Indonesia, Australia e Nuova Zelanda: il primo ministro dell’India, Narendra Modi, ha appena concluso un importantissimo ciclo di viste della durata di sei giorni. Importante non solo per i dossier trattati – dalla cooperazione militare al commercio, dal rafforzamento della sicurezza marittima alle tecnologie emergenti – ma anche e soprattutto per dare slancio alla nuova strategia di Delhi. Il gigante asiatico sta infatti espandendo il numero di partnership nell’Indo-Pacifico per far fronte a due evenienze. La prima: contrastare la crescente influenza della Cina costruendo un’architettura diplomatica in grado di limitare le ambizioni regionali del Dragone. La seconda: sfruttare gli errori degli Stati Uniti che da mesi stanno facendo dubitare i loro partner locali in merito a un eventuale impegno nel continente in caso di necessità.
“La mia visita in Indonesia e in Australia, rispettivamente nell’Oceano Indiano orientale e meridionale, seguita da quella in Nuova Zelanda, rafforzerà ulteriormente la politica indiana Act East, la visione Mahasgar e la nostra prospettiva verso un Indo-Pacifico libero e aperto”, aveva del resto spiegato Modi prima del viaggio.
Perché Modi guarda a Est
Andiamo con ordine. L’Act East è un pilastro della politica estera indiana lanciato nel 2014 dal governo Modi. Il suo obiettivo? Promuovere l’integrazione tra Delhi, i Paesi dell’Asia-Pacifico e dell’Asean. Mahasgar, acronimo di Mutual and Holistic Advancement for Security Across the Regions (Progresso reciproco e olistico per la sicurezza nelle regioni), rappresenta invece la visione dell’India per la promozione della sicurezza collettiva, dello sviluppo sostenibile e della cooperazione regionale negli spazi marittimi.
Considerando che il Quad, il Dialogo Quadrilaterale sulla Sicurezza che comprende Australia, India, Giappone e Stati Uniti, non organizza un vertice dei leader da quasi due anni, e che sotto la presidenza di Donald Trump l’approccio di Washington all’Indo-Pacifico appare incerto, ecco che Modi ha scelto di muoversi in completa autonomia.
Tre, dicevamo, i meeting effettuato dal premier indiano: con il leader indonesiano Prabowo Subianto, con l’australiano Anthony Albanese e con il neozelandese Christopher Luxon. La prima tappa è andata in scena a Jakarta.
Gli accordi con Indonesia, Australia e Nuova Zelanda
L’India ha concluso importanti accordi con l’Indonesia, a partire dalla vendita dei missili supersonici BrahMos (già venduti a Filippine e Vietnam), oltre a varie intese inerenti al settore minerario e delle materie prime.
In Australia, Modi e Albanese hanno invece intensificato i legami militari, tanto più dopo il recente test missilistico cinese nel Pacifico, decidendo di incrementare le attività congiunte nell’Oceano Indiano. L’India ha inoltre strappato un accordo per l’esportazione di uranio australiano destinato all’utilizzo nell’industria dell’energia nucleare. “Questo aprirà la strada alle forniture di uranio dall’Australia all’India e darà nuovo slancio ai nostri obiettivi in materia di energia pulita”, ha dichiarato Modi.
E la Nuova Zelanda? Il premier indiano si è soffermato a lungo sull’accordo di libero scambio annunciato lo scorso anno dai due Paesi, che tuttavia è ancora in attesa dell’approvazione del Parlamento di Wellington. Ebbene, Modi ha provato ad allentare le tensioni con le autorità neozelandesi, dal momento che il contrasto all’immigrazione – che il governo neozelandese intende inasprire, colpendo anche gli immigrati indiani – rischia di diventare un punto di attrito tra le parti.