Un atto che scuote la diplomazia internazionale. La Russia è il primo Paese al mondo a riconoscere formalmente il governo dei talebani in Afghanistan scegliendo una cerimonia solenne in cui l’ambasciatore di Kabul, Gul Hassan Hassan, ha consegnato le sue credenziali al viceministro degli Esteri di Mosca, Andrei Yuryevich Rudenko. La mossa non è un fulmine a ciel sereno: dallo scorso aprile i talebani non sono più considerati un’organizzazione terroristica da parte della Russia, dopo una graduale normalizzazione dei rapporti manifestatasi negli ultimi tempi. ll ministero degli Esteri russo ha benedetto l’iniziativa, parlando di un “impulso alla cooperazione produttiva” in settori strategici come energia, trasporti, agricoltura, infrastrutture, lotta al terrorismo e narcotraffico.
Nelle file dell’opposizione afghana e delle organizzazioni per i diritti delle donne regna la preoccupazione, temendo che il beneplacito diplomatico al Governo islamista possa alimentare l’azione repressiva nei confronti del mondo femminile, come sostenuto dall’Afghan Women’s Political Participation Network.
Il nuovo corso delle relazioni russo-afghane disegna uno spartiacque nella storia che lega i due Paesi, segnata perlopiù da ingerenze, tensioni e guerre per più di quarant’anni, e che oggi potrebbe aprire a scenari del tutto nuovi per l’Asia centrale e non solo .
La guerra del ‘79 e la collaborazione tra Russia e Occidente
Era il 1979 e tra le montagne intorno a Kabul i carri armati sovietici avanzavano per rovesciare il governo di Hafizullah Amin – reo di una repressione spietata e di un’eccessiva modernizzazione dei costumi che alimentavano, per eterogenesi dei fini, la radicalizzazione islamica – e porre fine a una cruenta guerra civile che rischiava di minare la Repubblica Democratica dell’Afghanistan d’ispirazione socialista . Quel che doveva essere un intervento “stabilizzatore” si trasformò in una palude militare. I soldati sovietici si ritrovarono sotto il fuoco dei mujaheddin, sostenuti dagli Stati Uniti di Jimmy Carter che tramite le covert operations della Cia hanno fornito risorse a coloro che oggi chiamiamo talebani. Dopo un decennio di combattimenti, oltre 15.000 soldati morti e nessun risultato tangibile, Mosca fu costretta a ritirarsi nel 1989. Quella sconfitta provocò un trauma nella coscienza collettiva russa, dando origine a quella che venne definita “sindrome afgana” che portò al tramonto di qualsiasi ambizione geopolitica da parte dell’Orso russo nei decenni a seguire.
Dopo i fatti dell’11 settembre, però, ci fu un cambio di passo inaspettato La Russia decise di collaborare al fianco degli Stati Uniti e della NATO nella guerra al terrorismo, offrendo basi militari nei Paesi dell’Asia centrale e supportando la missione ISAF, Forza internazionale di assistenza per la sicurezza, fornendo equipaggiamenti e mezzi logistici. Come mai una collaborazione con il rivale storico della Guerra Fredda? Per Mosca, l’Afghanistan era ai tempi una spina nel fianco piuttosto pungente: l’enorme afflusso di eroina e oppio che fa della Russia la principale consumatrice delle droghe afghane; il rischio che l’ideologia islamista attecchisse nelle regioni a maggioranza musulmana, accrescendo la possibilità di insurrezioni a sfondo eligioso. Di fronte a questo scenario, il Cremlino ha adottato una strategia di contenimento che facesse sì che fosse presente ma dietro le quinte.
Il nuovo corso delle relazioni centroasiatiche
Dopo decenni segnati da diffidenza e distacco, il rapporto tra Mosca e Kabul ha imboccato una nuova traiettoria. Già nel 2017 Vladimir Putin si era fatto promotore di un dialogo tra l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai – entità volta a incentivare la collaborazione in ambito politico, economico e sociale in Asia – e l’Afghanistan con il tentativo di plasmare un’architettura di sicurezza comune per la regione centroasiatica. Un segnale importante della distensione tra Mosca e Kabul è giunto nel 2021, anno del ritorno al potere dei talebani dopo il ritiro delle truppe statunitensi. Le nazioni occidentali nell’estate di quell’anno si affrettavano a fare rimpatriare il proprio personale diplomatico, il Cremlino decise di tenere aperta la sua ambasciata e d’interloquire sin da subito con i nuovi governanti dell’Afghanistan.
Il gesto aveva una forte valenza simbolica poiché sebbene Mosca non volesse ancora legittimare il regime di Kabul, l’intenzione era quella di tenere le porte del dialogo aperte. Non a caso, dal 2021 a oggi le delegazioni afghane sono state più volte ospitate all’ombra del Cremlino in occasione di summit multilaterali per discutere dello sviluppo dell’Asia centrale in cui non solo i russi per bocca del ministro Lavrov, ma anche i rappresentanti di Cina e India hanno rivolto ai talebani l’invito a mostrare una maggiore sensibilità per i diversi gruppi etnici coinvolgendoli nella partecipazione alla vita pubblica e a mantenere una postura più moderata agli occhi dell’opinione pubblica mondiale.
Attenzione, però, che gli interessi politici non sono i soli poiché c’è di mezzo anche lo zampino del dio denaro. Contestualmente all’imposizione di sanzioni economiche da parte degli occidentali per il conflitto con Kiev, Mosca ha visto nell’Afghanistan dei talebani un’inaspettata sponda con cui fare affari. A partire dal 2022, Kabul si è dimostrato un mercato molto appetibile per le esportazioni russe tanto che ingenti quantità di petrolio, diesel, gas e grano riforniscono l’industria afghana. Così facendo, russi e afghani hanno trovato un modo per uscire dall’isolazionismo a cui erano stati relegati dall’Occidente, supportandosi a vicenda considerando che l’Afghanistan a sua volta fornisce prodotti agricoli e medicinali all’Orso russo.
Il nuovo corso tra Mosca e Kabul è dunque il riflesso di un pragmatismo strategico, alimentato dalla memoria del passato e dai timori del presente. L’Afghanistan, un tempo ferita aperta, oggi diventa per il Cremlino una scommessa geopolitica e Mosca è pronta a giocare, consapevole che – in un equilibrio ancora fragile – il suo ruolo non potrà essere ignorato.