In caso di guerra con la Russia, le forze della Nato rimarrebbero imbottigliate nel traffico, perdendo la prima fase del conflitto. L’incubo delle infrastrutture europee continua a essere al centro dei pensieri delle forze atlantiche. Le strade europee sono strette, i ponti deboli, i tempi molto lunghi e sono troppe le differenze fra un Paese e l’altro.

Imbottigliati nel traffico

Il Washington Post riporta un dato che preoccupa vertici della Nato. In caso di esplosione di un conflitto, “i ritardi – una miscela di burocrazia, cattiva pianificazione e infrastrutture in decadenza – potrebbero consentire alla Russia di conquistare il territorio della Nato nei Paesi baltici mentre i pianificatori dell’esercito Usa stanno ancora compilando le 17 pratiche necessarie per attraversare la Germania e la Polonia”.

E non è un’ipotesi così peregrina. Le simulazioni del Pentagono hanno spesso avuto come risultato una Russia vincente e una Nato sconfitta clamorosamente: almeno nella prima fase della guerra. E nella maggior parte dei casi, il motivo non risiedeva nel gap tecnologico o bellico, ma proprio nell’incapacità di raggiungere la linea del fronte.

Un problema che si nota già negli spostamenti durante le esercitazioni militari. Si parla di settimane per spostare i mezzi blindati dalla Germania al Mar Nero. Addirittura in alcuni casi lo spostamento di interi corpi da una regione all’altra è stato realizzato in mesi, rendendo cristallino che, in caso di guerra, la Russia avrebbe avuto un vantaggio enorme.

I motivi di questo crollo

Secondo gli analisti americani, il motivo di questa arretratezza sta nella miopia dell’Alleanza atlantica. La logica originale della Nato era quella di difendersi da una potenziale guerra con la Russia. Le truppe occidentali si esercitavano regolarmente per un potenziale conflitto con le forze sovietiche. E questo faceva sì che ci fossero continui movimenti di truppe su vasta scala su tutta la linea del fronte. Basti pensare alla linea di confine fra Germania Est e Ovest.

Il crollo dell’Unione sovietica ha però avuto come risultato quello di distogliere le attenzioni della Nato dal fronte orientale. L’idea di base era quella di pianificare rapporti di stretta collaborazione con Mosca. Il nemico non era più al Cremlino e l’allargamento dell’Alleanza a Est avvenuto nei successivi decenni non ha mai portato a riflettere sulle capacità di difesa dei nuovi membri. 

Il cambio di prospettiva si è avuto con la guerra in Ucraina. La Nato ha capito che era difficilissimo raggiungere il fronte, mentre per i russi era molto più semplice. Non solo per ovvi motivi geografici, ma anche perché le infrastrutture russe erano già pronte allo spostamento delle truppe da un Paese all’altro dell’ex Urss. Così non era e non è per i Paesi Nato.

Il trasporto come punto nevralgico della Nato

La questione non è, come detto,  soltanto infrastrutturale in senso stretto, ma anche burocratico. L’esempio che fa la testata americana sulle differenze legislative e tecniche fra uno Stato e l’altro nello spostamento dei mezzi pesanti, è emblematico.

In Germania, la legge permette il movimento dei camion carichi di carri armati e altri mezzi pesanti sulle autostrade nei giorni feriale solo se di notte. La Svezia, che non è membro della Nato ma un partner sempre più imprescindibile, richiede un preavviso di tre settimane prima che la maggior parte del personale e delle attrezzature militari possano entrare sul suo territorio.

Ma ci sono problemi anche di natura tecnica che all’apparenza sembrano del tutto secondari, ma che in caso di guerra diventano fondamentali. Si pensi al fatto che i binari delle ferrovie del Baltico sono più distanti fra loro rispetto allo standard occidentale. Questo cosa comporta? Che i treni devono essere scaricati al confine e ricaricati su treni che già sono nel circuito ferroviario del Baltico o della Polonia.

“Se puoi arrivare in 45 giorni, sei in ritardo per la guerra”, ha detto il generale Steven Shapiro, l’ufficiale incaricato di organizzare i movimenti dell’esercito americano in Europa. “Ci sono giorni in cui ci muoviamo alla velocità della guerra. Ma, in generale, questo è al di fuori della normalità”.

Riga e Tallinn conquistate in 60 ore

La Rand Corporation pubblicò un report nel 2016 sulle capacità difensive della Nato sul fronte orientale. Secondo lo studio, le capitali baltiche cadrebbero nel giro di pochissimo tempo. Il rapporto parlava di 60 ore fra lo scoppio della guerra e la conquista di Riga e Tallinn da parte delle forze russe.

“Una tale rapida sconfitta lascerebbe la Nato con un numero limitato di opzioni, tutte pessime: una sanguinosa controffensiva, carica di rischi di escalation, per liberare i Paesi Baltici; un’escalation, come minacciava di fare per evitare la sconfitta durante la Guerra Fredda; o concedere almeno una temporanea sconfitta, con conseguenze incerte ma prevedibilmente disastrose per l’Alleanza”.

 Una nuova forma di deterrenza: la velocità

L’idea è che Russa e Nato abbiano trovato un nuovo strumento di deterrenza: la velocità di schieramento delle truppe. Mosca ha un vantaggio enorme, e lo sta sfruttando: può arrivare in qualsiasi punto del fronte Nato in pochissimo tempo e senza alcun problema tecnico. La Nato no, visto che solo per spostare i mezzi per un’esercitazione dalla Georgia alla Germania hanno impiegato più di quattro mesi.

L’obiettivo dell’Alleanza atlantica, adesso, è quello di limitare il gap. Per farlo, come già scritto su questa testata, ha iniziato a chiedere all’Unione europea finanziamenti di miliardi di euro per migliorare l’infrastruttura stradale, ferroviaria e portuale in modo da rendere facile il dispiegamento delle truppe. Ma ci sono anche problemi di natura legislativa, che riguardano in particolare l’armonia normativa di tutta l’Europa.

Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno chiedendo ai Paesi membri della Nato di aumentare le spese militari. Mentre al summit di Bruxelles di luglio, dovrebbero essere approvati due nuovi comandi proprio per accelerare il transito delle truppe dalla costa orientale degli Stati Uniti al confine con la Russia.

Intanto, come riportato ieri da Paolo Mauri, dagli Stati Uniti stanno arrivando miliardi di dollari per il miglioramento delle basi dell’Europa orientale. La deterrenza, fra Russia e Nato, parte anche da chi sa reagire meglio nella linea del fronte.