Entrambi i governi negano apertamente di aver intavolato trattative per un accordo sul nucleare. Tuttavia, ufficiali iraniani, americani e israeliani confermano che gli incontri avvenuti nel corso della primavera nel Sultanato dell’Oman tra rappresentanti diplomatici di Washington e Teheran vertono proprio sul dossier nucleare. Sul tavolo molte carte: percentuali di arricchimento dell’uranio, revoca delle sanzioni, rilascio di prigionieri, minacce e ricatti. I nervi sono tesi su entrambi i fronti, e il rischio di un confronto militare a tutto campo non alletta nessuna delle due parti. Un negoziato informale potrà rimediare una distensione, almeno temporanea?
Un rapporto ad alta tensione
Nel quadro generale fatto di pochi dati certi, molte variabili e diversi scenari illustrato dal New York Times, l’obiettivo urgente da parte americana è di raggiungere un accordo informale e non scritto – da alcuni denominato “cessate il fuoco politico” – per placare le tensioni tra i due Paesi nell’ottica di scongiurare il rischio nucleare. Infatti, la recente accelerazione dell’Iran nell’arricchimento dell’uranio ha avvicinato ulteriormente la potenza mediorientale alla creazione di una bomba atomica; la fornitura di droni armati avanzati a Mosca ha garantito alla Russia uno strumento fondamentale nella guerra intrapresa in Ucraina; il finanziamento di gruppi armati come Hamas e Hezbollah è costato numerose vittime tra le fila delle Idf israeliane, e la brutale repressione delle proteste popolari contro il governo scaturite dall’uccisione di Mahsa Amini ha fatto registrare un incremento senza precedenti di condanne a morte emesse contro i dissidenti politici e un inasprimento delle condizioni di vita della popolazione civile iraniana.
Tutti questi fattori hanno progressivamente isolato la Repubblica Islamica politicamente, e la dura condanna della Casa Bianca per queste iniziative ha reso ancora più tesa la relazione tra i due Stati, da lungo tempo ostili.

I vaghi contorni delle trattative tracciati da tre ufficiali maggiori israeliani, uno iraniano e uno americano riflettono ora una tiepida ripresa dei rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e l’Iran ad un anno dalla fallimentare chiusura delle trattative per recuperare il Jcpoa, l’accordo sul nucleare iraniano saltato nel 2018 per via del ritiro unilaterale degli Stati Uniti nel corso della presidenza Trump. In vigore, l’accordo aveva marcatamente limitato il programma nucleare iraniano in cambio della revoca di alcune sanzioni.
Proprio nel corso dei negoziati per recuperare l’accordo del 2015, l’Iran si era definitivamente rifiutato di incontrare direttamente ufficiali statunitensi. Solo alla fine del 2022, l’inviato speciale americano per l’Iran ha incontrato l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite Amir Saeid Iravanil, mentre a inizio maggio il coordinatore per il Medio Oriente della Casa Bianca Brett McGurk si è recato a Mascate per partecipare alle trattative indirette mediate dagli Omaniti. Il ministro degli Esteri iraniano ha confermato che la delegazione inviata a Mascate includeva il capo negoziati nucleari di Teheran, Ali Bagheri Kani.
L’interesse americano
Secondo i diplomatici israeliani, che descrivono l’intesa come imminente, l’Iran potrebbe aderire ad un patto che preveda la sospensione delle attività di arricchimento oltre l’attuale livello di produzione, già pericolosamente vicino a quel fatidico 90% necessario a costruire un’arma nucleare (i dati comunicati ufficialmente da Teheran attestano un arricchimento al 60%, mentre a febbraio i tecnici dell’Aiea hanno rinvenuto prove di uranio arricchito all’83%). L’eventuale ottenimento del 90% vedrebbe la Casa Bianca obbligata a scatenare una risposta immediata, decisa e forte.
In aggiunta, l’Iran dovrebbe impegnarsi a porre fine agli attacchi letali che mettono in pericolo il personale dell’esercito americano in Siria e in Iraq per mano dei proxy regionali di Teheran. Dovrebbe inoltre garantire di permettere un maggior controllo agli ispettori internazionali dell’Agenzia per il nucleare, e sospendere immediatamente la vendita di missili balistici e Uav alla Russia.
Il tornaconto iraniano
In cambio, l’Iran guadagnerebbe la garanzia di un allentamento delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, che da anni soffocano l’economia iraniana. Washington e i suoi alleati dovrebbero inoltre smettere di sequestrare il carico delle petroliere in uscita dal Golfo che trasportano petrolio iraniano, e dovrebbero impegnarsi a non cercare soluzioni punitive presso le Nazioni Unite o l’Aiea contro l’Iran per il suo programma nucleare.
Teheran potrebbe pretendere che gli Stati Uniti scongelino miliardi di dollari di asset iraniani depositati all’estero – il cui uso sarebbe limitato ad obiettivi umanitari – in cambio del rilascio di tre prigionieri iraniani-americani, che secondo Washington sono ingiustamente incarcerati (con accuse di spionaggio e reati contro la sicurezza nazionale). Gli ufficiali americani sentiti dal Nyt non solo non hanno confermato il legame tra la scarcerazione dei prigionieri e lo sblocco dei fondi, ma hanno anche negato connessioni tra i prigionieri e gli affari nucleari.
È di questa settimana tuttavia un segnale che potrebbe indicare uno sviluppo in questo senso: gli Stati Uniti hanno concesso al governo dell’Iraq una deroga alle sanzioni per pagare 2,76 miliardi di dollari di debiti accumulati nei confronti dell’Iran per le forniture di gas ed energia elettrica. Rimane necessaria grande cautela: quando nel 2016 l’amministrazione Obama pagò 400 milioni di dollari all’Iran per rilasciare dei prigionieri americani e allentò la pressione delle sanzioni, il Presidente fu accusato da più parti di aver permesso il finanziamento di attività terroristiche.
La distensione a tutti i costi
Alla conferenza stampa del 14 giugno Matthew Miller, il portavoce del dipartimento di Stato americano, ha affermato che “le voci su un accordo nucleare, temporaneo o meno, sono false e fuorvianti. La nostra policy primaria è assicurarci che l’Iran non ottenga mai un’arma nucleare. Siamo convinti che la diplomazia sia il modo migliore per raggiungere questo obiettivo, ma ci prepariamo a tutte le possibili evenienze”.

Parlando ad un gruppo di scienziati e ufficiali iraniani nel corso di una mostra sui risultati dell’industria nucleare a Teheran, la scorsa settimana l’ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che sarebbe pronto ad avallare un accordo con l’Occidente, a patto che l’infrastruttura nucleare iraniana venga mantenuta intatta. Il leader supremo ha poi aggiunto che è giusto che l’Iran conceda almeno un livello minimo di cooperazione con ispettori nucleari internazionali.
La riattivazione delle trattative potrebbe aver turbato gli osservatori di Tel Aviv, preoccupati dall’idea che nuove intese potrebbero ridurre la pressione economica occidentale sull’Iran o addirittura traghettare i due Paesi verso un più ampio accordo nucleare. Israele teme che una simile iniziativa garantirebbe nuova linfa vitale all’economia iraniana senza danneggiare le sue attività nucleari.
Nel breve periodo, l’obiettivo primario è quello di arginare un trend intimidatorio che sta mettendo le parti in conflitto in una posizione tale da obbligarle a rivalersi sull’avversario in una maniera drastica, che destabilizzerebbe lo status quo. Temporeggiare ora con un accordo lasco e flessibile concederebbe la possibilità di avvicinarsi senza l’acqua alla gola al tavolo delle trattative ufficiali, che dovrà – forse, un giorno – produrre un accordo sul nucleare solido, autorevole e duraturo. Inoltre, un accordo che abbia la forma di un’intesa piuttosto che di un trattato potrebbe bypassare la necessità di approvazione da parte di un congresso americano che è profondamente ostile all’Iran.
