Francia e Germania non ci stanno. E non ci stanno più nemmeno altri quattro paesi dello Spazio Schengen (Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi e Svizzera) che hanno chiesto alla Commissione europea di fare il possibile per fermare il flusso secondario di migranti provenienti dalla Grecia. A riferirlo è il quotidiano tedesco Handesblatt, che ha puntato il dito sulla politica greca di lasciare che migliaia di persone che non vogliono rimanere in territorio ellenico vadano liberamente verso la Germania con migliaia di richieste di asilo.

Un problema che riguarda però non solo Atene, ma anche Roma e Madrid, le altre captali impegnati sulla frontiera esterna dell’Europa per controllare l’arrivo di immigrati provenienti dalle coste africane. La questione dei cosiddetti “flussi secondari” sta diventando infatti sempre più rilevante nel dibattito politico europeo. E il fatto che se ne parli sempre più spesso anche ad alti livelli (lo ha fatto recentemente anche Emmanuel Macron) lascia intendere che qualcosa inizi a muoversi: non per questo a favore dell’Italia, della Grecia o della Spagna.

Il problema dei Paesi dell’Europa centrale e settentrionale è molto chiaro: non vogliono che dagli Stati di primo approdo arrivino richiedenti asilo che non ne hanno i requisiti. Richiesta legittima ma che comporta un problema di non poco conto: se non possono transitare nel resto d’Europa, i migranti sono costretti a rimanere nei paesi mediterranei. E i paesi mediterranei devono quindi farsi carico non solo dei respingimenti, ma anche dell’accoglienza e della gestione di persone non possono andare altrove.

Il problema diventa ancora più impellente se la risposta data nei confronti del controllo delle frontiere esterne dell’Ue è profondamente inadeguata. La Corte dei conti europea ha recentemente silurato la gestione di Frontex accusandola di inadeguatezza e di spese che non sono affatto giustificate in funzione del servizio offerto nel controllo dei confini. I paesi europei non ricevono l’assistenza necessaria per gestire il flusso, ma le spese per l’agenzia Frontex aumentano costantemente, con i soldi spesi anche in maniera opinabile e senza una chiara visione dello scopo dell’agenzia. A questo si aggiunge l’impossibilità dell’Unione europea di arrivare a una visione di insieme che dia modo agli Stati mediterranei di gestire i flussi, di trovare accordi chiari con i paesi di transito e di partenza e soprattutto di giungere a una forma di redistribuzione degli arrivi adeguata alle esigenze.

Una miscela esplosiva che, a questo punto, mette in serio pericolo la capacità di reazione dei paesi di primo approdo. Quelli da cui appunto partono i flussi secondari verso l’Ue. L’Europa non fornisce assistenza nei controlli delle frontiere e negli accordi con i paesi africani, i paesi mediterranei sono vulnerabili ed economicamente non in grado di predisporre accoglienza e assistenza adeguate e l’Europa centrale, dal canto suo, fa già capire di non avere alcun interesse a sopportare ulteriori arrivi da questi Stati, col rischio che diventino degli hub da cui è impossibile uscire. La Grecia ha dichiarato che gli arrivi di profughi dalla Turchia non saranno più liberi in quanto considera il vicino turco un paese sicuro che garantisce uno standard di vita accettabile per i migranti, ma è chiaro che il peso politico di Atene rispetto ad Ankara sia ben diverso da quello di altre cancellerie europee, idem dell’Ue stessa. Un pericolo che a questo punto corre anche l’Italia, che si trova anche nella delicata situazione di non poter respingere barche alla deriva col rischio di farle naufragare: non potendo fare un muro come a Ceuta o Melilla e chiusa a nord da Francia, Svizzera e Austria e con la porosa frontiera orientale, tutto lascia intendere che la trappola è dietro l’angolo.

 

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