Navalny, Putin e l’abbaglio occidentale

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Politica /

L’improvvisa e drammatica morte di Aleksej Navalny nella colonia penale IK-3 oltre il circolo polare artico in cui era stato trasferito nel dicembre scorso, tra le altre cose trasmette due lezioni fondamentali a chi voglia approcciare la Russia contemporanea con l’intento di capire che cosa si muove nella tana del grande Orso moscovita. Proviamo qui a sintetizzarle.

La prima riguarda, ovviamente, lo stesso Navalny. L’uomo delle grandi campagne contro la corruzione del “cerchio magico” del Cremlino, delle manifestazioni imponenti convocate via Internet, delle provocazioni elettorali, non era, come si sente dire spesso, un “rivale politico” di Vladimir Putin. Navalny aveva fondato un partito, il Partito democratico del progresso-Russia del futuro, che in quanto tale ebbe un solo momento di gloria nel 2013 quando candidò Navalny alla carica di sindaco di Mosca. Fu eletto il candidato “putiniano” Sobjanin ma Navalny ottenne pur sempre il 27% dei voti. Poi, fino al 2021 (quando il Tribunale dichiara il partito “organizzazione estremista” e i collaboratori di Navalny sono costretti a interrompere le attività), molti interventi contro le politiche putiniane (no alla riannessione della Crimea, no all’intervento nel Donbass, no all’assistenza militare alla Siria, no allo scontro con l’Ucraina…) ma pochi altri risultati.

Questo perché Navalny, passato dal nazionalismo spinto delle origini al liberalismo degli ultimi anni, più che un politico era un attivista, somigliando in questo ai dissidenti classici dell’era sovietica (e per questo abbiamo titolato, ieri, “l’ultimo dei dissidenti”): i Sakharov, Sharanskyj, Solzhenitsyn, per fare qualche esempio, non volevano fondare partiti ma rendere testimonianza alla giustizia e alla verità. Navalny non ha mai avuto un’ideologia degna di questo nome, ma è stato efficacissimo, soprattutto con la sua Fondazione anti-corruzione, nel mettere in imbarazzo il Cremlino e gli uomini vicini a Vladimir Putin, organizzando anche un sapiente gioco di rimbalzo comunicativo con partner occidentali spesso finanziati da Governi e sospettati di essere “assistiti” da servizi segreti. Nel 2021, quando pubblicò il famoso documentario sul Palazzo di Putin, la lussuosa mega-villa sulle coste del Mar Nero che appunto, secondo Navalny e tramite un gioco di intermediari, sarebbe appartenuta al presidente russo, gli istituti di ricerca russi registrarono un calo di oltre il 10% del caso di approvazione di Putin. Il movimentismo era il terreno di Navalny: le manifestazioni convocate all’improvviso che la polizia poteva solo reprimere sotto gli “occhi” di migliaia di telefonini, il voto organizzato contro il candidato di Russia Unita (il partito putiniano) per farlo perdere, l’appoggio alle manifestazioni locali (soprattutto nell’Estremo Orniente russo) per screditare le istituzioni regionali di stampo governativo.

Alla fin fine, quindi, Navalny si era diretto verso l’unica forma concreta di contestazione al potere vigente. Russia Unita, il partito “di Putin”, ha quasi prosciugato l’acqua dello stagno politico russo. C’è un certo spazio per le opposizioni sistemiche e nazionaliste, come quelle del Partito comunista o, al lato opposto dello spettro, del Partito liberal-democratico che fu di Zhirinovskij. Ma i partiti che puntano su un qualche richiamo al liberalismo di stampo occidentale sono stati sterilizzati dall’alto e dimenticati dall’asso: Boris Nemtsov, ucciso a Mosca nel 2015, ottenne l’8% alle elezioni parlamentari del 1999 quand’era alla guida dell’Unione delle forze di destra, poi sempre meno. Jabloko, il partito fondato da Grigorij Yavlinskij, non è nemmeno presente in Parlamento. Così Navalny aveva deciso di diventare un incursore digitale, inafferrabile per il Cremlino che, come anche l’intervista di Putin a Tucker Carlson ha dimostrato, certo non gode di un eccesso di modernità nelle sue tecniche di comunicazione. Una strategia populista, che però Navalny si assunto fino alle estreme conseguenze, fino a ritornare in patria nel 2021, dopo aver curato in Germania l’avvelenamento subito in Russia, ben sapendo che quella decisione avrebbe potuto costargli la vita. L’arresto per le accuse di corruzione era scontato, la detenzione, via via prolungata in successive sentenze, anche. Nessuno potrà mai dire che Navalny non sia stato un esempio di grande coraggio.

La seconda considerazione, che però è strettamente connessa con la precedente, riguarda il modo in cui la politica e i media occidentali hanno accolto la morte di Navalny. Che la Von Der Leyen, Joe Biden e tutti gli altri leader occidentali accusino Vladimir Putin di aver ucciso Navalny (non di averlo perseguitato, di averlo fatto morire: proprio di averlo ucciso) non deve stupire: è la politica, bellezza. Ma l’immagine di un Putin che si aggira per il Cremlino rimuginando su chi debba far uccidere questo o quel giorno, fa abbastanza ridere e rivela non solo la potenza della propaganda ma anche la fondamentale non conoscenza della realtà russa. Lo si vede dalla sequenza di cose o persone che, nelle sole ultime settimane, sono state descritte come tali da “far paura a Putin”. A ritroso: ovviamente Navalny, ma anche Boris Nadezhdin (il candidato anti-guerra che forse sarà comunque escluso dalle elezioni), i manifestanti della Bashkiria, le mogli dei soldati e qualche tempo fa Evgenyj Prigozhin e la rivolta del Gruppo Wagner. Prima ancora, negli anni, il già citato Nemtsov, l’ex spia Skripal, l’ex spia Litvinenko, la giornalista Politkovskaja e altri ancora.

È ovvio che su Putin ricade, intera e pesante, la responsabilità politica di tutte queste morti. È un marchio d’infamia sulla “sua” Russia e nessuno potrà mai cancellarlo. Però, se vogliamo capire davvero la Russia e imparare ad affrontarla, davvero crediamo che tutti questi personaggi possano o potessero “far paura” a Putin? Navalny era blindato in un carcere ai confini del mondo con la prospettiva di restarci molti anni. Il danno che poteva fare l’aveva già fatto, e certo a Putin farlo uccidere mentre le truppe russe avanzano in Ucraina e lui cerca il plebiscito con le elezioni presidenziali poteva portare solo svantaggi. Nadezhdin è un carneade con pochissimo seguito che ha dalla sua solo il tema nobile, e certo sentito da molti russi, del no alla guerra. Prigozhin aveva tentato un mezzo colpo di Stato dopo aver ingaggiato un braccio di ferro pesantissimo con i vertici delle forze armate, ai quali certo non poteva risultare simpatico. Dell’irrilevanza politica di Nemtsov, almeno negli ultimi anni della sua vita, abbiamo detto. Skripal e Litvinenko era spie che avevano tradito il loro Paese (se preferite, abbandonato il regime putiniano), si erano messi al servizio di servizi segreti esteri e di certo, facendolo, avevano “bruciato” molti ex compagni. Quanto al “pericolo per Putin”: se Putin avesse cambiato bandiera quando era un agente del KGB, avremmo pensato che Leonid Brezhnev e il suo potere erano “in pericolo”? La Politkovskaja aveva con grande coraggio denunciato le crudeltà e le ruberie dell’esercito russo in Cecenia, inimicandosi la mafia militare. Ma era un eroina soprattutto per l’Occidente: quando fu assassinata, un sondaggio accertò che solo il 13% dei russi l’aveva sentita nominare, quindi difficilmente poteva essere un “rischio” per Putin.

Di tutta questa terribile galleria di morti (di cui, ribadiamolo, Putin porta comunque tutta la responsabilità politica), l’unico che avrebbe senso attribuire direttamente al Cremlino è Prigozhin, per evidenti ragioni. Ma per gli altri, ci piace pensare e raccontare che Putin, invece del leader lucido e cinico che conosciamo, sia una specie di pazzo che gode nel far ammazzare persone che contro lui e il suo regime possono fare ben poco? Oppure vogliamo finalmente capire che la Russia è un Paese assai più complicato di quel che crediamo o sappiamo?

Bisogna rendersi conto che la cosiddetta “verticale del potere” russa assomiglia a una piramide, con una base larga che man mano si stringe verso il vertice. Ogni strato della piramide ha certi poteri e un certa libertà d’azione, ovviamente dentro la linea che tiene insieme l’intero edificio. Perché in Russia si parla di siloviki, cioè degli “uomini della forza”? Perché sono molti le istituzioni (due servizi segreti, i ministeri della Difesa, delle Situazioni di emergenza e degli Interni, l’amministrazione presidenziale, la Guardia nazionale a disposizione del Presidente…) che dispongono di una forza armata. Perché Putin ha sempre difeso, anche nel periodo più difficile, il ministro della Difesa Shoigu e il capo di stato maggiore Gerasimov? Perché nei due anni più tesi da quando siede al Cremlino Putin non ha cambiato nemmeno un ministro? E perché la tanto attesa congiura anti-Putin dei boiari e degli oligarchi non si realizza? Perché l’equilibrio del potere russo è fatto, anche per Putin, di concessioni reciproche, di ammortizzatori che devono togliere rigidità alla piramide e permetterle di adattarsi alle circostanze.

È il sistema che ha costruito Putin, che ha lui al vertice. E Putin ne risponderà. Teniamoci però alla larga dalle caricature. È tutto troppo drammatico e complicato, non possiamo permettercele.