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Il progetto in discussione al vertice dei ministri degli Esteri dell’Alleanza Atlantica che si sta tenendo, in via telematica, in questi giorni si chiama “Nato 2030”. L’esigenza è quella di aggiornare le proprie prospettive e le finalità dell’Alleanza stante il mutamento degli scenari di rischio internazionali, che hanno visto il ripresentarsi di minacce vecchie e nuove e non solo statuali.

Sul tavolo, quindi, ci sono alcuni argomenti “caldi” come il riarmo della Russia, il sorgere della Cina, la missione in Afghanistan, ma c’è anche stato spazio per discussioni sul futuro della Nato, che dovrà avere anche una natura più prettamente “politica”, sui rapporti “oltre atlantici”, e su alcune questioni contingenti interne, come la crisi nel Mediterraneo Orientale che contrappone due suoi Stati membri: la Grecia e la Turchia.

Per quanto riguarda la questione afghana, si avvicina una data cruciale per il futuro della missione Nato. Come affermato dal segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, l’Alleanza sostiene il processo di pace in Afghanistan, in quanto la sua presenza in quel Paese è di lunga data e ha visto, al suo culmine, circa 100mila uomini coinvolti. Come parte del processo di pace e a seguito degli ultimi provvedimenti statunitensi, anche l’Alleanza si adeguata e ha modificato la sua presenza. Però, mentre gli Stati Uniti hanno deciso di ridurre ulteriormente il numero delle proprie truppe a 2500, la missione Nato di addestramento delle truppe locali per il momento continua. I ministri, durante il vertice, hanno chiarito che tutti gli alleati rimangono impegnati nella missione per il sostegno delle forze di sicurezza afghane nella lotta al terrorismo. Risulta però chiaro che la Nato dovrà prendere una decisione fondamentale all’inizio del prossimo anno, in concomitanza col ritiro del contingente statunitense. Se le truppe Nato resteranno, riferisce Stoltenberg, si rischia di continuare a combattere con un impegno ancora più a lungo termine.

Se la Nato abbandonerà il Paese, il pericolo è che l’Afghanistan diventi di nuovo un rifugio sicuro per i terroristi internazionali con la conseguente perdita dei guadagni ottenuti con un più che decennale sacrificio di uomini e mezzi. Il segretario generale afferma che il prossimo febbraio i ministri della Difesa dovranno prendere “alcune decisioni difficili” ma che “qualunque cosa decidiamo, dobbiamo farlo in modo coordinato e ordinato” quindi opporre un fronte comune.

Il segretario avrebbe dovuto essere più onesto e, segnatamente, ammettere che la missione Resolute Support in Afghanistan è stata un fallimento cocente: il ritiro americano che segue i negoziati aperti coi talebani (che indicano il primo maggio 2021 come data ultima del ritiro di tutte le truppe straniere) dimostra come la politica dell’Alleanza, ma soprattutto di Washington che la regola, non abbia sconfitto i talebani, pacificato il Paese e nemmeno creato una forza di sicurezza locale in grado di farlo in modo autonomo, stante ancora la presenza dei contingenti tedeschi e italiani (impegnati in attività addestrative e di pattuglia) rispettivamente a Mazar-e-Sharif ed Herat.

Stoltenberg, rispondendo alle domande dei giornalisti, afferma che la Nato accoglie “con favore il fatto che per la prima volta in questi due decenni ci siano ora colloqui diretti tra talebani e governo afghano”, aggiungendo che siano l’unica strada e reale possibilità per una soluzione politica della crisi in Afghanistan. L’Alleanza però, sembra aver subito, più che coordinato, la decisione di Washington di intavolare trattative coi talebani, e questo sentimento traspare, in modo molto velato, dalla volontà della Nato di continuare l’attività di addestramento in questi mesi senza ridurre le truppe sul terreno, che resteranno circa 11mila mentre quelle statunitensi progressivamente diminuiranno.

Il dossier più impellente, per le contingenze che si sono venute a creare proprio in Europa negli ultimi anni che erano del tutto assenti nel 2010 quando un simile programma era stato stilato, è quello relativo alla Russia. Qui il segretario afferma che durante il vertice è stato discusso del continuo rafforzamento militare di Mosca “nel nostro vicinato” riferendosi non solo alla situazione al confine con l’Ucraina ma anche a quella che vede il ridispiegamento di uomini e mezzi sul “fronte orientale” dell’Alleanza ovvero quello dei Paesi Baltici e della Polonia, che, non a caso, sono gli Stati membri dell’Alleanza più afflitti da “russofobia” sia per cause storiche sia per effettive cause contingenti: l’assertività russa che ha avuto il proprio parossismo nell’annessione della Crimea e nell’insurrezione in Donbass sobillata da Mosca.

Si è parlato anche del delicato tema del controllo degli armamenti: Stoltenberg sostiene che “la Russia viola e indebolisce i trattati” riferendosi probabilmente all’Inf. Spazio ha avuto anche lo schieramento da parte russa di nuove armi (come missili e testate ipersoniche) che sono viste con preoccupazione non solo da Bruxelles ma anche da Washington. I ministri hanno espresso poi sostegno per preservare i limiti delle armi nucleari e per lo sviluppo di un regime di controllo degli armamenti più completo: la scadenza qui è a febbraio quando il New Start decadrà e, attualmente, sembra che non ci sia un serio accordo tra Usa e Russia per crearne uno nuovo o per prolungarlo.

Frattanto la Nato sta adattando la sua postura di deterrenza per affrontare le azioni destabilizzanti della Russia ma non è chiaro se ciò implichi lo schieramento di futuri sistemi missilistici a raggio medio e intermedio in Europa. Questo però non significa che la Nato intenda inasprire i toni diplomatici con Mosca: viene affermato che “siamo tutti d’accordo che dobbiamo continuare a perseguire il dialogo con la Russia”.

Sempre in merito alle politiche di Mosca il segretario si dice contento per la risoluzione del conflitto in Nagorno-Karabakh affermando che la Nato, benché sia partner sia di Armenia sia di Azerbaigian, non ha parte attiva in quel conflitto. Per quanto riguarda la questione Bielorussia e Moldavia, dove ci sono state recentemente elezioni, la posizione dell’Alleanza è quella di sostenere l’integrità territoriale e l’indipendenza di Minsk, affermando che il futuro della Bielorussia dovrebbe essere deciso dal popolo bielorusso senza che ci sia alcun intervento straniero, quindi la Russia non dovrebbe intervenire nei processi democratici o cercare di sopprimere la volontà del popolo bielorusso. La Moldavia viene definita un partner della Nato e viene riaffermata la volontà del mantenimento della sua integrità territoriale (il riferimento è alla Transnistria).

Risulta molto interessante la questione cinese. La Nato, recentemente, ha messo nella sua agenda strategica la Cina proprio per la sua fulminea espansione a livello globale, che in poco meno di un decennio l’ha vista passare da potenza esclusivamente regionale a nazione con connessioni economiche ma anche militari globali: dall’Artico al continente africano passando quindi anche per il Mediterraneo. Il dossier cinese verrà affrontato insieme ai partner dell’Asia-Pacifico: Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud a cui si aggiungono anche da Finlandia e Svezia, e l’alto rappresentante dell’Unione Europea. Stoltenberg afferma che “la Cina non è il nostro avversario” aggiungendo che la preoccupazione diffusa oltre-Atlantico per la sua assertività ed espansione va affrontata insieme e vista come un’opportunità per far crescere l’Alleanza nel consesso globale non solo dal punto vista militare ma anche economico, cercando quindi, sembra di capire, dei terreni comuni di confronto e collaborazione piuttosto che di scontro col gigante asiatico.

Viene infatti detto che “la sua espansione rappresenta un’importante opportunità per le nostre economie e il nostro commercio” ma al tempo stesso la Nato deve impegnarsi con la Cina su questioni come il controllo degli armamenti e il cambiamento climatico: due temi, soprattutto il primo, verso cui Pechino appare sorda da entrambe le orecchie (vedere diatriba sul suo possibile inserimento nel nuovo trattato Start).

L’Alleanza però è consapevole che la Cina impone sfide importanti per la sicurezza: Pechino sta investendo massicciamente in nuove armi avanzate (come i missili ipersonici) e, aggiungiamo noi, si sta dotando di una marina moderna e d’altura per acquisire una capacità di proiezione di forza globale, tanto che le sue unità navali, da qualche anno, fanno capolino nei mari del nord europeo come nel Mediterraneo, che rappresenta il fronte sud dell’Alleanza e che è, in questi mesi, bollente come vedremo.

Stoltenberg, ancora sulla questione cinese, parla molto chiaro: “la Cina non condivide i nostri valori. Non rispetta i diritti umani fondamentali e cerca di intimidire altri paesi”. Quindi se dialogo sarà, eventualità che non deve essere confusa con un mercanteggiare concessioni commerciali, dovrà essere improntato prima di tutto al ridimensionamento della sua postura aggressiva. Probabilmente una chimera.

Passando alla questione del “fronte sud”, a tenere banco è la diatriba tra Grecia e Turchia sulla sovranità nella Zona di Esclusività Economica del Mediterraneo Orientale a ovest di Cipro. La Nato ha intrapreso un processo di “deconflittualità” tra i due contendenti volto a eliminare i possibili ulteriori attriti che potrebbero degenerare, come detto dal segretario, in “perdite umane” come avvenuto in passato. Tali strumenti, a detta di Stoltenberg, hanno previsto la creazione di “linee rosse” di comunicazione diretta e l’annullamento di alcune esercitazioni militari che avrebbero potuto fungere da innesco per nuove ed incontrollate tensioni.

La questione, però, come anche fatto notare da alcuni giornalisti, è tutt’altro che risolta, in quanto da un lato Ankara continua con le sue provocazioni inviando la propria nave da rilevamento oceanografico scortata dalla Marina Militare a effettuare crociere in quel tratto di mare, dall’altro Atene si è avvicinata nettamente a Parigi, che intende limitare l’influenza turca nel Mediterraneo centro-orientale e nel Medio Oriente (ritenuta propria sfera di influenza dall’Eliseo) in un asse che vede, per la prima volta, la presenza di truppe elleniche nel contingente a guida francese denominato “task force Takuba” che opera nel Sahel.

Una Nato che, quindi, sembra più essere governata da certe decisioni prese dai suoi Paesi membri piuttosto che governarle. Forse per questo il presidente Emmanuel Macron ebbe a dire, recentemente, che l’Alleanza era clinicamente morta, espressione rigettata da Stoltenberg nella recente conferenza stampa che specifica che “in realtà, uno dei motivi principali per cui siamo un’alleanza di successo è esattamente che siamo stati costantemente in grado di adattarci e cambiare mentre il mondo cambia. E questo è esattamente lo scopo della Nato 2030”.

Per concludere diamo uno sguardo ai rapporti transatlantici: il segretario si dice ottimista del futuro lavoro che sarà condotto con il neoeletto presidente Usa Joe Biden. Stoltenberg afferma di aspettarsi, nei prossimi anni, che il legame tra Stati Uniti e Nato sarà ulteriormente rafforzato, in quanto una Nato forte è importante per l’Europa, ma, allo stesso tempo, una Nato forte è importante anche per gli Stati Uniti.

A dire il vero, sebbene il presidente uscente Donald Trump abbia più volte espresso la propria perplessità in merito a certe dinamiche finanziarie dell’Alleanza (il famoso 2% del Pil per la Difesa non raggiunto da tutti i suoi membri), a livello fattuale l’impegno americano in Europa non è affatto calato, ma è solo stato ridistribuito spostando l’asse più verso oriente su espressa richiesta dei Paesi dell’Europa Orientale che si sentono maggiormente minacciati dall’assertività russa: pertanto se è vero che nel provvedimento di Washington di ritiro delle truppe dalla Germania, un’aliquota di militari tornerà in patria, un’altra consistente fetta sarà ridislocata ad est, molto probabilmente in Polonia e nei Paesi Baltici.

Interessante anche l’accenno alla volontà della Nato di diventare un “agente politico” dell’Europa, e quindi si richiede più appoggio dell’Ue auspicando una maggiore cooperazione miliare in seno ai Paesi dell’Unione: per far fronte alle nuove minacce “naturali”, come le pandemie o i cambiamenti climatici, è opportuno che l’Alleanza affronti certe tematiche di concerto con le istituzioni civili, coi privati e si prodighi affinché proprio l’impresa privata si interconnetta maggiormente con lo Stato per la ricerca di soluzioni condivise.