero autore, e l’Iran (così come Israele) non ha mai confermato, se non per vie traverse e non ufficiali, alcuni colpi contro imbarcazioni nel Golfo e in altre aree. La seconda premessa è che la Repubblica islamica non è un sistema così compatto da ritenere che queste azioni siano necessariamente coordinate dal vertice politico. In questo senso, non va dimenticato che il ruolo dei Guardiani della Rivoluzione è stato molto spesso autonomo rispetto a quello del governo e di altri segmenti dello Stato. Questi due punti di partenza possono far comprendere ad esempio i “sospetti” di cui parla l’esecutivo, quasi a voler fare intendere che esiste una strategia di innalzamento delle tensioni di cui Raisi non sarebbe in parte a conoscenza. O che questi attacchi arrivano direttamente dall’esterno per alimentare la narrazione dell’assedio.

Se si confermano l’ipotesi del sequestro e degli attacchi ad opera dell’Iran, allora si potrebbe ritenere che le operazioni nascano per dimostrare di avere il pieno controllo del Golfo dell’Oman, ma anche il desiderio di estendere l’area di operazioni. In questo modo, Teheran dimostrerebbe di sapere colpire in una regione più ampia e con tattiche ben diverse da quelle applicate finora nel Golfo.

L’attacco con droni, così come questo misterioso “abbassamento di potenza” avvertito dalle petroliere coinvolte, segnalerebbe infatti un netto miglioramento delle capacità operative iraniane. E sul lancio di droni, ancora non è chiaro quali siano state le unità responsabili dell’attacco e se tutto possa essere partito da una nave-madre o da uno dei tanti motoscafi che riempiono gli arsenali della Repubblica islamica. Segnali che giungono nella fase di stallo delle trattative sul nucleare e con un premier in Israele che ora deve dimostrare di non essere da meno rispetto al predecessore, Benjamin Netanyahu.