Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Sarebbero sempre di più i militari turchi distaccati presso la Nato, che hanno asilo politico negli Stati in cui prestano servizio. Dopo il golpe fallito dello scorso 15 luglio, infatti, in Turchia non si fermano le epurazioni dei presunti sostenitori dell’imam progressista Fetullah Gulen, da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ed ognuno cerca di tutelarsi come può. Come nella base Nato di Ramstein, in Germania, dove alcuni militari turchi, tra i 30 di stanza nella base, avrebbero chiesto asilo politico in Germania, per sé stessi e per le proprie famiglie, per timore di finire nelle “liste di proscrizione” del presidente turco.E richieste dello stesso tipo sarebbero state presentate dagli ufficiali del secondo esercito della Nato, dopo quello statunitense, per numero totale di effettivi, anche in altri Paesi. A confermarlo è stato il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, a margine di una conferenza a Bruxelles. “Diversi ufficiali turchi che lavorano nella struttura di comando della Nato hanno chiesto asilo negli Stati membri ove prestano servizio”, ha spiegato Stoltenberg. Il compito di “valutare” queste richieste, sarà poi dei governi ai quali sono state rivolte, ha commentato il segretario generale dell’Alleanza, aggiungendo che “nella struttura di comando alleata”, negli ultimi mesi, si è “assistito a diversi avvicendamenti, tramite i quali il personale turco è stato cambiato”. “Si tratta di una decisione nazionale della Turchia stabilire chi debba occupare le posizioni di propria spettanza”, ha quindi commentato Stoltenberg.Avvicendamenti, congedi ed espulsioni che, dopo il colpo di Stato fallito, secondo i dati diffusi dal ministro della Difesa turco, Fikri Isik, sono stati più di 20mila. Di questi, solo 3.181 uomini delle forze di sicurezza sono stati riammessi al servizio. Tutti gli ufficiali, i soldati o gli allievi delle scuole militari allontanati dal loro posto sono accusati di legami con Fetullah Gulen, l’ex alleato ed amico di Erdogan, divenuto il suo principale rivale e considerato la mente del golpe fallito di luglio. Per rimpiazzare le migliaia di presunti sodali dell’organizzazione di Gulen, Erdogan ha lanciato, inoltre, alcuni giorni fa, una campagna con cui le Forze Armate turche puntano a reclutare 30.159 nuove unità, tra cui 1.332 nuovi ufficiali.”La Nato si fonda su valori e principi, e il mio messaggio di domenica, quando mi recherò ad Ankara, sarà che la Turchia ha sì il diritto di perseguire chi ha promosso il tentativo di colpo di Stato, ma che questo deve avvenire nel rispetto delle regole”, ha detto in proposito, da Bruxelles, il segretario generale dell’Alleanza Atlantica. La Turchia, quindi, secondo Stoltenberg, che arriverà nel Paese il prossimo 20 novembre, resta un alleato “chiave” all’interno della Nato, per molti aspetti, dalla sua “posizione geografica strategica” al contributo determinante che può fornire riguardo la gestione dei flussi migratori. Ma la Nato, ha ammonito Stoltenberg, resta attenta alla questione del rispetto dello “stato di diritto” da parte degli Stati membri dell’Alleanza.banner_cristianiSe le relazioni tra Turchia e Nato appaiono raffreddate e quelle con Stati Uniti hanno raggiunto il minimo storico negli ultimi mesi dell’amministrazione Obama, con la negata estradizione di Gulen, da anni in esilio in Pennsylvania, non va meglio nemmeno sul fronte dei rapporti con l’Ue. Dopo l’arresto, lo scorso 4 novembre, del leader filocurdo Selahattin Demirtas, e di altri esponenti del suo partito di opposizione, Hdp, le istituzioni europee hanno messo in dubbio la prosecuzione dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Ue. Una posizione, questa, fortemente criticata da Erdogan, il quale ha annunciato che, da parte sua, potrebbe chiamare gli stessi cittadini turchi ad esprimersi direttamente, attraverso un referendum, sull’entrata della Turchia all’Ue, se Bruxelles non prenderà una decisione in proposito quanto prima.

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