La Moldavia è uno degli ultimi bastioni della presenza russa in Europa, ma la guerra fredda è finita e, con essa, la logica dell’appartenenza incontestabile ad un blocco di potere. Nuovi attori si sono affacciati sulla scena regionale e sono intenzionati a sfidare la consolidata egemonia russa sul paese, in primis Romania e Turchia.

Mentre Bucarest sta provando ad accelerare il processo d’integrazione del proprio vicino nell’Unione Europea tramite lobbismo, diplomazia, economia e influenza culturale (il progetto della Grande Romania), l’arrivo di Ankara è da leggersi nel contesto dell’agenda espansionistica erdoganiana basata sui fondamentali del neo-ottomanesimo e del panturchismo.

Le mosse turche in Gagauzia

La Gagauzia è una regione autonoma all’interno della repubblica moldava che ha dichiarato la propria indipendenza nell’agosto 1991, ossia un mese prima che la più celebre Transnistria facesse lo stesso. Sebbene la religione maggioritaria sia il cristianesimo ortodosso, i gagauzi sono un popolo etnicamente e linguisticamente turco stanziatosi nella regione tra il 12esimo e il 13esimo secolo.

Contrariamente a quanto accaduto in Crimea con i tatari, i rapporti fra russi e gagauzi son stati caratterizzati da mutue simpatie e sostegno sin dalla discesa dell’impero zarista nella Bessarabia durante il 19esimo secolo. Nel 1991 fu indetto un referendum per definire il destino della regione: la stragrande maggioranza della popolazione votò per essere annessa all’Unione Sovietica. Infine, tre anni più tardi, il governo centrale riuscì ad evitare la secessione concedendo un regime d’autonomia speciale.

E l’immedesimazione con la Russia non sembra essere mutata negli ultimi vent’anni, dato che un referendum consultivo del 2014 stabilito per chiedere agli abitanti di scegliere tra l’avvicinamento all’Unione Europea o il mantenimento del primato diplomatico con Mosca si è concluso con il 97% dei voti in favore di quest’ultimo. L’anno seguente, invece, le elezioni locali sono state vinte dalla candidata filorussa Irina Vlah.

Eppure, il posizionamento filorusso della classe politica e della stessa popolazione potrebbe mutare nei prossimi anni, alla luce del crescente interesse di Erdoğan nel convertire la regione agli ideali del panturchismo. Ad esempio la Vlah, pur riconoscendo alla Russia un ruolo di prima importanza, ha manifestato la volontà di fare della Gagauzia un polo d’attrazione anche per la Turchia, la quale sta radicando la propria presenza attraverso investimenti, interscambio commerciale e iniziative culturali.

L’Agenzia di Coordinamento e Cooperazione Turca (Tika), che è l’ente governativo dedicato al finanziamento di progetti infrastrutturali, energetici e culturali, e all’aiuto allo sviluppo in paesi di interesse strategico per la politica estera nazionale, negli ultimi anni sta devolvendo quote sempre crescenti del proprio bilancio alla Gagauzia, nella quale ha costruito scuole di lingua turca e gagauza, ospedali, asili, case di cultura, una biblioteca, e finanzia la ristrutturazione di strade, edifici, acquedotti e del sistema infrastrutturale nel suo complesso.

Fra il 1993 ed il 2012 la Tika ha destinato in Gagauzia una parte significativa dei 24 milioni di dollari spesi in Moldavia per il finanziamento dei progetti suscritti e di molti altri ancora, in ogni settore di rilevanza – incluso quello mediatico.

Attraverso i centri di cultura, nei quali si enfatizza la comune identità turcica e si promuovono gli scambi bilaterali, Ankara sta alimentando la rinascita del nazionalismo gagauzo, tentando di plasmare le future dinamiche sociali e politiche della regione autonoma in proprio favore. In occasione della due-giorni ufficiale in Moldavia dell’ottobre 2018, durante la quale Erdoğan e l’omologo Igor Dodon hanno firmato un accordo di cooperazione militare, il presidente turco ha fatto una storica visita a Comrat, il capoluogo della Gagauzia, incontrando la Vlah e dichiarando che le autorità turche stavano lavorando congiuntamente con quelle moldave per garantire alla regione la “piena autonomia” e che avrebbero fornito tutto l’aiuto e gli incentivi necessari per tale scopo.

Di carattere altamente simbolico ed evocativo sono anche gli eventi-chiave che stanno coronando l’intensificazione dei rapporti bilaterali gagauzo-turchi. Nel 2017, ad esempio, la cerimonia di svelamento di un busto dedicato a Mustafa Kemal, il padre della Turchia moderna, eretto nel cortile della biblioteca turca di Comrat, è stata accompagnata dal suono degli inni nazionali di Moldavia, Gagauzia e Turchia, seguito da un minuto di silenzio per commemorare lo statista.

L’obiettivo del presidente turco è chiaro: sfruttare il temporaneo momento di debolezza e distrazione russo, causato dalle sanzioni occidentali e dal focus geopolitico spostato su altri fronti internazionali, per alimentare il riposizionamento della Gagauzia nella sfera d’influenza di Ankara, utilizzando questa piccola regione dalle velleità altalenanti tra secessione e autonomia come una leva di pressione con cui controbilanciare il potere di Mosca in Moldavia e, in esteso, in Ucraina.

A corroborare quest’ipotesi sono gli stessi passaggi fondamentali – ma che sono stati ignorati – del discorso tenuto da Erdoğan durante la visita in Moldavia: l’importanza che la Gagauzia riveste per la Turchia alla luce della sua storia e della sua posizione, ossia che è abitata da un popolo turco e che ciò che avviene al suo interno si riflette sulla stabilità regionale, e l’impegno turco a difendere la Moldavia dalle minacce disgreganti provenienti dalla Transnistria in quanto considerato paese amico e partner strategico di cui si condividono gli “interessi vitali“.

A evidenziare la crescente importanza rivestita dalla Gagauzia nella galassia del panturchismo è anche il fatto che il quinto incontro annuale del Gruppo di Lavoro delle Minoranze Turche dell’Unione Federale delle Nazionalità Europee si è tenuto a Comrat a novembre dello scorso anno. E la vera protagonista dell’evento è stata proprio Ankara, che ha partecipato attraverso la Presidenza per i Turchi all’estero e le comunità relative, un ente governativo che si occupa di rafforzare il dialogo tra i paesi abitati da popolazioni turche.

I risultati conseguiti dal governo locale sono stati considerevoli: accordi per maggiori investimenti nella regione, impegno dei paesi partecipanti a far ottenere alla Gagauzia maggiore riconoscimento a livello internazionale,

Rapporti bilaterali sempre più stretti

Un mese prima che Erdoğan visitasse Chișinău e Comrat, un’operazione antiterrorismo dei servizi segreti moldavi, con l’appoggio esterno di quelli turchi, ha portato all’arresto di sei cittadini turchi accusati di essere membri del Gülen hareketi, il presunto circuito internazionale anti-erdoganiano ruotante attorno alla figura del predicatore Fethullah Gülen – colui che secondo il presidente turco avrebbe orchestrato il tentato colpo di Stato di luglio 2016.

Gli arrestati lavoravano come corpo docente presso la catena di scuole private “Orizont”, della quale era stato posto in custodia anche il direttore Turgay Sen a marzo dello stesso anno per accuse di finanziamento al terrorismo. Tutti e sette i sospettati sono stati poi estradati in Turchia.

Collaborazione nella lotta al gulenismo a parte, Moldavia e Turchia stanno intensificando i rapporti bilaterali in ogni settore strategico: difesa, sicurezza, economia, commercio, diplomazia.

Dal 2016 i due paesi sono legati da un accordo di libero scambio che ha reso la Turchia una delle prime cinque destinazioni delle esportazioni moldave.

Ma è stata la due-giorni di Erdoğan dell’ottobre 2018 l’evento più eloquente di questo nascente partenariato strategico. Non solo il presidente turco ha concluso un accordo di cooperazione militare che prevede esercitazioni congiunte, scambio di informazioni e supporto logistico, e ha partecipato alla riapertura del palazzo presidenziale di Chișinău, ristrutturato completamente da Ankara per una spesa di quasi 8 milioni di euro, ma con la sua visita in Gagauzia ha inviato un chiaro messaggio allo storico rivale russo: la Turchia è entrata in Moldavia per restare.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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