Con un fatturato di oltre 177 miliardi di dollari nel 2017 e più di mezzo milione di dipendenti in tutto il mondo, Amazon rappresenta uno dei più importanti colossi dell’economia globale contemporanea. Gestisce non solo un business di e-commerce senza paragoni in Occidente, a livello globale paragonabile solo a quello della cinese Alibaba, ma anche una mole immensa di dati, che hanno contribuito a renderla un attore importante nel campo del cloud storage.

La società di Jeff Bezos, in una fase che vede l’economia interessata da una transizione verso tecnologie di frontiera come l’intelligenza artificiale e il 5G, gioca un ruolo importante nella “guerra dei dati” che si sta scatenando tra Stati Uniti e Cina (come insegna il caso Huawei) e al tempo stesso amplifica la sua proiezione nel campo della gestione di servizi tradizionalmente pubblici in diversi Paesi del mondo, rafforzando in questo modo tanto il suo business quanto la sua base dati a disposizione.

Lo stretto legame tra Amazon e il governo federale

Tutto parte dagli Stati Uniti. Paese alla cui strategia mondiale Amazon, come gli altri giganti del web, è intrinsecamente collegata. Come ricordato da Limes, “tramite la controllata Amazon Web Services (Aws), nel 2013 Amazon ha siglato un contratto da 600 milioni di dollari con la Cia per fornire un servizio cloud che è utilizzato dalle 17 agenzie della comunità di intelligence. E proprio la Aws è favorita per l’assegnazione del gigantesco programma di cloud computing del Pentagono, la Joint Enterprise Defense Iinfrastructure (Jedi), dal valore di 10 miliardi di dollari”, che Google ha abbandonato a seguito delle proteste dei dipendenti.

Donald Trump ha più volte attaccato Bezos, la massiccia elusione fiscale della sua società e la linea editoriale del giornale da lui posseduto, il Washington Post, ma la sua amministrazione non ha affatto intenzione di privarsi dei servizi di Amazon. Anzi, recentemente il Guardian ha rivelato come la direttrice del dipartimento per le relazioni governative della multinazionale di Seattle, Anne Rung, avrebbe contattato esponenti del General Services Administration (Gsa), una sorta di Consip a stelle e strisce, per gestire la creazione di un portale online per gli acquisti destinati alle istituzioni federali. 

Secondo il quotidiano britannico, questo porterebbe Amazon in una posizione dominante nella gestione di un mercato da 53 miliardi di dollari che, unito al delicato affare con il Pentagono e ai consistenti rapporti con la Cia, ne farebbe una proiezione diretta degli apparati federali.

L’Italia apre ad Amazon il servizio postale

Il governo italiano, distintosi negli ultimi mesi per una svolta filoamericana decisamente accentuata, non ha ancora optato per la decisiva “scelta di campo” sul caso Huawei, non avendo impedito alla multinazionale cinese di operare nel 5G nazionale, ma di converso ha aperto con decisione a Washington concedendo ad Amazon di entrare nel novero degli operatori postali nel Paese.

Dal 16 novembre, infatti, il colosso americano dell’e-commerce compare sull’elenco degli operatori postali pubblicato sul sito del Ministero dello Sviluppo economico, guidato da Luigi Di Maio, sotto le diciture Amazon Italia Logistica e Amazon Italia Transport. Ciò regolarizza una posizione che in passato la società ricopriva di fatto e che aveva portato a una sanzione da parte dell’Agcom.

Una concessione per la quale Amazon (che ha evaso 130 milioni di euro di tasse in Italia tra il 2009 e il 2014) pagherà solamente 624 euro in sei anni e che favorirà notevolmente il colosso Usa a scapito dei normali attori nazionali. Come scrive Il Fatto Quotidiano, “l’intesa tra Poste e Amazon e la nuova concessione “regalata” al gigante americano determinano una concentrazione monopolista sul mercato della logistica che l’Antitrust dovrebbe mettere sotto la sua lente. Si realizza così un’alleanza innaturale, anche perché la strategia di Amazon da “impresa gigante” è quella di indebolire gli Stati e il mercato”.

Il rischio, inoltre, è che questa concentrazione blocchi lo sviluppo del promettente settore della logistica delle piccole e medie imprese italiane. “La logistica non solo come esclusivo trasporto o magazzinaggio, ma come parte integrata dell’informatizzazione dove, con moderne tecnologie, si muovono e si controllano gli ordini, si organizzano le spedizioni, si gestiscono stock e si amministrano le scorte. L’ingrediente necessario per far crescere l’industria 4.0. Il rischio è che il governo non abbia la minima idea delle conseguenze dell’ingresso di Amazon sul mercato. Anche l’accordo Poste-Amazon non sembra essere una scelta cosciente delle strategie necessarie per far crescere il Paese e per far entrare la digitalizzazione nelle imprese italiane”.

I governi che limitano Amazon: Cina, India, Austria

La partita tecnologica è sfida geopolitica. Il presidente di Assoporti Zeno D’Agostino ha dichiarato a MediTelegraph che quella lanciata da grandi attori come Amazon è una sfida alle prerogative economiche degli Stati occidentali maggiore di quella, molto più pubblicizzata, di attori nazionali come la Cina.

Così come Huawei è stata limitata nei Paesi maggiormente alleati degli Usa, dal Regno Unito al Giappone, Amazon conosce forti restrizioni al di fuori dei tradizionali confini dell’Occidente. I colossi del web cinesi, primi fra tutti Alibaba e Tencent, nascono proprio grazie al protezionismo digitale con cui l’Impero di Mezzo ha tutelato i suoi attori tecnologici dall’ingresso delle majors statunitensi. 

Di recente Amazon, insieme a Walmart, ha conosciuto nuove importanti restrizioni anche in India, Paese dalle crescenti ambizioni a sua volta desideroso di tutelare la sua industria digitale nazionale. “Dal primo febbraio 2019, sarà vietato”, scrive l’Ansa, “stringere accordi di esclusiva, come quello che consente alla sola Amazon di vendere i cellulari del brand cinese OnePlus. Allo stesso tempo, i gruppi online non potranno più vendere beni detenuti in India da loro controllate locali, ma saranno obbligati a tenerli in magazzino di gruppi indiani. Non solo, nessun produttore potrà più affidare una quota superiore al 25% di un proprio bene ad un singolo rivenditore ed arriveranno restrizioni anche alle pratiche pubblicitarie e di marketing”.

Sotto accusa, dunque, la capacità di Amazon di risultare monopolista della filiera distributiva, disaggregando sistemi economici più tradizionali. Motivo per cui la società di Seattle è finita nel mirino delle autorità austriache, che ne contestano l’ambivalenza operativa. Tale mossa ricorda, in tono minore, la scelta della Francia di passare da Google a Qwant come motore di ricerca principale per i suoi servizi pubblici. In campo digitale, in fondo, Stati Uniti ed Europa sono meno coesi di quanto appaia. E in questo fatto l’ambiguo comportamento di colossi come Amazon, capaci con il loro peso economico di contare su scala globale come interi Stati, gioca un ruolo determinante.