Maia Sandu si presentava ai nastri di partenza della domenica elettorale moldava con una doppia speranza: conquistare al primo turno un secondo mandato da presidente della Moldavia e vedere una vittoria dirompente del “Sì” al referendum che avrebbe dovuto incidere nella Costituzione della Repubblica ex sovietica. Ebbene, in entrambi i fronti la leader liberale di Chisinau ha primeggiato alle urne ma perso la scommessa.
Se l’obiettivo era portare a casa i risultati, Sandu è sulla buona strada per fare doppietta: l’ex alta funzionaria della Banca Mondiale, leader del Partito di Azione e Solidarietà e filoccidentale convinta ha vinto il primo turno delle presidenziali con poco più del 40% dei voti e il referendum è passato con 6mila voti di margine. Ma questo ha acuito, piuttosto che ridimensionarle, le differenti pulsioni interne al Paese, dato che sul primo fronte Sandu se la vedrà con Aleksandr Stoiangolo, ex procuratore candidato del Partito dei Socialisti già guidato dall’ex capo dello Stato Igor Dodon, e sul secondo è stato decisivo il voto dei moldavi residenti all’estero.
Sandu nella giornata di ieri è diventata forse la prima leader europea di sempre a denunciare brogli e manipolazioni alla vigilia di voti che hanno visto le sue posizioni primeggiare alle urne, denunciando “attacchi alla democrazia moldava senza precedenti” e tentativi di interferenze da parte di attori ostili, leggi Federazione Russa. Una mossa che mostra la frustrazione e la tensione di un capo di Stato che sente di aver portato il suo Paese in una situazione complicata. Sandu è favorita per vincere il ballottaggio, ma il voto la indebolisce: esce meno solida, con un’ampia maggioranza contraria all’integrazione europea e, soprattutto, con la sua immagine unificatrice di fronte all’Occidente appannata.
Si conferma, dunque, complessa la volontà politica di dare una collocazione netta a un Paese che cerca ancora il suo posto nel mondo come la Moldavia. E se è sempre stato poco funzionale il tentativo dei nostalgici filorussi di portare Chisinau nell’orbita di Mosca, è altrettanto complesso pensare che oggi la Moldavia possa passare armi e bagagli all’Occidente euroatlantco.
Sandu ha scommesso tutte le sue carte per convincere, dalla presidenza, i moldavi della bontà della sua presa di posizione. Ha mostrato solidarietà all’Ucraina attaccata da Mosca, paventando che per la presenza della Transnistria separatista al suo interno la Russia avrebbe potuto balzare sulla neutrale Moldavia dopo la guerra con Kiev. In seguito, ha bandito le celebrazioni del 9 maggio, Giorno della Vittoria della Seconda guerra mondiale, subendo il contraccolpo di una sfilata collettiva da parte di decine di migliaia di persone che, come InsideOver ha testimoniato, hanno pacificamente rivendicato le loro tradizioni. Da ultimo, ha rinunciato a chiamare “moldavo” la variante di rumeno parlata nel Paese, creando la kafkiana situazione che vede la Transnistria, secessionista dall’ex Repubblica sovietica, chiamare “moldavo” quell’idioma che nella Moldavia propriamente detta ora è chiamato “rumeno”.
Tutto questo ha creato contraccolpi non solo simbolici nel piccolo Stato esteuropeo, posto al confine tra Romania e Ucraina, su una frontiera che si trova fine della Pace, sul limes d’Europa. Chisinau ha provato a chiedere ai suoi cittadini di scegliere di rompere una situazione che vedeva la Moldavia precariamente schierata su una posizione neutrale che formalmente non la vedeva impegnarsi né con la Nato né con la Russia e provare a bilanciarsi in un’Europa orientale che nell’ultimo decennio è andata sempre più polarizandosi.
Sandu in nome della scommessa europeista ha indicato ai moldavi di fare dell’Europa l’elemento unificante di un giovane Stato indipendente da poco più di trent’anni che nel mondo agitato del Duemila cerca di trovare come ricostruire al meglio la sua identità. E l’europeismo spinto che vede la Moldavia dover aspirare al ruolo di “Oriente dell’Occidente” per eccellenza e canta i destini manifesti dell’integrazione si contrappone al nazionalismo che accusa Sandu di star aprendo le porte alla temuta “Unirea”, la futura riannessione da parte della Romania dell’ex Bessarabia.
E in parallelo emerge una spinta neoidentitaria trasversale a destra e sinistra che prova a dare una rotta alternativa e costruisce una narrazione che vede il modello a cui guardare all’antica Moldavia medievale. Ovvero a uno dei regni balcanici esistiti prima dell’avvento dei Turchi che si contraddistingueva per i suoi simboli, dall’uro, antenato selvatico oggi estinto dei moderni buoi, che popolava le sue foreste alla figura combattiva del cugino di Vlad III Tepes (il celeberrimo Dracula), Stefano il Grande, difensore dell’indipendenza moldava contro cristiani e musulmani, capace di sconfiggere in battaglia Turchi, Ungheresi e Polacchi.
Insomma, il voto ha dimostrato la pluralità e le linee di frattura di uno Stato che bisognerebbe pensare a unire più che a dividere. Una Moldavia che è terra in cui una capitale in tutto e per tutto europeizzata come Chisinau convive con un’area rurale profonda squisitamente balcanica e con regioni peculiari come la Gagauzia, “terra dei lupi” popolata da una nazione propria di stirpe turanica, fieramente ortodossa e tradizionalista ma nostalgica dell’era sovietica, la cui leadership locale è attenta al legame con Russia e Turchia. Se Sandu pensava di annacquare tali differenze in nome di uno sforzo comune verso l’Occidente, la scommessa non è riuscita. E l’eterno dualismo moldavo continua e si rafforza. Rendendo ancora più conteso questo strategico Stato che si trova alle porte dell’Europa in fiamme, alla fine della Pace. Una pace che interiormente sul piano politico sembra, a tal proposito, sempre meno garantita.

