Per altri cinque anni l’India sarà guidata da Narendra Modi. L’Alleanza Nazionale Democratica (NDA), la coalizione della quale fa parte anche il partito nazionalista indù del primo ministro, il Bharatiya Janata Party (BJP), ha ottenuto 293 seggi contro i 232 conseguiti da INDIA, l’opposizione che riuniva attorno al Partito del Congresso di Raul Gandhi una ventina di altre sigle minori.
Potrebbe sembrare un trionfo per Modi, al terzo mandato consecutivo. Questi risultati fotografano tuttavia una mezza debacle. Il BJP era infatti convinto di ottenere, da solo, la maggioranza (272) necessaria per formare il prossimo governo. Il traguardo è stato tagliato invece soltanto sommando i voti raccolti dagli alleati chiave, come il partito Telugu Desam (16 seggi) e il Janata Dal United (12).
Rispetto alle precedenti elezioni, inoltre, il partito di Modi – che aveva fissato l’asticella a quota quasi 400 seggi – ha dovuto tamponare un’emorragia di voti non trascurabile allontanandosi dai 303 seggi del 2019. C’è dunque chi ha parlato di una “vittoria dimezzata” per il leader 73enne. Che adesso, terminati i fumi della campagna elettorale, della propaganda comunicativa e delle promesse per attirare più consensi, è chiamato a fare i conti con la realtà.
Un gigante dai piedi d’argilla
L’economia dell’India sta davvero spiccando il volo? Dati alla mano, da quando, nel 1991, Delhi ha aperto i suoi mercati alla concorrenza internazionale ad oggi, il gigante asiatico è cresciuto a ritmi folli (per quest’anno si prevede una crescita del 7%).
Dieci anni dopo la prima elezione di Modi, inoltre, il sistema economico indiano ha raddoppiato il suo valore fino a toccare quota 3,7 trilioni di dollari. E ancora: nel 2022 l’India è diventata la quinta economia più grande del mondo superando la Gran Bretagna. Dovrebbe superare la Germania e il Giappone, e raggiungere il terzo posto – dietro solo a Cina e Stati Uniti – intorno al 2030.
La “storia della crescita dell’India” sta dunque suscitando un’ondata di entusiasmo da parte degli investitori, soprattutto quelli occidentali, attratti dalle promesse di Modi.
È vero: il leader nazionalista ha potenziato l’economia indiana rafforzando le infrastrutture – da sempre uno dei grandi talloni d’Achille del Paese – e distribuito benefici socio-economici alla maggior parte degli indiani. Allo stesso tempo, però, l’elevata disoccupazione, la povertà persistente e la sensazione che solo una piccola parte degli 1,4 miliardi di abitanti dell’India sia stata in grado di trarre profitto dalla buona sorte, sono fattori che ridimensionano la brillante ascesa indiana.
Il problema economico
Gran parte della narrazione economica indiana rispecchia le esigenze politiche di un uomo che intende offrire al suo popolo – e al mondo intero – un’immagine di sé ben precisa: quella di un leader capace di centrare ogni obiettivo.
Tutto questo si scontra con alcuni enormi problemi strutturali del Paese, in parte nascosti dall’aura di Modi. Già, perché mentre, nei mesi scorsi, il primo ministro si vantava del sensazionale sbarco sulla Luna e dell’innovativa “infrastruttura pubblica digitale” del Paese, molto più in basso c’erano masse frustrate che reclamavano nuovi e migliori posti di lavoro.
I piedi d’argilla del gigante indiano sono stati fotografati da uno studio del World Inequality Lab, secondo cui quasi il 90% della popolazione in età lavorativa dell’India guadagna meno del reddito medio annuo del Paese, pari a circa 2.770 dollari. Oltre il 40% della ricchezza del gigante asiatico, inoltre, si trova nelle mani dell’1% più ricco della nazione (mentre il 50% più povero possiede poco più del 6% della ricchezza nazionale).
Attirare investimenti stranieri, migliorare il sistema infrastrutturale e ottenere progressi tecnologici potrebbe insomma essere inutile per Modi, senza prima risolvere questi problemi di fondo.