Hedley Bull, ne La società anarchica, osservava che “le grandi potenze contribuiscono al mantenimento dell’ordine internazionale non solo attraverso lo sfruttamento unilaterale della propria posizione di preminenza in determinate regioni del mondo o all’interno di specifici gruppi di Stati, ma anche accordandosi reciprocamente sulla delimitazione delle rispettive sfere d’influenza, d’interesse e di responsabilità”.
Nel mondo immaginato dall’amministrazione Trump questo classico concetto realista delle sfere d’influenza viene pienamente recuperato e attualizzato: gli Stati Uniti riaffermano il proprio predominio assoluto nell’Emisfero occidentale – in linea con la tradizione della Dottrina Monroe e del Corollario Roosevelt – accettando implicitamente (o esplicitamente, a seconda dei dossier) che altre grandi potenze facciano altrettanto nelle proprie aree di influenza privilegiata.
C’è questo (e molto altro) nel nuovo testo della National Security Strategy dell’Amministrazione Trump: un documento breve, diretto, scritto in prima persona plurale («noi vogliamo») e senza il linguaggio felpato al quale la diplomazia ci aveva abituato. È la road map del secondo mandato e, per l’Europa, rappresenta il passaggio più duro mai rivolto dagli Stati Uniti al Vecchio Continente dal 1945 in poi. Il cuore della strategia è semplice: America First significa concentrare le risorse dove contano davvero per la sicurezza e la prosperità americana. Emisfero Occidentale e Indo-Pacifico diventano le priorità assolute; il Medio Oriente esce dal centro della scena; l’Europa viene posta di fronte a uno specchio impietoso. I “liberali” hanno poco da scandalizzarsi: quella dell’amministrazione Trump è semplicemente la fotografia della realtà.
Il declino dell’Europa
Il capitolo intitolato Promoting European Greatness è quello che sta facendo più rumore nelle cancellerie europee. Per la prima volta un documento ufficiale americano non si limita a criticare la bassa spesa per la difesa o la dipendenza energetica, ma mette nero su bianco il declino politico e sociale europeo.
“Le questioni più grandi che l’Europa affronta comprendono attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà politica e la sovranità, politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, censura della libertà di espressione e soppressione dell’opposizione politica, tassi di natalità in caduta libera e perdita delle identità nazionali e della fiducia in sé stessi. Se le tendenze attuali continueranno, il continente sarà irriconoscibile in 20 anni o meno“, si legge.
Non è una nota a piè di pagina: è la valutazione ufficiale del governo degli Stati Uniti.E poi arriva la frase che nessun diplomatico europeo avrebbe mai voluto leggere in un testo ufficiale di Washington: “Nel lungo termine è più che plausibile che entro pochi decenni al massimo certi membri Nato diventeranno a maggioranza non europea. È quindi una domanda aperta se vedranno il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, nello stesso modo di coloro che firmarono la carta della Nato”. In poche righe viene messa in discussione la stessa identità futura di alcuni alleati dell’Alleanza Atlantica.
L’obiettivo americano è dichiarato senza giri di parole: “Vogliamo che l’Europa rimanga europea, che recuperi la fiducia in sé stessa e abbandoni il suo fallimentare concentrarsi sulla soffocante regolamentazione”.
E ancora: “Noi vogliamo appoggiare i nostri alleati nel preservare la libertà e la sicurezza dell’Europa, mentre ripristiniamo la fiducia in sé stessi dell’Europa e la sua identità occidentale”. Tradotto in pratica: la guerra in Ucraina deve finire il prima possibile per “ristabilire condizioni di stabilità strategica con la Russia”. La spesa per la difesa deve arrivare al 5% del Pil; la NATO non sarà più un’alleanza in espansione perpetua. Chi non inverte la rotta su immigrazione, censura, regolamentazione soffocante e politiche energetiche vedrà ridursi progressivamente il sostegno militare, tecnologico e di intelligence americano.Per la prima volta dal 1945 Washington non si presenta più come il garante incondizionato della sicurezza europea, ma come un partner che offre collaborazione solo a determinate condizioni.
Le altre priorità globali
L’Emisfero Occidentale diventa la nuova sfera d’influenza esclusiva americana: il Trump Corollary alla Dottrina Monroe vieta a Cina e Russia di controllare porti, risorse o infrastrutture critiche in America Latina e nei Caraibi. Si parla apertamente di uso di forza letale contro i cartelli e di riorientamento di mezzi militari verso il cortile di casa.
L’Indo-Pacifico è il teatro decisivo del secolo: l’obiettivo è vincere la competizione economica con Pechino (riequilibrio commerciale, fine dei furti di proprietà intellettuale, protezione delle catene di approvvigionamento) e contemporaneamente impedire qualsiasi tentativo di cambiare lo status quo su Taiwan con la forza.
Il Medio Oriente esce dal ruolo di emergenza permanente: grazie alla produzione energetica americana e ai successi diplomatici (Accordi di Abramo ampliati, indebolimento dell’Iran), la regione diventa un partner di investimento in AI, nucleare e difesa invece che un pozzo senza fondo di truppe e dollari. L’Africa passa da destinataria di aiuti a terreno di competizione per minerali critici e infrastrutture, con un approccio selettivo basato su commercio e investimenti anziché ideologia.
Il messaggio complessivo
La National Security Strategy del 2025 non è solo un documento di politica estera: è la dichiarazione che l’era del “poliziotto globale” finanziato quasi esclusivamente dagli Stati Uniti è finita. Washington continuerà a essere la superpotenza indispensabile, ma solo per chi è disposto a condividere oneri e, nel caso dell’Europa, a scegliere se vuole continuare a esistere come civiltà occidentale.
In linea con la National Defense Strategy
Questa visione del mondo è perfettamente in linea con la National Defense Strategy (NDS), consegnata lo scorso settembre al Segretario alla Difesa Pete Hegseth, pone le missioni interne e regionali al di sopra del contrasto a potenze rivali come Pechino e Mosca. Da parte dell’amministrazione Trump si tratta di una presa d’atto realistica del nuovo ordine internazionale “multipolare”. Questo cambiamento segnerebbe una svolta epocale rispetto alle amministrazioni democratiche e repubblicane degli ultimi anni, incluso il primo mandato del presidente Donald Trump, che aveva indicato la Cina come il principale rivale degli Stati Uniti.
L’amministrazione Trump intende dare massima priorità all’emisfero occidentale, il “cortile di Casa” degli Stati Uniti. Come abbiamo rilevato su InsideOver, le affermazioni di Trump, che hanno esplicitato le mire degli Stati Uniti su Panama, Groenlandia e sul Canada, non sono affatto, come qualcuno crede, farneticazioni estemporanee. Rientrano invece in una visione del mondo radicata nella tradizione politica a stelle e strisce, dalla Dottrina Monroe al Corollario Roosevelt.
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