Quando il 25 giugno la platea dell’Onu si è lasciata scappare una risata durante il discorso del presidente americano Donald Trump, quasi tutti hanno pensato che l’invettiva del tycoon fosse uno dei suoi soliti comizi, come se fosse un messaggio per la sua base in vista delle imminenti elezioni di metà mandato. In realtà quello di Trump è stato un messaggio chiaro che però molti non hanno voluto cogliere. È stato un messaggio politico molto intenso che ha posto fine alla lunga stagione, quella della globalizzazione.

Nei due anni alla Casa Bianca il presidente ha dimostrato che la dottrina dell’America First non era solo uno slogan elettorale, era qualcosa di più profondo e soprattutto qualcosa che non rimaneva tra le pagine dei discorsi. I vari movimenti e leader che si sono mossi negli ultimi mesi, ultimo in ordine di tempo, il candidato presidenziale in Brasile Jair Bolsonero, sono la dimostrazione che la stagione del sovranismo iniziata con The Donald è reale e inizia a dispiegare i suoi effetti.

Nel caso specifico degli Stati Uniti questa dottrina ha iniziato a ridisegnare in modo completamente nuovo la politica estera americana. Se vogliamo, i rimpasti attuati all’interno del governo americano sono andati in questa direzione. Trump ha lavorato per cambiare in modo profondo l’inerzia di un Paese che ormai lavorava solo attraverso il multilateralismo. Oggi invece la macchina diplomatica americana ha iniziato una ridefinizione del suo operato ponendo al centro gli interessi americani. Ed è osservando quelle ridefinizioni che si comprendono gli effetti dell’America First.   

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La lotta commerciale con i vicini americani

La nuova amministrazione americana ha iniziato a ridisegnare i suoi rapporti internazionali a partire dai vicini. Come promesso in campagna elettorale, Trump ha iniziato a imporre la sua linea ai due confinanti, il Canada e il Messico. In particolare il tycoon ha voluto rivedere profondamente l’accordo di libero scambio denominato Nafta . L’azione della Casa Bianca è stata improntata sul bilateralismo coi partner, puntando a uno smantellamento dell’intesa per una sua ridefinizione che premiasse gli interessi americani. Cosa che ha costretto i due Paesi a scendere a patti, con la firma di un nuovo trattato. Parallelamente Trump sta conducendo una partita molto complessa con Città del Messico a partire dal controllo dei confine e dei flussi migratori. Per il momento la promessa del muro lungo la frontiera è rimasta bloccata, anche per le difficoltà di trovare un intesa con il Congresso, ma il cambio di passo rispetto all’amministrazione Obama è stato chiaro e netto.

Rimanendo nel continente americano, gli Usa hanno irrigidito i loro rapporti con altri due Paesi chiave del Centro-Sud America: Cuba e soprattutto Venezuela. Con L’Avana per il momento il processo di apertura iniziato con il precedente presidente si è andato raffreddandosi anche per una mancanza di garanzie. Per quanto riguarda invece i rapporti con Caracas, Trump ha iniziato un vero e proprio braccio di ferro con Maduro. Washington negli ultimi mesi ha votato una serie di sanzioni contro la cerchia del presidente, ritenuto responsabile della crisi economica e democratica che sta attraversando il Paese. A dispetto delle contro accuse venezuelane gli statunitensi hanno negato in più di un’occasione che ci siano piani per operazioni militari contro il Paese, ma la tensione tra le due nazioni rimane altissima.

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La guerra economica e militare in Oriente

Una delle partite più complesse che Washington sta giocando a livello internazionale è quella che riguarda il Medio Oriente (da sempre un problema per le amministrazioni Usa) e l’Estremo Oriente. Per quanto riguarda il conflitto siriano Trump si è mostrato sia attendista che decisionista. Per il momento ha seguito la linea del Pentagono e nonostante gli annunci fatti in primavera non ha ancora autorizzato il ritiro del contingente nel nord est del Paese, allo stesso tempo ha iniziato un lungo e delicato dialogo con la Russia per definire quale può essere il destino di Damasco. Allo stesso tempo il presidente ha completamente cambiato rotta sulla questione iraniana. Lo stralcio dell’accordo sul nucleare è forse uno degli esempi più chiari della fine del multilateralismo americano. Trump ha deciso di rompere non solo con Teheran, ritenuto responsabile di foraggiare il terrorismo internazionale, come nel caso dello Yemen, ma anche di rompere con gli alleati europei che volevano tenere in vita l’accordo. Per Trump l’intesa firmata da Obama non era un accordo utile per Washington e per questo in totale autonomia ha deciso di provi fine.

Rispetto ai suoi predecessori il nuovo inquilino della Casa Bianca ha deciso in intervenire pesantemente in un’area molto delicata, quella dell’Estremo oriente, in particolare contro la Cina. I due assi su cui si è mosso Trump sono militari ed economici. In particolare il secondo si è configurato con una battaglia molto intensa attraverso dazi e contro-dazi che ha inasprito il rapporto tra Pechino e Washington. Potremmo dire che nelle intenzioni di Trump l’affondo contro l’economia della Repubblica popolare non è una mossa aggressiva, quanto puramente difensiva. Per tutta la campagna elettorale e anche oltre, il tycoon ha ribadito che l’aggressività cinese fiaccava e indeboliva l’economia americana e la sua azione, anche in questo caso bilaterale, era volta a ricreare le condizioni per la supremazia statunitense.

Non bastasse questo gli Usa di Trump si sono mostrati molto attivi anche nella Penisola coreana. Da un lato gli Usa hanno rinsaldato i legami con il vicino Giappone, molto preoccupato per i test missilistici della Corea del Nord, dall’altro Washington ha giocato la carta diplomatica per cercare di trovare un’intesa, anche in questo caso favorevole agli interessi americani, con Pyongyang. Dopo l’incontro di Singapore dello scorso giugno, i progressi non sono stati molti, ma le continue visite del segretario di Stato Usa Mike Pompeo sono il segnale che l’amministrazione Trump crede in questa mossa. Trump ha iniziato anche a ridiscutere gli storici rapporti con la Corea del Sud. Da un lato per risolvere gli squilibri commerciali tra i due Paesi, dall’altro discutendo della possibilità di ritirare parte del grosso contingente militare americano stanziato nella regione meridionale della Penisola.

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Il braccio di ferro con i partner europei

Il nuovo bilateralismo americano ha mostrato i suoi effetti anche in Europa e Africa. Già a ridosso del suo insediamento nel 2017 Trump ha affrontato la questione africana in due modi. Da un lato ha puntato a una limitazione dei flussi da una serie di Paesi, con il famoso travel ban che ha colpito Iraq, Siria, Somalia, Yemen, Libia, Ciad e Sudan, e dall’altro a incentivato il Pentagono a continuare le sue operazioni nel Paese soprattutto con i droni armati. Non è un caso infatti che proprio in Africa, e più precisamente ad Agadez in Niger, sia stata costruita una delle più grandi basi militari americane per droni da combattimento del mondo.

Allo stesso tempo il presidente ha avviato una revisione dei rapporti di Washington con gli alleati europei. I terreni di scontri sono stati diversi. In primo luogo un lungo braccio di ferro all’interno della Nato, con la richiesta da parte degli Stati Uniti che tutti i membri dell’Alleanza atlantica portino le spese militari sopra il 2% del Pil. Ma non solo. Trump, per bocca di Pompeo e del consigliere per la sicurezza nazionale Bolton, ha anche attaccato diversi partner del Vecchio continente sulla delicata questione del nucleare iraniano minacciando ritorsioni nel caso in cui l’Ue trovi metodi alternativi per appoggiare Teheran.

L’azione del presidente ha però trovato sponde in Europa. Da un lato iniziando una collaborazione con il nuovo governo italiano guidato da Giuseppe Conte, dall’altro trovando un’inaspettata intesa con il presidente francese che si è mostrato dialogante con il tycoon. Ma Trump ha trovato anche nella Polonia un nuovo partner per gli equilibri dell’europa centrale in netta contrapposizione con la Germania. Il cambio di passo della Casa Bianca in materia di relazioni diplomatiche è stato infatti mal digerito da Berlino. Basta guardare il gelo durante la visita della cancelliera tedesca Angela Merkel alla Casa Bianca dello scorso aprile. Washington ha attaccato i tedeschi sia sul piano del rapporto commerciale che su quello energetico, come evidenziato dagli affondi del presidente americano contro Berlino a luglio. L’America accusa la Germania di non spendere abbastanza per la Difesa e allo stesso tempo di chiedere protezione dall’aggressività russa pur versando miliardi di euro proprio a Mosca per gli approvvigionamenti energetici.

I rapporti tra Stati Uniti ed Europa restano molto tesi, per tutti gli elementi che abbiamo elencato e soprattutto per l’aggressività di Trump. Gli Usa hanno chiesto al Vecchio continente di scegliere se stare con Washington o con Pechino, allo stesso tempo hanno mostrato un certo fastidio nei confronti delle mosse di Francia e Ue che spingono per una difesa comune europea. Resta però da capire come muterà l’atteggiamento dell’Ue e dei vari stati membri con le elezioni europee de 2019 che potrebbero ridisegnare l’intera architettura europea sotto il segno del sovranismo.

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