In Moldavia si rischia seriamente il caos istituzionale: non solo nessun nuovo governo in quattro mesi di trattative post elettorali, ma adesso anche la rimozione sia del presidente della Repubblica che dell’esecutivo uscito dal faticoso dialogo tra le varie forze politiche. Si tratta dunque di vera e propria paralisi, che rischia di travolgere le sorti di un paese tanto povero quanto strategico, essendo da sempre un territorio oscillante tra est ed ovest.

La rimozione del presidente Dodon

Sembra strano a vedere una comune cartina geografica, eppure questo piccolo fazzoletto di terra senza sbocco a mare compreso tra Romania ed Ucraina presenta al suo interno tante divisioni e contraddizioni. In primis, vi è la questione della Transnistria, ossia la fascia di territorio ad est del fiume Dnestr che solo de iure è territorio moldavo ma che de facto è una Stato governato da proprie autorità. Qui risiede una cospicua minoranza russa ed ucraina, vengono ancora usati i simboli dell’era sovietica e le indicazioni sono con l’alfabeto cirillico. Dall’altro lato del fiume, vi è il resto della Moldavia: fino al 1991 parte organica dell’Urss, il paese vive da sempre un acceso confronto tra filo russi e filo occidentali.

C’è chi si richiama alla storica appartenenza a Mosca terminata soltanto quando viene ammainata la bandiera rossa dal Cremlino, c’è chi invece dall’altro lato fa riferimento alla propria lingua molto simile a quella rumena ed alle proprie tradizioni che fanno dei moldavi dei “cugini” dei rumeni. La questione però è più politica che culturale. A portare avanti le istanze dei filo russi è il Partito Socialista, mentre gli europeisti sono rappresentati dalla coalizione Acum. In mezzo, vi è il Partito Democratico dell’oligarca Vlad Plahotniuc. Pur non avendo mai ricoperto incarichi istituzionali, è proprio quest’ultimo ad essere ritenuto quale vero dominus della politica moldava. Uomo più ricco del paese, interlocutore negli anni scorsi della Moldavia con l’Unione Europea, Plahotniuc è considerato un personaggio imprescindibile dentro il contesto istituzionale moldavo.

Nel 2016 il paese vive una profonda spaccatura, con le elezioni presidenziali che mettono di fronte al ballottaggio la parte filorussa con quella filo occidentale: ad avere la meglio è il socialista Igor Dodon, il quale supera per appena 80.000 voti l’avversaria europeista Maia Sandu. La tensione torna ad essere vissuta nuovamente nello scorso febbraio: il paese va alle urne per eleggere il nuovo parlamento e, come prevedibile, nessuno ha la maggioranza assoluta dei seggi. Primo partito è quello socialista, poi vi è la coalizione Acum, a fare da spartiacque vi è invece il Partito Democratico di Plahotniuc. A quelle elezioni fa seguito uno stallo di quattro mesi, terminato però con un clamoroso accordo: i due ex sfidanti, Dodon e Sandu, trovano l’intesa per un nuovo esecutivo in grado di mettere ai margini l’oligarca Plahotniuc. Ma a pochi giorni dall’annuncio, la Corte costituzionale blocca tutto: secondo i giudici, il governo sarebbe sorto fuori tempo massimo e dunque non solo viene dichiarato illegittimo ma si procede anche alla destituzione del presidente Dodon. Quest’ultimo, secondo la corte, è da considerare non più in carica.

Rischio paralisi

In Moldavia dunque si rischia adesso di avere due presidenti che non si riconoscono a vicenda. Questo perché, tra le altre cose, la Corte costituzionale trasferisce i poteri del capo dello Stato al primo ministro uscente, Pavel Filip. Quest’ultimo è membro del Partito Democratico di Plahotniuc, una circostanza che spinge i membri delle rivali forze politiche ad avallare l’idea che il potere dell’oligarca riesce ad influenzare la stessa Corte Costituzionale. Filip dal canto suo, come primo atto da presidente facente funzione pone la firma sul decreto di scioglimento del parlamento uscito dalle elezioni di febbraio. Contestualmente, lo stesso Filip fissa per settembre le nuove legislative. Ma Dodon non demorde e parla invece di vero e proprio golpe: “Questo è un tentativo disperato – si legge in una nota a sua firma –  per usare la Corte costituzionale, che il Partito democratico controlla, al fine di usurpare il potere”.

Dodon si considera ancora presidente e, al tempo stesso, considera legittimo solo il governo uscito dagli accordi con l’ex rivale Sandu. Proprio quest’ultima, secondo quell’intesa, è chiamata al ruolo di primo ministro. Una sorta di condivisione del potere tra filo russi e filo occidentali sancito dalla volontà di allontanare Plahotniuc dal potere. Un accordo peraltro, benedetto trasversalmente anche all’estero: sia la Russia, che gli Usa e l’Unione Europea riconoscono il governo di Sandu e questo rischia di aumentare l’impasse tra le istituzioni moldave. Ed ora l’intera parte orientale del vecchio continente guarda con preoccupazione alle prossime evoluzioni.