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La parola “Tahrir“, in arabo, significa “liberazione“. O meglio: l’atto di liberare, di emancipare. Nell’Egitto contemporaneo, Tahrir ha diverse accezioni. Prima di ogni altra cosa, però, rimanda al nome della piazza centrale del Cairo.

Piazza Tahrir

Nel 2011, il nuovo corso del Paese è partito proprio da lì, da quel luogo al centro della capitale in cui migliaia di persone si erano radunate per decidere la destituzione di Hosni Mubarak, che al potere era stato per quasi trent’anni. Era il 25 gennaio e il vento della primavera araba, che aveva iniziato a soffiare nella Tunisia di Ben Ali, aveva raggiunto anche l’Egitto. Come i tasselli di un domino, alcuni dei principali sistemi politici del Maghreb, del Medio Oriente e del mondo arabo, in generale, avevano iniziato a sgretolarsi e a collassare. Uno dopo l’altro. In piazza Tahrir, in Egitto, erano andati in tanti e la folla che animava la protesta era eterogenea. Religiosi, laici, intellettuali, ma soprattutto giovani, convinti che la speranza di un nuovo corso dovesse passare necessariamente attraverso un cambiamento radicale.

Chi era Morsi per la piazza

Mohamed Morsi, per molti e soprattutto all’inizio, aveva rappresentato questo. Uomo dallo sguardo mite e dall’immagine pubblica sobria e pacata, era stato il primo politico a essere eletto democraticamente dalla caduta di Mubarak. Per tanti, la sua elezione, nonostante il suo corso non abbia avuto l’esito desiderato, è rimasta l’unica in epoca contemporanea, perché c’è chi oggi, in Egitto e non solo, considera l’ascesa del generale Abdel Fattah al-Sisi viziata da errori, inesattezze e abusi.

I Fratelli musulmani scendono in piazza Tahrir in favore del presidente Morsi (LaPresse)
I Fratelli musulmani scendono in piazza Tahrir in favore del presidente Morsi (LaPresse)

La Fratellanza musulmana

Morsi, padre di cinque figli, era cresciuto in Egitto, in una famiglia contadina. Dalla vita rurale si era affrancato studiando ingegneria chimica all’università, per poi trasferirsi per un periodo negli Stati Uniti. Nel suo Paese aveva scelto di tornare negli anni Ottanta, ma la carriera politica l’aveva iniziata nel 2000, quando riuscì a entrare in Parlamento e si unì ai Fratelli musulmani, del cui partito, Libertà e Giustizia, fondato nel 2011, divenne il presidente. In quell’anno fu arrestato e incarcerato, perché nell’era Mubarak la Fratellanza musulmana era considerata un’organizzazione clandestina. Dal carcere riuscì a fuggire dopo la deposizione dell’ex raìs, azione che lo avvicinò ai manifestanti e alla piazza e che, forse, lo rese il candidato perfetto all’immagine del rinnovamento.

Le elezioni del 2012

Il 24 giugno 2012 vinse le prime elezioni libere in Egitto contro il candidato dell’era Mubarak, Ahmed Shafiq, che per molti aveva rappresentato un passato soffocante e oppressivo. La vittoria politica di Morsi, un uomo quasi sconosciuto e, per alcuni, finito ai vertici dello Stato praticamente per caso, aveva avuto un significato quasi escatologico, non solo per i musulmani, ma anche per tutti i cittadini che per anni erano stati esclusi dalla vita pubblica (e politica). Un riscatto, che aveva infiammato migliaia di persone. Almeno all’inizio.

Un’immagine contraddittoria

Ma l’immagine pubblica di Morsi, nel tempo, è cambiata ed è parsa contraddittoria. Leader di un partito che della religione aveva fatto la sua azione politica, a molti era sembrata anche la prima (e, forse, l’ultima) possibilità di un sistema di governo voluto davvero dalla maggioranza degli egiziani. Non lo votarono tutti con convinzione, ma scelsero la sua candidatura per dare un messaggio netto: il vecchio sistema non era più una forma politica accettabile e sostenibile. Rimase in carica per un anno, dal 2012 al 2013. Ma le sue mosse non trovarono l’approvazione di gran parte della popolazione che, più esigente, tornò in piazza. L’idea dell’approvazione di una nuova costituzione di stampo più islamista spaventò una buona parte di cittadinanza che, proprio in lui, aveva affidato l’idea del cambiamento. Il culmine delle proteste lo portò in carcere, quando l’esercito decise di schierarsi dalla parte dei manifestanti, ma soprattutto contro di lui.

Il colpo di Stato e la fine

Fu deposto con un colpo di Stato e arrestato. Tutte le contromanifestazioni della Fratellanza musulmana vennero represse con violenza. A carico di Morsi diverse accuse: spionaggio, incitamento alla violenza ed evasione. Nel 2015 arrivò anche una condanna a morte, revocata tempo dopo.

Una foto scattata il 18 giugno del 2016 che mostra l'ex presidente Morsi dietro le sbarre (LaPresse)
Una foto scattata il 18 giugno del 2016 che mostra l’ex presidente Morsi dietro le sbarre (LaPresse)

Nel periodo passato in carcere pare abbia potuto ricevere soltanto quattro visite dai familiari. I sette anni di detenzione in stretto isolamento per 23 ore al giorno, forse, potrebbero riabilitare nell’immaginario collettivo la sua immagine. Secondo quanto riportato da Internazionale, Human Rights Watch stava ultimando un rapporto sul suo stato di salute. Un gruppo di parlamentari britannici, nel marzo del 2018, aveva scritto un rapporto dove si leggeva che la sua detenzione era “al di sotto degli standard internazionali per il trattamento dei carcerati” e costituiva “un trattamento crudele, inumano e degradante”. E concludevano il report scrivendo che, secondo il loro parere, la sua incarcerazione era “prossima alla tortura, sia secondo la legge egiziana, sia secondo quella internazionale”.

La morte come un “riscatto” morale?

Morsi se n’è andato a 67 anni, sul banco degli imputati nel carcere di Tora, al Cairo, accasciandosi contro il vetro antiproiettile che lo divideva dal resto della sala. Secondo quanto riportato dai media, il leader islamico si sarebbe sentito male dopo aver ottenuto la parola per cinque minuti. Aveva usato il tempo a disposizione per lamentarsi di “essere stato esposto alla morte” e “privato di medicinali e del diritto di parlare con gli avvocati”. Probabilmente vittima di un malore, i familiari, a poche ore dal decesso, avrebbero accusato il governo di averlo lasciato morire, non prestandogli le cure necessarie per la sua condizione di salute, una forma di diabete che aveva indebolito anche il resto del suo corpo. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan l’ha definito “un martire”. E forse, la sua morte, sicuramente travagliata e avvenuta nell’assoluto silenzio della stampa locale e delle autorità, lo assolverà agli occhi anche dell’opinione pubblica. E, forse, del mondo.