C’è un principio di rivolta pure in Germania? I gilet teutonici, segnaliamolo sin da subito, hanno tutta l’aria di provenire da sinistra e di voler rivendicare uno spazio, peraltro elettorale, da quella parte dello scacchiere. “Alzarsi in Germania” è stato fondato circa tre mesi fa, ma non è ancora riuscito a imporsi nelle piazze, così come hanno fatto i meno inquadrabili manifestanti d’Oltralpe. Forse, a ben vedere, a questi tedeschi neppure interessa troppo.
Angela Merkel abbandonerà il ruolo da Bundeskanzlerin e ha già salutato la leadership della Cdu – Csu. Il congresso interno ha già deciso chi sarà il suo successore. C’è uno spazio politico, però, che fino a qualche anno non era pronosticabile neppure con i binocoli dei visionari. Se l’Afd vuole occuparlo partendo da posizioni di destra, antimigrazioniste e filo-sovraniste, questi gilet tedeschi stanno entrando in scena, tentando di riaggregare le persone che hanno smesso di votareDie Linke, cioè il partito ultraprogressista.
Sarah Wagenknecht, che è il vertice parlamentare della formazione appena citata, sta strizzando l’occhio al ceto medio francese, che sta mettendo a soqquadro anche Parigi. Le rivendicazioni dei gilet, per la Wagenknecht, sono più che condivisibili. “La Francia – ha dichiarato in tempi non sospetti – prova che non bisogna essere un partito per cambiare la politica”.
L’idea è quella di portare avanti istanze socialiste, prendendo da esempio la piattaforma transalpina, ma bisogna pure domandarsi se questo funzionerà. I gilet gialli rappresentano l’onda lunga della questione sociale palesatasi con le scorse presidenziali francesi. Qualcuno aveva pensato che sarebbe bastato nascondere la polvere sotto al tappeto. Marine Le Pen starà facendo gli scongiuri.
Gli analisti, infatti, si aspettano che il caos innestato dai francesi si declini presto in consensi per il Rassemblement National. Melénchon, per ora, appare più defilato, ma è lecito supporre che stia sperando anche lui. Il ceto medio, specie le fasce sociali più colpite dalla crisi economica, ha lungamente dimostrato di guardare con interesse a chi viene definito “populista”. Die Linke è catalogabile all’interno del novero dei partiti che hanno smesso di attrarre elettori perché troppo schiacciati su posizioni elitarie.
Adesso, come accade in più parti d’Europa, stiamo assistendo al ritorno delle battaglie per la spesa pubblica, per il salario minimo, per l’assistenza sanitaria garantita a tutti e per gli investimenti nel settore formativo. Jeremyn Corbyn è un prototipo più che esemplificativo di questo fenomeno. Die Linke, insomma, prova a fare quello che stanno facendo i massimalisti occidentali: tornare se stessi.
La narrativa, però, è abbastanza cristallizzata. In Germania la questione sociale è meno pressante, ma è comunque già rappresentata dalla destra sovranista, che ha sfiorato risultati meritevoli di sottolineature per chi è chiamato ad analizzarli, e dai Verdi, che sono sì limitati alla loro missione ambientalista, ma che hanno il “merito”, per così dire, di essere stati continui. Il progetto della Wagenknechtrischia di produrre un buco nell’acqua. Lo spazio c’è, si diceva, ma è già occupato.