Era dalla sera dello scorso 9 novembre che i presidenti di Russia e Azerbaigian, Vladimir Putin e Ilham Aliyev, e il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, non si incontravano per discutere personalmente e direttamente della situazione nel Karabakh Superiore. Quella sera il trio si era riunito a Mosca per raggiungere un accordo di cessate il fuoco che potesse condurre ad una stabilizzazione duratura; da allora, le operazioni di monitoraggio nella regione contesa erano state appaltate agli agenti diplomatici e agli ufficiali in servizio presso i ministeri di esteri e difesa.

Nella giornata dell’11 gennaio, al culmine di diverse settimane di indiscrezioni e speculazioni, Putin, Aliyev e Pashinyan si sono rivisti, nuovamente nella capitale russa, per parlare dei progressi avvenuti nel dopo-cessate il fuoco e concordare un piano d’azione comune che migliori le relazioni bilaterali fra Yerevan e Baku e incida positivamente sulle dinamiche postguerra nel Karabakh Superiore.

Come si è arrivati al vertice

La data selezionata per l’organizzazione della trilaterale, a lungo vociferata ma confermata soltanto di recente, potrebbe non essere casuale – e, del resto, quando si parla di Cremlino nulla è frutto di coincidenze –. La pace nel Karabakh Superiore regge, ma poggia su basi estremamente fragili che rendono sempreverde l’incubo di una riaccensione delle ostilità, come dimostrano le schermaglie – con morti – che hanno contrapposto le forze armate azere e separatiste nei mesi di novembre e dicembre.

Il vertice potrebbe essere stato allestito in tempi brevi, a soli due mesi di distanza dall’ultimo faccia a faccia fra i tre statisti, per via delle cogenti necessità di allontanare lo spettro sempreverde di una riedizione del conflitto e riaffermare il primato diplomatico del Cremlino, riconosciuto da Baku e Yerevan ma sfidato da un’Ankara quanto mai propensa all’avventurismo e al muscolarismo nelle sfere di influenza altrui. Organizzando la trilaterale, con successo e tempistiche celeri, la Russia ha anche voluto inviare un messaggio all’indirizzo della Turchia: quest’ultima ha sicuramente un’influenza crescente nelle dinamiche regionali, ma le decisioni definitive e determinanti continuano a restare un’esclusiva della prima.

Infine, estremamente importante è anche lo stato d’animo che ha accompagnato Pashinyan e Aliyev a Mosca. Nel dopoguerra, come da pronostico, mentre l’Azerbaigian ha iniziato ad assaporare i frutti della rendita di posizione, fra accordi con la Turchia e una maestosa parata della vittoria, l’esecutivo di Pashinyan ha dovuto affrontare i malumori condizionanti di piazza ed opposizione e iniziare un delicato lavoro di ricucitura diplomatica con il Cremlino onde evitare un isolamento totale e offrire delle certezze sul futuro al popolo armeno.

I risultati

La diplomazia del Cremlino ha ragionato in un’ottica funzionalista: fare leva sull’economia per puntare alla politica. Ed è stato un accordo funzionalista, infatti, ciò che le tre parti hanno portato a casa, ovvero un documento inerente lo sviluppo nel Nagorno Karabakh di progetti infrastrutturali, in particolare relativi al settore trasporti.

Come spiegato all’agenzia stampa TASS da Andrey Kortunov, il più popolare scienziato politico russo e direttore generale del Russian International Affairs Council, “ogni accordo, in particolare uno riguardante un settore importante come i trasporti, riduce seriamente i rischi di una futura escalazione pur non fornendo garanzie per una soluzione politica stabile”. Questo è il motivo per cui “in tali situazioni, gli accordi su economia e infrastrutture assumono una natura politica. Una rete di trasporto significa sicurezza e anche forme di cooperazione tra i gruppi etnici armeni e azeri”.

Kortunov ha proseguito spiegando che il settore dei trasporti è stato selezionato in quanto “neutro e tecnico”, una scelta rivelatasi vincente, e che “fatto il primo passo, adesso seguiranno il secondo e il terzo”, ovvero “lo scambio dei prigionieri, il ritorno dei rifugiati e la coesistenza fra i due gruppi etnici”.

Come funziona l’accordo

Putin, Aliyev e Pashinyan hanno firmato una dichiarazione congiunta riguardante lo sviluppo di progetti infrastrutturali nella regione contesa, fra i quali una linea ferroviaria per connettere Armenia e Russia attraversante il territorio azero. Tali progetti verranno portati avanti in maniera comune, così da contribuire a riattivare il dialogo fra Baku e Yerevan, e saranno oggetto di costante monitoraggio da parte di un gruppo di lavoro trilaterale che verrà costituito prossimamente.

Il gruppo di lavoro verrà formato entro il primo marzo, perché entro tale data i membri dovranno aver presentato “una lista ed un calendario per l’implementazione delle misure più rilevanti” nelle rispettive sedi di discussione politica, ovvero i parlamenti. È in tale occasione che verrà testata per la prima volta l’efficacia del vertice: è altamente probabile che l’opposizione armena non accetterà di buon grado di collaborare con gli azeri per la ricostruzione delle reti di trasporto nella regione contesa, e Pashinyan dovrà mostrare una straordinaria tenacia per non accentuare ulteriormente il proprio ruolo di “anello debole” nel formato a tre.