Evo Morales ha accettato l’asilo politico offertogli dal Messico e si trova, dopo aver abbandonato la Bolivia ed essersi dimesso dalla carica di presidente, nella nazione latinoamericana. Questo è l’ultimo, drammatico sviluppo della lunga crisi politica boliviana, esplosa dopo le contestate elezioni presidenziali che avevano visto la riconferma, per un quarto mandato, del Capo di Stato progressista. La vittoria di Morales non è, però, stata accettata dall’opposizione politica, guidata dall’esponente conservatore Carlos Mesa e dai movimenti civici che hanno ritenuto che le consultazioni fossero state viziate da brogli. L’Organizzazione degli Stati Americani (Oas), dopo aver espresso simili preoccupazioni, aveva condotto un’inchiesta che si era conclusa con la richiesta di ripetere il voto, che sarebbe stato chiaramente manipolato. Morales aveva accettato questo esito ma era ormai troppo tardi: le tensioni politiche sono esplose in maniera sempre più dura ed è stato costretto alla fuga.

Il caos

Il punto di non ritorno, per Morales, è giunto probabilmente quando il Generale William Kalliman, posto a capo delle Forze armate, ha consigliato al presidente di lasciare il Paese per favorirne una pacificazione più rapida.

Senza il supporto o quantomeno la neutralità dell’esercito la presidenza era ormai fortemente in bilico

I rischi per la Bolivia non sono, però, terminati. Se gli oppositori di Morales possono festeggiare la sua dipartita politica e quella di molti dei suoi sostenitori, come il vicepresidente Alvaro Garcia Linera, i sostenitori dell’ex Capo di Stato hanno continuato a scontrarsi con la polizia nelle città di La Paz ed El Alto. Chiaramente avranno presto luogo nuove consultazioni, anche perché la Camera ed il Senato boliviani sono controllati, per due terzi, da deputati e senatori del Movimento al socialismo (Mas) di Morales ed è impossibile immaginare che l’apparato legislativo possa convivere con una presidenza che, probabilmente, verrà conquistata dalle opposizioni. Le tensioni sociali tra le fazioni opposte rischiano, però, di farsi incandescenti ed è concreto il timore che possa scoppiare una guerra civile.

Lo scenario internazionale

Le dimissioni di Morales hanno diviso, come prevedibile, i principali attori internazionali in gruppi contrapposti. Il presidente americano Donald Trump ha espresso soddisfazione per quanto accaduto definendolo un importante sviluppo democratico per l’Emisfero occidentale. La Russia, Cuba, il Venezuela ed il Nicaragua hanno invece condannato con forza il drammatico sviluppo politico che, di certo, creerà nuove tensioni tra i blocchi che si sfidano per il predominio in America latina. Da un lato ci sono Washington, Brasilia e Bogotà, che condividono un’ideologia politica conservatrice, mentre dall’altro ci sono gli esecutivi socialisti di Caracas, Managua, L’Avana, supportati in primis da Mosca che ha tutto l’interesse a complicare la vita degli Stati Uniti nella regione.

La delicata fase politica che sta attraversando la Bolivia verrà influenzata tanto dalle dinamiche interne quanto da quelle esterne, in un complesso mosaico di contrapposizioni, rivalità ed inimicizie. L’esilio messicano di Morales, garantito dal presidente progressista Lopez Obrador, non durerà per sempre e molto probabilmente il leader politico farà quanto possibile per tornare nel Paese latinoamericano e cercare di volgere la situazione in suo favore. La transizione boliviana, che dovrà passare da nuove consultazioni, potrebbe rivelarsi più problematica del previsto per l’opposizione politica.

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