Ashoka Mody è docente di economia politica internazionale all’Università di Princeton e, in passato, è stato vice direttore del Dipartimento europeo per il Fondo monetariointernazionale e rappresentante per l’Irlanda durante le negoziazioni per il bailout con la Troika. Autore del libro Eurotragedy, A Drama in Nine Acts (Eurotragedia, un dramma in nove atti), Mody è un critico della gestione dell’Eurozona e simpatizza con la manovra del nuovo governo italiano.

Professor Mody, su Bloomberg ha dichiarato che l’Italia ha bisogno di investimenti pubblici, aumentando la spesa per evitare una “crisi inimmaginabile”. Come descriverebbe questa crisi?

L’ultima recessione economica in Italia è iniziata a gennaio, quindi prima che ci fosse il nuovo governo. L’economia italiana è strettamente legata alle tendenze globali. Quando il commercio globale cresce, l’economia italiana fa altrettanto, e quando il commercio globale rallenta, l’economia italiana segue lo stesso destino. Con l’attuale tasso di crescita del commercio globale sotto il 4 per cento, l’economia italiana subirà inevitabilmente una recessione.
La recessione economica aumenterà quindi il gap tra il Gdp e il debito pubblico italiano, a prescindere da quello che farà il governo. Il tasso di interesse del debito pubblico quindi aumenterà, causando quello che in economia si chiama “doom loop”, un termine che si usa per descrivere come un aumento del tasso di interesse pubblico riduce il valore dei titoli di stato posseduti dalle banche. In conclusione, una recessione in Italia è probabile indipendentemente da quello che succederà a Bruxelles o a Roma, per il semplice fatto che il commercio mondiale sta rallentando. Sarebbe, dunque, un errore seguire l’accordo stipulato in origine tra la Commissione europea e il precedente governo, poiché richiederebbe un ulteriore inasprimento dell’austerità. Oggi, le misure di austerità non hanno alcun senso e se venissero attuate peggiorerebbero ancora di più la recessione, e si entrerebbe in un circolo vizioso. L’Italia ha bisogno di uno stimolo all’economia, ma moderato, per sopravvivere a questa inevitabile recessione.

A proposito di recessione, quanto è stato efficace, secondo lei, Mario Draghi con la manovra del quantative easing per risolvere la crisi nell’Eurozona?

È molto difficile rispondere a questa domanda. Innanzitutto sono tutti concordi nel sottolineare che il quantative easing è arrivato troppo tardi. La posticipazione di questa politica ha permesso che si verificasse un abbassamento dell’inflazione. La Bce sembrava non nutrire alcuna speranza. Si era previsto, sin dal 2014, che l’inflazione sarebbe aumentata al 2%, ma non si sono visti segnali di questo aumento. La Bce, inoltre, non è riuscita ad usare il quantative easing, come fanno altre banche centrali nazionali, per svalutare l’euro, il che avrebbe aiutato ad aumentare l’inflazione e a generare una crescita economica. La Bce non è mai sembrata veramente impegnata sul fronte del quantitative easing e voleva modificarlo già nel 2017. Quindi, l’euro rimane troppo forte per i Paesi più deboli (come l’Italia), e rimane relativamente debole per i Paesi più forti (come la Germania). Questo è il difetto originale dell’Eurozona. In parole povere, economie diverse hanno necessità diverse e, in questo caso, i Paesi più deboli devono avere a che fare con una politica monetaria che funziona solo per i Paesi più forti. Inoltre, non vedo segnali che mostrino che il quantative easing della Bce abbia aumentato la crescita economica nell’Eurozona. Nel 2015 e nel 2016, i primi due anni dopo l’introduzione del quantative easing, la crescita dell’Eurozona è rimasta bassa perché il commercio mondiale era debole. Nel 2017, l’economia mondiale ha iniziato a riprendersi, e quindi la crescita dell’Eurozona è aumentata. La Bce si è presa il merito di questa crescita, ma la realtà è un’altra: nel 2017 era l’intera economia globale ad essere cresciuta. Adesso la crescita nell’Euozona sta rallentando perché il commercio mondiale è più debole  (la Bce parla di un evento temporaneo, ma è solo un modo per negare il problema). La verità è che il rallentamento dell’economia europea non è dovuto a un evento temporaneo, e probabilmente continuerà, diventando più evidente nei prossimi mesi. Quindi perché la Bce non fa di più? Perché ha un problema fondamentale: gli interessi politici tra i Paesi del consiglio della Bce limitano le sue azioni.

E quali sono gli interessi politici che non permettono alla Bce di risolvere questo problema che, come ha detto lei, danneggia soprattutto i Paesi più deboli dell’Eurozona?

I Paesi che dominano il consiglio della Bce rappresentano i loro interessi nazionali. Risolvere queste differenze raggiungendo un compresso rallenta il processo decisionale. Spesso, la Germania e gli interessi nordici hanno chiaramente dominato, per esempio tra il 2013 e il 2015, quando gli interessi tedeschi hanno rallentato le operazioni del quantative easing, necessario per aiutare i Paesi più deboli.

Lei pensa che l’Italia dovrebbe accontentare Bruxelles abbassando la differenza tra il suo Pil e il deficit (ora al 2,4%), anche solo fino al 2%?
O pensa che dovrebbe chiedere all’Unione europea che accetti il suo programma, anche rischiando di incorrere nelle sanzioni previste dalla procedura di infrazione?

Prima di tutto, non ci saranno mai delle sanzioni. La cancelliera Angela Merkel una volta le aveva definite “idiote”. I leader europei non aggiungeranno delle sanzioni economiche a un problema che già esiste, andando ad aggravarlo. Poi, di fatto, la riduzione di questo 2.4% di un qualche zero-virgola-qualcosa non cambia nulla. Non siamo in un laboratorio chimico, a misurare particelle sub-atomiche. In economia, questa precisione è ridicola. Il governo italiano dovrebbe concentrarsi sulle stime di crescita, che sono fin troppo ottimiste. Visto che la crescita economica sarà più lenta, le entrate saranno minori, e dunque il deficit sarà più alto del 2.4%. L’attuale governo italiano dovrebbe rivedere i suoi piani di spesa, non perché lo richiede la Commissione europea, ma perché la crescita economica, che sarà più bassa di quella stimata, creerebbe un deficit troppo alto. Detto questo, uno stimolo è necessario. Per principio simpatizzo con la proposta di questo governo, perché so che più austerità sarebbe un disastro. Gli investimenti sono necessari per compensare la minore crescita del commercio mondiale, ma devono essere fatti sulla base di una crescita economica realistica.

Viste le attuali difficoltà nel raggiungere un accordo, quanto pensa sia realistica la possibilità che l’Italia esca dall’euro? Quali sarebbero i rischi e i benefici se l’Italia dovesse prendere questa decisione?

Nel mio libro, ho spiegato chiaramente che se l’Italia uscisse dall’euro sarebbe un enorme errore sia per l’Italia, che per il resto d’Europa. Tutti ne pagherebbero le conseguenze, perché se l’economia italiana ritornasse alla lira, ripagare i suoi debiti, che sono dovuti in euro, sarebbe praticamente impossibile. So che molti pensano che ci siano dei trucchi per evitare un default, ma non penso che questi trucchi funzionino. Ci sarebbero semplicemente una serie di grandi fallimenti e, viste le dimensioni dell’economia italiana, questo creerebbe un effetto domino in cui i creditori dell’Italia fallirebbero a loro volta. Le conseguenze sarebbero estremamente dannose per l’economia italiana, europea e mondiale.

Che cosa dice alle persone che sono nostalgiche della lira e di tempi migliori?

La nostalgia non è molto utile quando si parla di politiche economiche. Uscire dall’euro sarebbe un costo troppo grande. Anche quella di creare una moneta parallela sarebbe un’idea ridicola: nella pratica non ha mai funzionato. Con una moneta parallela, il problema principale, ovvero quello di dover ripagare i debiti dovuti in euro, rimarrà.

Pensa che l’Italia, continuando su questa strada, finirà come la Grecia?

Se si continua con l’imposizione dell’austerità, a questo punto, visto le condizioni di recessione in cui l’Italia già si trova, non c’è alcun dubbio che la storia greca sarà tragicamente ripetuta. L’austerità peggiorerà la recessione, la differenza tra il Pil e il debito pubblico aumenterà, e quindi la Commissione richiederà ancora più austerità. È il circolo vizioso che ha vissuto la Grecia, e ripeterlo sarebbe un errore catastrofico.

Che cosa pensa della nuova proposta fatta dalla cancelliera tedesca Angela Merkel e dal presidente francese Emmanuel Macron su un nuovo budget dell’Eurozona, a cui possano accedere solo i membri che “rispettano le regole”?

Non capisco come le persone possano prendere seriamente questa proposta. Evidentemente, quando è impossibile fare veri progressi, le persone si inventano qualcosa per dare l’impressione che stiano facendo qualcosa di utile. Prima di tutto, l’entità della quota richiesta a ogni Paese è ridicolmente bassa. In più, l’idea che vadano rispettate delle regole per accedere a questo fondo è totalmente irragionevole. Per esempio, se il governo italiano potesse ricevere dei finanziamenti solo “seguendo le regole”, ci sarebbe un dibattito lungo sei mesi per verificare se queste regole siano state realmente seguite. A quel punto però sarebbe troppo tardi e il finanziamento avrebbe già perso la sua utilità. Per essere utile, il versamento deve essere automatico, se no non sarebbe più un versamento. Tutta la questione sembra più uno scherzo che altro. Dubito che quest’idea possa sopravvivere.

Quanto è forte, secondo lei, l’economia italiana a confronto di altre potenze europee, come la Germania e la Francia?

L’economia italiana è affetta da tanti problemi: tasso di produttività molto basso, banche molto fragili e un governo molto indebitato. Il problema più grande è il tasso di produttività, che negli ultimi due decenni è stato negativo (la produttività italiana è infatti scesa del 10 per cento). In questo ambito, l’Italia ha una valutazione più bassa rispetto a quella di qualsiasi altra economia dell’Eurozona. Il problema resta nella debolezza delle scuole e delle università, che si traduce in un livello di ricerca, sviluppo e innovamento estremamente basso. I governi italiani hanno solo da incolpare se stessi per questa mancanza. Il risultato è che quando l’economia italiana sta per entrare in una recessione, come sta accadendo ora, ha poche risorse interne per rimettersi in piedi. L’economia ha bisogno di una politica monetaria più flessibile e di un tasso di cambio più debole. Ma questo non è possibile in un’unione monetaria. Ecco perché penso che l’Italia sia al centro dell'”Eurotragedia”.