Alta tensione tra le vette dell’Himalaya. In Nepal migliaia di giovani sono scesi in piazza per protestare contro la corruzione e il divieto imposto dal governo su alcuni tra i social media più popolari del Paese. La situazione è presto degenerata in uno scontro con la polizia che ha dato vita a un’escalation di violenza che prosegue da giorni. Alcuni dimostranti hanno fatto irruzione nel palazzo del Parlamento e vandalizzato la residenza privata del primo ministro.
Le forze dell’ordine hanno quindi sparato proiettili di gomma, usato gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti e riportare l’ordine a Kathmandu.
Al momento della stesura di questo articolo il bilancio parla di 21 morti e oltre 280 feriti. Nella capitale è stato addirittura imposto il coprifuoco mentre il primo ministro nepalese, KP Sharma Oli, si è dimesso. Per il Nepal inizia così un periodo di incertezza politica proprio mentre il piccolo Paese si apprestava a godere i frutti della propria crescita economica.

Il casus belli delle proteste in Nepal
Ma cosa è successo in Nepal? Perché in un tranquillo Paese di neanche 32 milioni di abitanti sono esplose simili proteste? La narrazione ufficiale parla di una ribellione politica inscenata da una Generazione Z nepalese stanca della cattiva amministrazione e della corruzione delle élite al potere.
Eppure, a giudicare dai dati, l’economia di Kathmandu continua a crescere da anni. Nel 2024 il Pil è aumentato del 3,9% mentre per la fine del 2025 è atteso un suo incremento collocabile tra il 4,5 e il 4,6%. La World Bank ha confermato questa tendenza, fornendo addirittura una proiezione del 5,4% medio annuo per il 2026-2027 grazie a servizi, energia idroelettrica e commercio interno. Il Pil pro capite è intanto passato dai circa 1229 dollari del 2019 ai 1447 del 2024.
E allora perché bloccare questo miracolo economico? La protesta, iniziata lunedì 8 settembre, è stata indetta da gruppi di giovani nepalesi che l’hanno descritta come una ribellione della “Generazione Z” contro il divieto dei social media e la corruzione nel governo.
Le autorità avevano infatti bloccato 26 piattaforme, come Facebook, Whatsapp, YouTube e X, perché non registrate presso il Ministero delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione. Il governo si era mosso in questo modo nel tentativo di contrastare disinformazione, odio online e crimini cibernetici e garantire che le stesse piattaforme fossero responsabili e conformi alla legge nepalese.
Un Paese nel caos
Il blocco ha innescato una forte reazione pubblica scatenando proteste in diverse città, con slogan contro la censura e la corruzione. Di fronte alla pressione dell’opinione pubblica il governo ha fatto marcia indietro ma la rabbia dei giovani era ormai esplosa.
“La nostra prima richiesta è che questo governo si dimetta immediatamente perché ha perso ogni terreno morale dopo aver ucciso così tanti nostri fratelli e sorelle”, ha dichiarato Sudan Gurung, uno dei leader delle proteste, in un videomessaggio diffuso sul web. Sharma Oli si è fatto da parte per – ha scritto in un comunicato – aprire la strada alla soluzione costituzionale dell’attuale crisi.
A proposito di Oli, l’ex primo ministro ha ripetutamente affermato che il Nepal avrebbe mantenuto relazioni “amichevoli e bilanciate con India e Cina“. Allo stesso tempo c’è chi ha descritto Oli vicino a Pechino, in particolare dopo la sua visita in Cina – la sua prima destinazione estera, ignorando la storica prassi di partire da Delhi per i nuovi leader del Nepal – per negoziare investimenti infrastrutturali legati alla Belt and Road Initiative.
In ogni caso, e al netto di ipotesi non confermabili, è curioso il fatto che il Nepal sia il terzo Paese dell’Asia meridionale a costringere il proprio governo a dimettersi attraverso rivolte di piazza negli ultimi tre anni, dopo il rovesciamento del governo del Bangladesh (2024) e del leader dello Sri Lanka (2022). Senza dimenticare le proteste che stanno scuotendo l’Indonesia.


