Dell’ormai famosa telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin, la parte più importante, a dispetto delle apparenze, è stata quella in cui i due leader hanno affrontato il tema della “lotta comune sui campi di battaglia della Seconda guerra mondiale”, come riferito da Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino. Non è un caso che i giornali italiani non ne abbiano parlato e quelli europei ne abbiano parlato pochissimo, gli uni e gli altri inchiodati alla “visione Ue” (ovvero visione Biden) della lotta tra Bene e Male (che ovviamente presuppone la prosecuzione della lotta fino all’estinzione del Male, che è irredimibile) e nella prosecuzione della guerra fino alla sconfitta della Russia.
Il fatto che Trump e Putin abbiano parlato delle comuni battaglie contro la Germania nazista e le potenze dell’Asse stabilisce invece che, pur avendo interessi strategici divergenti, Usa e Russia riconoscono di avere un passato comune e, in un certo senso, pari dignità sul “mercato” (termine assolutamente adeguato con questi due leader) della politica internazionale. Pensiamo quanto è lontana questa forma di confronto da quella che poche settimane fa è andata in scena nelle celebrazioni per gli 80 anni della liberazione del lager di Auschwitz. Alle quali, sia pure per ragioni del tutto diverse, mancavano i massimi rappresentanti dello Stato di Israele, erede degli ebrei perseguitati, e quelli della Russia, erede dell’Urss che con i suoi soldati liberò i prigionieri sopravvissuti nel campo. Con la Bbc (peraltro con Biden destinataria di fondi Usaid) impegnata a sostenere che Auschwitz era stato liberato dagli ucraini.
Ci vediamo sulla Piazza Rossa
Come dicevamo prima, è un cambio di paradigma radicale, quello adottato da Trump, e ovviamente ben gradito a Putin. Non è la legge del più forte ma la legge della forza: se non puoi battere il tuo avversario (o costa troppo provarci) prova a trattare, a trovare un accordo per te favorevole. Legge della forza che si applica in tutte le direzioni, e a maggior ragione con gli interlocutori più deboli: per esempio all’Ucraina (ti ho aiutato e ti aiuterò ma voglio essere compensato) come all’Unione Europea (dovete comprare più gas Usa, vi mettiamo i dazi sull’acciaio, le vostre regole sull’Ia non sono accettabili, ecc. ecc.).
Ma nel caso specifico di Trump e Putin, il riferimento alla Seconda guerra mondiale ha un significato ulteriore, perché Putin ha invitato Trump a recarsi a Mosca. Il momento topico in cui la Russia celebra i sacrifici e le vittorie ottenuti in quella che chiama la Grande guerra patriottica è il 9 maggio, il giorno della grande Parata della Vittoria. Nessun leader occidentale si è più fatto vedere sulla Piazza Rossa dal 2015, dopo l’occupazione russa della Crimea. E se fosse proprio Trump, quest’anno, ad avviare un clamoroso reset recandosi a Mosca per la parata? Il timing dell’invito putiniano rende lecito il sospetto. In più, c’è il fatto che l’invito per il 9 maggio è già stato accettato da Xi Jinping, presidente della Cina. Per come stanno andando le cose, davvero ci sentiamo di escludere che in quell’occasione Trump, Putin e Xi decidano di incontrarsi in quella che, ottant’anni dopo, avrebbe tutto l’aspetto di una nuova Yalta, questa volta non sulle rive del Mar Nero ma all’ombra delle cupole di San Basilio?
