Teorico delle relazioni internazionali e della via americana all’egemonia nel mondo globalizzato plasmato dall’ideologia liberale, Joseph Nye è stato un pensatore che più di molti altri ha, lontano dai riflettori, contribuito a costruire le strategie della superpotenza a stelle e strisce nell’epoca della sua massima proiezione e ha interpretato lo spirito del tempo della fine della Guerra Fredda e degli anni successivi.
Nye, decano di Harvard
Scomparso il 6 maggio a 88 anni, il politologo che ha costruito la struttura teorica dell’internazionalismo liberale, puntando inoltre sulla rilettura in chiave moderna del tradizionale concetto di “egemonia” sviluppato da Antonio Gramsci per teorizzare il potere morbido, il “soft power”, ha servito come docente e come funzionario pubblico nella sua lunga carriera, che ha avuto principalmente luogo a Harvard, dove è stato docente, direttore del Belfer Center for Science and International Affairs e decano della John F. Kennedy School of Government dal 1995 al 2004.
“Soft power significa semplicemente convincere gli altri a fare ciò che si vuole attraverso l’attrazione, piuttosto che con la coercizione o il pagamento. E l’ho sviluppato fondamentalmente come una risposta analitica a un problema”, dichiarò Nye nel 2024 parlando al Council on Foreign Relations, sottolineando che l’America avrebbe potuto e voluto prendersi carico dell’esercizio di questa leadership dopo la caduta dell’Unione Sovietica.
Dalla metà degli Anni Settanta alla metà degli Anni Novanta Nye teorizzò l’idea che l’America, dotata di una potenziale primazia militare e di un’irraggiungibile prevalenza economica sui suoi rivali, avrebbe potuto consolidarsi sulla scala globale solo conquistando “i cuori e le menti” del pianeta, dando sistematizzazione a quanto fatto nel post-Seconda guerra mondiale.
Soft power ed egemonia secondo Nye
La sensazione, secondo Nye, è che la supremazia Americana sarebbe durata se Washington fosse stata capace di esercitare prima ancora che di ostentare tale primazia, promuovendo il suo modello invece che cercare necessariamente conflitti con gli avversari. Democratico, ha lavorato nell’amministrazione Carter sul tema del disarmo atomico e in quella Clinton guidando il National Intelligence Council, facendo poi da consulente nell’era Obama al Segretario di Stato John Kerry.
Ma è un altro il presidente americano che Nye ritiene aver promosso al massimo il suo concetto di Soft Power, un repubblicano per la precisione: al Cfr nel 2024 Nye disse che quella compiuta da George H.W. Bush, “gestendo la fine della Guerra Fredda e la dissoluzione di un impero senza sparare un colpo e con la Germania riunificata nella Nato, è stata un’impresa straordinaria di politica estera. Purtroppo, i geni non sono determinanti, perché la decisione di suo figlio di invadere l’Iraq nel 2003 credo sia stata una delle peggiori”.
Il teorico dell’internazionalismo liberale non ha mai abbracciato appieno l’interventismo “umanitario” dei falchi divenuti egemoni nel Partito Democratico e da tempo faceva notare che non è su una dinamica conflittuale, ma su una competizione attiva e gestita tra potenze che doveva fondersi l’evoluzione dell’ordine globale.
Nye e la Cina
Relativamente al nuovo rivale degli Usa, la Cina, Nye ha sempre ammonito sul fatto che Pechino osservasse da vicino Washington, avesse puntato fin dal periodo pre-Olimpiadi del 2008 a una politica sul soft power e andasse considerata un rivale da gestire con le dovute proporzioni: “Un disaccoppiamento su vasta scala delle economie statunitensi (e occidentali) con la Cina sarebbe enormemente costoso per entrambe le parti. È improbabile che ciò accada a meno che non ci imbattiamo in una guerra”, dichiarò nel 2023 a InsideOver.
Parole che due anni dopo hanno grande valenza e meritano una lettura approfondita. Nye, che ha costruito la teoria del soft power, muore mentre gli Usa vedono questa loro postura tradizionale sempre più appannata. E di una vera leadership globale degli States è sempre più difficile parlare seriamente.
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