Muore Navalny, l’ultimo dei dissidenti

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L’unica cosa certa, al momento in cui scriviamo, è che Aleksej Navalny, 48 anni, il più noto tra gli oppositori di Vladimir Putin, morto all’improvviso nella colonia penale IK-3 di Charp, situata nel circondario autonomo di Jamalo-Nenez, oltre il Circolo polare artico, dov’era stato trasferito il 23 dicembre scorso dal precedente carcere di Vladimir. Il trasferimento era avvenuto via ferrovia e per quasi tre settimane di Navalny si erano perse le tracce. All’arrivo all’IK-3, però, l’avvocato che aveva potuto incontrarlo dichiarò di averlo trovato in buone condizioni di salute. Nessuno al momento sa che cosa sia successo, se si sia trattato dell’esito di una malattia, delle dure condizioni di detenzione, di un’aggressione, di un incidente.

L’annuncio della morte di Navalny è quindi arrivato come un fulmine a ciel sereno: nessuno se lo aspettava e, a giudicare dalle primissime immagini, sembrerebbe aver colto di sorpresa tutti. Persino Kira Jarmysh, una delle più fedeli collaboratrici di Navalny, come molti altri costretta a riparare all’estero, ha detto di non avere notizie precise e di voler aspettare l’arrivo alla colonia penale dell’avvocato del dissidente prima di fare qualunque commento.

La storia di Navalny è fin troppo nota per essere qui ricostruita. Basterà ricordare la fondazione del partito Russia del futuro e della Coalizione democratica, co-presieduta con Boris Nemtsov, il politico assassinato a Mosca nel 2015. Passato da posizioni nazionaliste a posizioni liberali e di forte critica alle politiche del Cremlino, si era più volte candidato (senza successo) alla carica di sindaco di Mosca. Nel 2018 aveva anche deciso di presentarsi, in chiave anti-Putin, alle elezioni presidenziali ma la Commissione elettorale centrale lo aveva dichiarato “ineleggibile per problemi con la giustizia” pendendo sul suo capo una condanna a 5 anni di carcere, con pena sospesa, per appropriazione indebita.

Navalny, comunque, era diventato noto soprattutto per la sua Fondazione anti-corruzione, che aveva denunciato innumerevoli scandali, reali e presunti, dei maggiorenti della struttura di potere intorno al presidente Putin. Nel 2017 aveva perso l’80% della vista all’occhio destro dopo essere stato attaccato con la vernice e nel 2020 era stato ricoverato in gravi condizioni in Germania dopo essere stato avvelenato. Secondo i suoi collaboratori, era stato usato il novichok, un agente nervino prodotto ancora in epoca sovietica. Tutti questi attentati erano poi stati attribuiti ai servizi segreti russi.

Nel febbraio del 2021 il tribunale di Mosca aveva tramutato la condanna sospesa in una effettiva di 3 anni e sei mesi. Nel marzo del 2022 Navalny è stato condannato a 9 anni per “frode su larga scala”, condanna che nell’agosto del 2023 è stata portata a 19 anni. Nel dicembre scorso il trasferimento nel nuovo carcere e nelle scorse ore il più drammatico degli epiloghi.

Com’è ovvio, a prescindere da quanto verrà accertato sulle cause della morte, la scomparsa di Navalny verrà messa in conto a Vladimir Putin e certo contribuirà ad aumentare l’isolamento del presidente russo, sul cui capo già pende il mandato di cattura emesso nel marzo del 2023 dalla Corte penale internazionale. Diventa ancora più difficile, a questo punto, ipotizzare una trattativa che possa concludere la carneficina in Ucraina e che abbia come protagonista lo stesso Putin.

È certo che il Cremlino non può non prendersi la responsabilità politica di una serie di “morti illustri” nei ranghi dell’opposizione critica (dalla Politkovskaja al già citato Nemtsov, ora a Navalny, per citare solo i più noti) che hanno punteggiato gli anni più recenti della storia russa. Resta però da chiedersi quale interesse avesse Putin, o chi per lui, nell’eliminare (o nello spingere alla morte) un oppositore famosissimo nel mondo ma del tutto annullato in Russia: di fronte a Navalny c’erano molti anni di isolamento in carcere, i suoi collaboratori sono stati tutti arrestati o costretti a rifugiarsi all’estero, le sue fondazioni erano state chiuse. È vero, Navalny non si era arreso e aveva comunque lanciato, in vista delle elezioni presidenziali del 15-17 marzo, l’iniziativa neputin.org per “una Russia senza Putin”: generosa dal punto di vista del dissenso ma certo non in grado di spostare gli equilibri di un voto che ora sembra più un’incoronazione che un’elezione.

Inoltre, la morte di Navalny, per le ragioni di cui sopra, alla vigilia del voto, non è certo un vantaggio per Putin, che già deve fronteggiare le critiche per l’eliminazione dal voto del candidato anti-guerra Boris Nadezhdin, cui la Commissione elettorale ha negato la partecipazione per (vere o presunte) irregolarità nella raccolta delle firme.

Per tutte queste ragioni la morte di Navalny è al momento un mistero. Vedremo se nei prossimi giorni qualcuno riuscirà a chiarirlo.