La tensione fra Russia e Turchia si sposta dalla Siria al Caucaso meridionale. E riaccende un conflitto che era sopito dal maggio del 1994, quando Armenia e Azerbaigian avevano raggiunto una tregua sull’enclave armena in territorio azero, contesa tra i due Stati dal 1989: il Nagorno-Karabakh.Nella notte fra venerdì e sabato, infatti, violenti scontri fra armeni e azeri si sono verificati sulla linea di contatto che divide le parti in conflitto. Su chi abbia dato il via all’offensiva in Nagorno Karabakh si ricorrono le accuse. Reciproche. Inizialmente, infatti, l’Armenia aveva accusato le truppe azere di aver oltrepassato la linea di confine con elicotteri o droni, carri armati e incursori, neutralizzati da Erevan, mentre l’Azerbaigian ha accusato gli armeni di avere iniziato a colpire gli azeri residenti nel Nagorno-Karabakh costringendo il governo di Baku ad “adottare misure urgenti”. Il Cremlino si è subito pronunciato per una immediata cessazione delle ostilità, ma i combattimenti sono proseguiti fino ad oggi. I morti sono diverse decine, in entrambi gli schieramenti e i feriti centinaia. Tra le vittime, oltre ai militari di Erevan e Baku, ci sarebbero anche civili. Ma le informazioni che provengono dai media locali sul numero dei caduti, di una parte e dell’altra, sono contraddittorie e non vengono considerate quindi, per ora, pienamente attendibili. Ieri il governo di Baku, facendo seguito ai diversi appelli internazionali, aveva annunciato un cessate il fuoco unilaterale, ed anche il presidente armeno Serzh Sargsyan, così come la repubblica autoproclamata del Nagorno Karabakh, sostenuta dagli armeni, si erano pronunciati in favore di una de-escalation e del rispetto della tregua del 1994. Ma gli scontri, secondo fonti militari, si sarebbero al contrario nuovamente intensificati in queste ore, alla frontiera dell’enclave armena.Mosca è nuovamente intervenuta, lunedì, sulla crisi di Stepanakert, capitale della autoproclamata repubblica del Nagorno Karabakh, affermando che la ripresa delle ostilità rappresenta un motivo di “seria preoccupazione” per il Cremlino. Il portavoce del Cremlino, Dmitrj Peskov, secondo quanto riportato dalla Tass, ha fatto sapere che per ora Putin non ha avuto contatti diretti con i presidenti dei due Paesi e che la Russia non sta ancora organizzando consultazioni tra le parti in conflitto come fu durante la precedente escalation del 2014.Dichiarazioni di tutt’altro tono sono arrivate invece dal presidente turco Erdogan. La Turchia, storico attore della regione, è tradizionalmente vicino, infatti, nella contesa del Nagorno Karabakh, all’Azerbaigian, Paese musulmano, di etnia e lingua turca. “Oggi siamo al fianco dei nostri fratelli dell’Azerbaigian, ma questa oppressione non durerà per sempre: Karabakh un giorno tornerà al suo legittimo proprietario: l’Azerbaigian”, ha infatti affermato poco fa il presidente turco, in diretta televisiva. Anche nella giornata di ieri, dagli Stati Uniti, Erdogan aveva detto di “pregare” perché l’Azerbaigian abbia la meglio nella contesa con l’Armenia, Paese con cui Ankara non gode di buoni rapporti, per la regione a maggioranza armena posta in territorio azero. Mosca da parte sua non ha commentato la presa di posizione di Erdogan, e neanche le dichiarazioni di numerosi parlamentari ed esperti russi che stanno accusando la Turchia di avere una responsabilità nell’attuale deterioramento della situazione nel Nagorno-Karabakh.Ovviamente la Russia, evita di schierarsi apertamente con Erevan o Baku, per ragioni di opportunità politica e strategica. Ma dalla capitale armena la risposta del presidente Serzh Sargsyan ad Erdogan non si è fatta attendere, e Sargsyan ha intimato chiaramente ad Ankara di “tenersi lontana” dalla crisi del Nagorno Karabakh, affermando che se i combattimenti si intensificheranno, Erevan è pronta a riconoscere l’indipendenza della regione. Il vice ministro degli Esteri armeno Shavarsh Kocharyan, citato da Ria Novosti, ha accusato la Turchia di volere un deterioramento della situazione in Nagorno Karabakh, per diffondere “instabilità e terrorismo” nel Caucaso meridionale. Di tutt’altro avviso, invece, l’analista azera Leila Alieva, intervistata dall’Adnkronos, secondo la quale dietro la ripresa delle ostilità non ci sarebbe l’Azerbaigian sostenuto da Ankara, ma Mosca, perché il governo azero non avrebbe nessun interesse a risvegliare il conflitto in questo momento storico ed economico.Intanto, poco fa Lavrov e Kerry hanno condiviso le proprie preoccupazioni chiedendo nuovamente l’immediata cessazione delle ostilità e condannando “i tentativi di alcuni attori esterni di aumentare le tensioni”, con un chiaro riferimento alla Turchia. Comunicati in favore del rispetto del cessate il fuoco raggiunto nel 1994 sono arrivati anche dalla Farnesina ed in particolare, la Repubblica di Cipro ha esortato l’Azerbaigian a rispettare lo status quo precedente.Il Nagorno Karabakh, è popolato in maggioranza da armeni cristiani, e fu assegnato all’Azerbaigian, popolato in maggioranza da musulmani turcofoni, nel 1923, nelle operazioni bolsceviche di suddivisione della Transcaucasia. Con l’avvio del processo di dissoluzione dell’Unione Sovietica, nel 1989 il Nagorno Karabakh dichiarò la propria riunificazione con l’Armenia e, successivamente, nel 1991, proclamò unilateralmente la propria indipendenza da Baku, innescando un conflitto risolto con una tregua nel 1994, dopo che l’Armenia occupò circa il 15% del territorio azero. La situazione da allora è rimasta, però, precaria e fa registrare periodiche escalation della tensione, come quella in corso dal 2 aprile. 

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