”India e Cina? Sono partner, non rivali”. Poche ore prima dell’apertura del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), in programma a Tianjin, il primo ministro indiano Narendra Modi è arrivato in Cina tendendo la mano a Xi Jinping. Strette di mano, sorrisi, foto di rito e, soprattutto, la ritrovata convinzione di cooperare in nome di un futuro migliore. Perché, come ha sottolineato Modi, le due nazioni più popolose del mondo “rappresentano opportunità reciproche di sviluppo, piuttosto che minacce”.
Il fatto che l’India, di sua spontanea volontà e senza richiedere sforzi particolari da parte di Pechino, abbia deciso di smarcarsi dall’abbraccio statunitense per rientrare nell’orbita dei Brics e dei Paesi in via di Sviluppo al fianco della Cina, rappresenta un grande colpo diplomatico da parte del Dragone.
Per chi non se ne fosse ancora accorto, infatti, la lista di leader pronti a effettuare una visita istituzionale oltre la Muraglia per rafforzare i loro rapporti con Xi è sempre più lunga. E comprende, altro particolare da non ignorare, attori desiderosi di modificare l’attuale ordine globale (politico, economico, sociale), considerato da questi stessi personaggi appannaggio esclusivo delle volontà occidentali.
Xi (e la Cina) al centro del nuovo mondo
Modi rappresenta soltanto la punta dell’iceberg, il caso più emblematico da citare per evidenziare i grossolani errori diplomatici che stanno commettendo tanto Washington quanto Bruxelles. L’India, che fino a pochi mesi fa poteva essere utilizzata pragmaticamente come sponda dagli Stati Uniti e dall’Europa per limitare l’enorme peso economico e politico cinese, scottata dai dazi dell’amministrazione Trump, ha preferito bussare alla porta del rivale Xi anziché tentare di mediare con gli Usa.
Tutto questo è l’emblema dell’efficienza della diplomazia cinese, che come una calamita sta attirando a sé Paesi, leader e presidenti da arruolare in una scacchiera le cui pedine sono separate da enormi differenze – talvolta anche da rivalità storiche e geopolitiche – ma ancor più accomunate da un fondamentale minimo comune denominatore: l’esigenza di avere voce in capitolo negli affari globali.
A giudicare dalla platea di ospiti arrivati, o in procinto di arrivare in Cina, possiamo affermare che Pechino è sulla buona strada per accreditarsi, almeno agli occhi del Global South, come leader mondiale in grado di fornire un contrappeso alle istituzioni occidentali.
Il Red Carpet di Pechino
Capi di Stato e delegazioni provenienti da tutta l’Asia e dal Medio Oriente si sono incontrati a Tianjin per il vertice della SCO, un gruppo di sicurezza regionale che comprende, oltre a Cina e Russia, anche India, Iran, Pakistan, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, Paesi che controllano vaste aree delle riserve energetiche e che governano circa il 40% della popolazione mondiale.
Xi utilizzerà questo meeting per promuovere Pechino come un valido attore alternativo a Washington, stabile e potente; sfrutterà invece la grande parata militare per lanciare un messaggio diverso alla comunità internazionale: quello del rapido sviluppo della potenza militare cinese.
Tra i tanti ospiti del maxi evento figurano il presidente nordcoreano Kim Jong Un e il leader del Myanmar, Min Aung Hlaing, oltre che Vladimir Putin, il serbo Aleksandar Vucic e lo slovacco Robert Fico. L’eterogeneità degli invitati è un aspetto fondamentale per la strategia cinese di presentarsi come l’unico interlocutore indispensabile in grado di far sedere i rivali allo stesso tavolo, nonché di trasformare la competizione tra grandi potenze in una specie di interdipendenza gestita. Miracoli moderni della tecnocrazia Made in China.