Nelle ultime settimane, il Commissario europeo per gli affari economici Pierre Moscovici si è distinto per i durissimi attacchi al governo italiano e alla sua manovra economica e alla contemporanea concessione di una linea di credito fortemente maggiore al suo Paese, la Francia, nel momento in cui Emmanuel Macron ha dovuto proporre un aumento del deficit di bilancio ben oltre i limiti sanciti dai trattati comunitari per venire incontro alle rivendicazioni dei gilet gialli.

Sconcerta, in Moscovici, il palese doppiopesismo con cui sono state trattate le dichiarazioni programmatiche dei leader dei due Paesi. Se il deficit italiano portato al 2,4% del Pil è stato censurato ancor prima che della manovra si iniziassero a intravedere i contenuti, nel caso di Macron il commissario connazionale è stato inaspettatamente cauto: “Bisogna tenere a mente che nel caso dell’Italia abbiamo un documento programmatico di bilancio, mentre in quello della Francia abbiamo un discorso. E che cosa possiamo fare davanti ad un discorso?”.

Sembrano lontani oramai i giorni del 2012 in cui Moscovici, da ministro dell’Economia, attaccava il commissario finlandese Oli Rehn per l’assurda rigidità delle regole comunitarie e per i nefasti effetti dell’austerità fiscale. Da commissario, Moscovici ha adottato una linea incostante scagliandosi con lo zelo del neoconvertito contro l’Italia come paladino del rigore fiscale ma adottando una linea ben più moderata con la Francia, in cui non può non avere influito una serie di considerazioni personali.

Moscovici, infatti, è stato nominato commissario nel 2014 dal Partito Socialista a cui ha aderito negli anni Ottanta dopo la sua giovanile militanza nei movimenti trotzkisti lasciati nel 1984, quando aveva 27 anni. Il Partito Socialista allora controllava l’Eliseo con François Hollande e esprimeva la maggioranza parlamentare che sosteneva l’esecutivo di cui Moscovici era membro prima di approdare a Bruxelles. Da allora molto è cambiato: l’ascesa di Emmanuel Macron e i rovesci politici di Hollande hanno svuotato i socialisti, ora accreditati di consensi compresi tra il 5 e il 10% in vista delle elezioni europee. Il Commissario agli affari economici pensa anche al suo futuro politico personale, che in larga misura coinciderà con quello del Presidente del suo Paese.

Moscovici, che l’anno scorso salutò la vittoria di Macron alle presidenziali francesi come “una buona notizia per la Francia e per l’Europa”, potrebbe candidarsi alle europee del 2019 proprio con En Marche, la formazione del presidente, “o comunque nell’alveo di un movimento ‘libdem’ che poi all’Europarlamento fonderebbe un nuovo gruppo insieme ad altre formazioni simili in Europa, gli spagnoli di Ciudadanos o anche la nuova creatura politica che potrebbe lanciare in Italia Matteo Renzi”, scrive l‘Huffington Post.

Di conseguenza, “è naturale che tutto questo annulli ogni ipotesi europea di sanzionare Macron per le maggiori spese in deficit, proprio ora che la Francia era uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo dopo 9 anni di sanzioni. Non può farlo Moscovici e non ama parlarne. Non può farlo Juncker, del quale ancora si ricorda una frase celebre di qualche tempo fa. “La Francia è la Francia”, disse il presidente della Commissione ad un incontro con i sindaci francesi. E ‘la Francia è la Francia’ sembra essere il motto che ancora oggi guida la Commissione Europea”.

Macron pronto a premiare la lealtà di Moscovici con una candidatura che ne prolunghi la personale carriera politica non è affatto uno scenario remoto, ma un’ipotesi che potrebbe presto concretizzarsi. Facendo emergere, nota Il Sussidiario“un problema politico-istituzionale drammatico, che esula dai “pesi e misure” adottati dall’Ue verso Paesi più o meno in ordine con i parametri di Maastricht” e riguarda “il funzionamento delle singole democrazie nei singoli Paesi-membri dell’Ue”.

Sovrapponendosi, nel caso francese, coi tentativi di Macron di rimediare al fallimento del suo progetto politico. Che ha portato il Presidente a iniziare a sondare, nel mese di novembre, diverse personalità politiche e del mondo dell’economia per conoscere gli spazi di manovra futuri del suo movimento, che ha perso l’inerzia dei primi mesi. Le Figaro ha segnalato questo giro di consultazioni d’emergenza di Macron, citato da poche testate in Italia tra cui spicca Affari Italiani, concretizzatesi in una cena riservata che avrebbe coinvolto “personalità di primo piano, pesi massimi della maggioranza En Marche, come il premier Edouard Philippe, ma anche vertici centristi del MoDem, Francois Bayrou e Marielle de Sarnez. Presenti anche gli ex premier neogollisti, Alain Juppe e Jean-Pierre Raffarin, in rotta con la linea impressa ai Républicains dall’attuale segretario Laurent Wauquiez, […] l’attuale ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian e il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici”. Dulcis in fundo dello stato maggiore della nuova versione del macronismo. I cui risultati non si preannunciano migliori della precedente. Mentre per le ambizioni politiche personali un solo uomo infligge danni potenzialmente irreparabili alla credibilità internazionale delle istituzioni della Commissione europea.

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