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Immaginate se Donald J. Trump inaugurasse un museo a lui dedicato e, per farlo, spendesse pure sette milioni di dollari di fondi federali Usa invece di usarli per diminuire le tasse o, fosse mai, per finanziare servizi sociali. Cascherebbe giù il mondo con CNN e La Repubblica, mamma Raie New York Times pronti a far parallelismi arditi tra The Donald e il Duce o, se in mood più aggressivo, Hitler e relativi, deleteri, culti della personalità. Se poi, il tycoon avesse la malsana idea di negare l’ovvio dicendo che il museo (pieno zeppo di statue sue, gadget suoi, immagini formato poster sue ed aperto a 50 metri dalla casa natale sua) non è dedicato a lui bensì alla rivoluzione wasp – acronimo che sta per “white aglo-saxon protestant”, originariamente i primi immigrati del New England e oggi qualsiasi cittadino statunitense da loro discendente, lo zoccolo duro della base elettorale “trumpiana” – cascherebbe il mondo e “razzista” sarebbe l’aggettivo più benevolo a lui riservato dagli opinionisti del globo terracqueo.

Invece dato che ad avere inaugurato il museo più lussuoso e moderno della Bolivia a se stesso – “dedicato alla sua traiettoria umana e politica” come si legge nelle note ufficiali – è stato il presidente di quel paese sudamericano, Evo Morales Aymara, all’inizio di febbraio, allora tutto va bene. E poco importa che “il museo della rivoluzione democratica e culturale di Orinoca” – per la cronaca la città natale di Morales, 800 anime nel bel mezzo del nulla, non un hotel nel raggio di un paio d’ore d’auto – sia costato oltre 7 milioni di dollari, un’enormità per il paese più povero del Sudamerica, il tutto pagato con fondi statali. E poco importa pure che contribuisca ad alimentare il culto della personalità di Evo – un po’ come fece il suo collega ed amico Hugo Chávez in Venezuela e prima ancora Fidel Castro in quel di Cuba – Morales all’inaugurazione del suo museo si è commosso sino alle lacrime.Orinoca si trova nella regione andina di Oruro, a 400 chilometri a sud della capitale La Paz. Una terra a cui il presidente è legatissimo ma dove, prima del museo di Evo, non c’era nulla, se non miseria. Esteso su quasi 11 mila metri quadri, lo sgargiante ed ipermoderno museo ospita tra i tanti oggetti cult di Morales foto dell’infanzia e della giovinezza del líder máximo indigeno, palloni e magliette intrise del sudore del “supremo” o da lui ricevute in dono da blasonate squadre di calcio, la celebre collezione di poncho che Evo possiede da anni ed una serie infinita di statue, quadri, tappeti, monete, medaglie e paccottiglie varie. Tutte che immortalano il volto – di profilo, frontalmente, di spalle, dall’alto, dal basso – del presidente che per più anni ha detenuto il potere nella storia della Bolivia (sono ormai oltre undici ma lui vuole ricandidarsi ancora, suo obiettivo dichiarato restare al comando minimo sino al 2025).Il museo, ça va sans dire, sorge vicino alla casa natale del supremo presidente e la sua inaugurazione – per la cronaca contestata dalla debole e corrotta opposizione e dai pochi che in Sud America sono allergici al culto della personalità – è arrivata in un momento critico per la Bolivia che, oltre a dover fronteggiare il problema cronico della povertà, si è ritrovata nelle ultime settimane a dover dichiarare lo stato di emergenza per la mancanza d’acqua, Sicuramente gli oltre 7 milioni di dollari spesi per celebrare la vita e le opere di Evo Morales sarebbero stati molto apprezzati dai contadini boliviani per far fronte alla siccità – tra le peggiori del secolo per il paese andino – cui devono far fronte. O all’invasione delle cavallette degli ultimi giorni, contro la quale il governo ha stanziato appena 700 mila dollari. Ma di fronte ad un raccolto perso, avranno pensato i media mainstream, vuoi mettere un museo di Evo di ultima generazione e nel bel mezzo del nulla?

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