Il carteggio Mussolini-Churchill è al centro di una lunga e non ancora conclusa querelle che coinvolge storici, documentaristi e/o semplici appassionati. Le opinioni non potrebbero essere più diverse: da coloro che negano in radice la sua esistenza, parlando di un falso e di un’operazione di propaganda e/o distorsione dei fatti, a chi, portando una serie di elementi e circostanze, sostiene che lo scambio di missive ebbe luogo a ridosso (e anche dopo) l’ingresso in guerra dell’Italia, ricostruendone il contenuto sulla base dei riscontri e delle testimonianze disponibili.
Ma diamo tempo al tempo, e prima di entrare nel merito è doveroso comprendere di cosa parliamo. Nelle settimane che precedettero (e forse in quelle che seguirono) quel fatale 10 giugno 1940, la data della dichiarazione di guerra italiana a Regno Unito e Francia, tra il Duce e il primo ministro britannico – nominato il 10 maggio dello stesso anno, mentre dal settembre del 1939 faceva parte del governo come Primo Lord dell’ammiragliato (ministro della Marina militare) – ci sarebbe stata una corrispondenza, con Churchill impegnato nel dissuadere Mussolini dal scendere in battaglia. In cambio, il premier britannico avrebbe fatto una serie di promesse territoriali – tra le quali Gibuti e Biserta, senza escludere la Tunisia – quasi tutte a spese della “alleata” Francia, nazione in quel momento messa in ginocchio dall’avanzata tedesca, e che il 22 giugno successivo avrebbe firmato un umiliante armistizio. A parlarne fu più che altro Carissimi Priori nella sua testimonianza, che riprenderemo più avanti.
Non ci vuole molto a comprendere che un simile scenario non farebbe particolarmente onore allo statista britannico, che praticamente avrebbe ricercato un accomodamento con un potenziale nemico, nel tentativo di evitare l’apertura di un secondo fronte, oltretutto a spese dell’unico alleato; ricordiamo che nel 1940 gli Stati Uniti non erano ancora entrati in guerra, mentre l’URSS di Stalin aveva siglato col Terzo Reich un accordo di non aggressione – il famoso patto Molotov-Von Ribbentrop – che aveva sancito, tra le altre clausole, la divisione delle sfere d’influenza nella Polonia occupata.
L’Italia non era estranea, storicamente parlando, a giri di valzer in campo diplomatico nell’imminenza di un conflitto. Già in occasione della Grande guerra (come allora si chiamava la Prima guerra mondiale) il nostro Paese aveva rinviato la discesa in campo di circa dieci mesi, intavolando trattative segrete con entrambe le parti. L’obiettivo allora perseguito dalla classe dirigente era innanzitutto l’annessione delle “terre irredente” (Trentino e Venezia Giulia), magari con un’espansione in Istria e Dalmazia, assieme a ulteriori compensi territoriali in terra d’Africa e nei Balcani. Alla fine, si optò per denunziare la Triplice Alleanza – che legava l’Italia a Germania e Austria – per aderire all’Intesa, che vedeva come attori di rilievo Regno Unito, Francia e Russia.
Siamo consapevoli che qualunque parallelismo storico si presta a strumentalizzazioni di ogni genere, ma è un fatto innegabile che il nostro Paese non era estraneo a intese sottobanco, che si inquadrano in quella diplomazia non ufficiale che, ora come allora, resta parte integrante delle relazioni internazionali. Non intendiamo con questo sostenere che Mussolini pensasse a un cambio di campo sulla falsariga di quanto avvenuto tra il 1914 e il 1915, quanto evidenziare come certe intese potrebbero essere meno irrealistiche di quanto si potrebbe pensare, e il discorso non vale solo per l’Italia. Escludere in partenza, magari sulla scorta di argomentazioni ispirate all’etica o alla morale, e/o a fatti e accadimenti successivi, l’esistenza di una simile ipotesi non sembra aderente alla dinamica delle relazioni internazionali.
Inoltre, occorre considerare che se la defenestrazione della Francia era considerata dallo stesso Hitler come un punto d’onore – la nazione era considerata la massima responsabile delle umilianti condizioni inserite nel trattato di Versailles – l’approccio del dittatore nazista verso il Regno Unito era molto diverso e non pochi elementi fanno ritenere che il Führer, messa a terra la Francia, volesse ricercare un modus vivendi con l’impero britannico, per poi scatenare l’offensiva verso Est. Con questo non stiamo dicendo che Mussolini e Hitler fossero d’accordo, ma solo che una certa prospettiva forse non sarebbe risultata del tutto sgradita alla potenza a cui l’Italia si era legata mani e piedi dal maggio del 1939, con la firma del famoso Patto d’Acciaio.
Un altro aspetto che viene evidenziato dai sostenitori della tesi del carteggio è l’atteggiamento piuttosto “benevolo” assunto dall’Italia per lo meno nei primi mesi di guerra, quando i contatti con gli inglesi non sarebbero stati ancora del tutto interrotti. Curiosamente, nei mesi che precedettero e seguirono l’ingresso in guerra del nostro paese, Mussolini diede ordine di fortificare il confine del Brennero con il (presunto) alleato germanico: ricordiamo che, per effetto dell’Anschluss del 1938, Italia e Germania confinavano direttamente, e questa decisione non sembrava esattamente una dimostrazione di stima e fiducia.
Chi critica la tesi del carteggio insiste molto sul valore secondario dell’Italia nello scacchiere del conflitto, che non giustificherebbe l’interesse britannico verso la ricerca di un’intesa col governo fascista. In realtà, questo argomento ha una sua validità se riferito al periodo successivo a quello della primavera-estate del 1940, quando l’Italia non aveva ancora maturato i primi rovesci, che fecero tramontare l’illusione di combattere una sorta di “guerra parallela” (o forse di non combatterla affatto[1]); ci riferiamo alla rovinosa campagna di Grecia e alle disfatte in Africa, che dimostrarono al di là di ogni ragionevole dubbio l’inconsistenza e l’impreparazione del nostro Paese, sancendone la totale subordinazione all’alleato.
Tuttavia, nella fase centrale di quel fatale 1940 – quando la sconfitta francese si faceva sempre più imminente, con l’abbandono del continente da parte degli inglesi (che vi avrebbero rimesso piede solo nel 1944 con lo sbarco in Normandia) – l’ingresso in guerra dell’Italia avrebbe creato non pochi grattacapi ai britannici, segnando l’apertura di un nuovo e impegnativo fronte bellico (quello mediterraneo).
Diversi verbali delle riunioni del gabinetto di guerra britannico, tenutesi nella primavera-estate di quell’anno, danno conto dell’esistenza di questa preoccupazione, assieme ad alcuni passaggi dei diari di Neville Chamberlain[2], predecessore di Churchill al numero 10 di Downing Street e fautore della famosa (e poi vituperata) politica di appeasement, che aveva avuto il suo culmine nella conferenza di Monaco del 1938. Chamberlain, dopo aver lasciato la guida del governo, aveva continuato a farne parte (in qualità di Lord Presidente del Consiglio), e in quelle settimane aveva scritto una lettera al premier, nella quale suggeriva di esperire un tentativo per tenere l’Italia fuori dalla contesa, offrendo in cambio cessioni territoriali; stando ad altri passaggi degli stessi diari, Churchill non pare fosse del tutto contrario alla proposta, pur sottolineando che un accordo con Hitler (al quale nemmeno Chamberlain sembrava più disposto) era fuori discussione.
Abbiamo già parlato della condotta “altalenante” dell’Italia in occasione del primo conflitto mondiale, ma potremmo ricordare anche alcuni passaggi dei diari di Galeazzo Ciano, genero e ministro degli Esteri di Mussolini, nei quali egli dà conto dei dubbi del dittatore circa l’ingresso in guerra, tra la fine del 1939 e i primi mesi del 1940.
Non sembra del tutto inverosimile che due nazioni possano ricercare, specie nelle fasi più critiche, un accomodamento, o che tentino, magari a spese di qualche altro Paese o popolo, un escamotage per raggiungere i proprio obiettivi. Parlando dei britannici, potremmo pensare ai due accordi, assolutamente incompatibili e forieri di gravi conseguenze, che vennero siglati tra il 1916 e 1917 con gli arabi e i rappresentanti del sionismo, con i quali – in estrema sintesi – venivano assunti, per mero calcolo politico, una serie di impegni (del cui valore giuridico sarebbe lecito dubitare) per guadagnare l’appoggio nello sforzo bellico, senza preoccuparsi troppo dei riflessi che avrebbero potuto avere (e che ben conosciamo) [3].
Non sembra convincente neppure il riferimento alle opinioni o ai giudizi espressi dai leader politici nei riguardi dei loro colleghi. Se nessuno contesta che Churchill nutrì una sincera ammirazione, come tanti altri, per Mussolini negli anni Venti e Trenta – ricordiamo la visita al Duce nel gennaio del 1927 e le parole di apprezzamento per il regime fascista (pur riconoscendone la non applicabilità al modello parlamentare inglese, del quale lo statista fu sempre un convinto sostenitore), così come la collaborazione (retribuita) col Popolo d’Italia, per una serie di articoli dedicati alla Grande guerra – i contrari alla tesi del carteggio ricordano gli insulti e le dichiarazioni di disprezzo che il Duce e il premier si scambiarono negli anni del conflitto, anche per sostenere l’inconsistenza di qualunque ulteriore contatto.
Ora, se questo è probabilmente vero da un certo momento in poi, i canali della diplomazia segreta si muovono talvolta in direzioni diverse da quelle della ufficialità, e non necessariamente rispecchiano – specie in presenza di ragioni di opportunità – il pensiero degli interessati. Giusto una considerazione: Churchill era un convinto anticomunista (molta della sua stima per Mussolini derivava da questo), il che non gli impedì, negli anni del conflitto, di intrattenere fattivi rapporti con Stalin, attestati da diverse missive che i due si scambiarono nelle fasi più critiche della guerra[4].
Per oggi ci fermiamo qui, la prossima volta esamineremo le tesi di chi avversa il carteggio e tireremo le conclusioni
FONTI
Fabio Andriola, Carteggio segreto Churchill Mussolini, Sugarco, 2007
Renzo De Felice – Pasquale Chessa, Rosso e nero, Baldini & Castoldi, 1995
Franco Bandini, Vita e morte segreta di Mussolini, Mondadori, 1978
Mimmo Franzinelli, L’arma segreta del Duce. La vera storia del carteggio Churchill-Mussolini, Rizzoli, 2015
Indro Montanelli, Storia d’Italia, Volumi 13-14-15, 2000
Arrigo Petacco, Dear Benito, caro Winston. Verità e misteri del carteggio Churchill, Mondadori, 1985
www.corriere.it/solferino/montanelli/00-07-04/01.spm
www.avvenire.it/agora/pagine/chamberlain-versus-churchill
www.nuovarivistastorica.it/il-carteggio-churchill-mussolini-una-traccia-nei-nationals-archives-di-londra/
[1] La famosa battuta attribuita al Duce che, nell’imminenza della dichiarazione di guerra e parlando con alcuni collaboratori, avrebbe detto di avere bisogno di un migliaio di morti per sedersi al tavolo della pace.
[2] The Neville Chamberlain Diary Letters: Volume 4: The Downing Street Years, 1934-1940
[3] scienzepolitiche.unical.it/bacheca/archivio/materiale/3074/Biagini%20Dichiarazione%20Balfour.pdf
[4] Pro e contro Stalin, Dossier Mondadori, 1970.
[5] “La fabbrica dei complotti”, Il borghese, 30 aprile 2000.
[6] Come Fabio Andriola, nel suo “Carteggio segreto Churchill Mussolini” del 2007.
[7] www.alamy.it/foto-immagine-arthur-neville-chamberlain-e-benito-mussolini-presso-la-stazione-ferroviaria-principale-di-roma-1939-36992726.html
[8] A quella fase storica è ispirato il film L’Ora più buia, 2017.
[9] Indro Montanelli, Storia d’Italia, Volume “L’Italia dell’Asse (1936-10 giugno 1940)”
[10] Scritto con Pasquale Chessa.
[11] www.nuovarivistastorica.it/il-carteggio-churchill-mussolini-una-traccia-nei-nationals-archives-di-londra/
[12] Il Carteggio segreto, di Fabio Andriola, pag. 381.
[13] Mimmo Franzinelli, L’arma segreta del Duce. La vera storia del carteggio Churchill-Mussolini, pag. 363-4.
[14] Mimmo Franzinelli, cit., pag. 317 e seguenti.
[15] Fabio Andriola, Storia in rete, maggio 2015, pagg. 88 e seguenti.
[16] Video Nova Lectio dedicato: www.youtube.com/watch?v=kuKR5SXJ3lA
[17] www.historyfilesnetwork.com/2022/08/28/carissimi-priori-e-il-carteggio-mussolini-churchill/
[18] Mimmo Franzinelli, L’arma segreta, pag. 370.
[19] Vedi “Il Borghese” del 3 settembre 1998. Sembra che Pertini, parlando in un programma televisivo dicesse queste parole: «Mussolini la custodiva molto gelosamente. Ma non c’era valuta pregiata. La valuta, ossia il cosiddetto oro di Dongo, era nell’autoblindo di Pavolini. Nella borsa c’erano documenti. Forse lo stesso carteggio Churchill-Mussolini, di cui tanto si è parlato. Chissà».
[20] Fabio Andriola, cit.
[21] Fabio Andriola, cit., pag. 260.
[22] archive.org/stream/SuOnda31RomaNonRispondeFrancoTabasso/Su-onda-31-roma-non-risponde-franco-tabasso_djvu.txt
[23] monarchicinrete.blogspot.com/2011/07/dove-finito-larchivio-savoia.html
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