La geopolitica della corsa allo spazio
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Sedici missili lanciati dalle due Coree nell’arco di 24 ore. Da aggiungere ad una esercitazione militare congiunta tra Corea del Sud e Stati Uniti, per la prima volta da quattro anni a questa parte con la partecipazione di una portaerei Usa, la Uss Ronald Reagan. Le ultime vicende avvenute nella penisola coreana rischiano di essere i prodromi di quella che, in un futuro troppo lontano, potrebbe essere una pericolosa escalation militare.

Se sotto la presidenza sudcoreana di Moon Jae In Seul si limitava a diffondere comunicati indignati in merito a lanci e test decisi da Kim Jong Un, il nuovo leader della Casa Blu, Yoon Suk Yeol, ha risposto in modo completamente diverso. Corea del Sud e Stati Uniti, non a caso, hanno lanciato otto missili superficie-superficie Atacns (Army Tactical Missile System) per pareggiare gli otto missili balistici a corto raggio lanciati da Kim il giorno precedente.

Sono seguite le classiche indicazioni tecniche. Il Ministero della Difesa sudcoreano ha spiegato che il lancio è stato effettuato dalla costa orientale della Corea del Sud per dimostrare “la capacità e prontezza a condurre un attacco di precisione” contro i siti di lancio e i centri di comando nordcoreani.



Missili ed esercitazioni

In teoria non dovremmo stupirci più di tanto di fronte alla reazione inusitata di Seul. Il presidente Yoon, lo scorso marzo, appena eletto, aveva parlato di una linea di maggiore durezza nei confronti della Corea del Nord e, di pari passo, aveva lasciato intendere un ulteriore rafforzamento della cooperazione militare tra il suo Paese e gli Stati Uniti.

La riprova di queste parole è arrivata non solo nel lancio di otto missili, ma anche nell’esercitazione congiunta appena terminata. Le manovre sono andate avanti per tre giorni nelle acque internazionali al largo dell’isola giapponese di Okinawa e hanno incluso operazioni “di difesa aerea, antinavale, anti-sottomarina e di interdizione marittima”.

Da parte statunitense hanno preso parte all’esercitazione, per parte Usa, la citata Ronald Reagan assieme all’incrociatore missilistico Uss Antietam, al cacciatorpediniere Uss Benfold e al rifornitore Usns Big Horn. La Corea del Sud ha inviato la sua nave da sbarco anfibio Marado e i cacciatorpedinieri Sejong e Munmu.

Il nuovo approccio di Seul

Yoon lo ha detto a chiare lettere: la politica di appeasement di Seul nei confronti della Corea del Nord è finita. Che cosa significa? Primo: qualsiasi dialogo, ha spiegato il presidente sudcoreano, dovrà essere avviato da Pyongyang. Secondo: poiché Yoon ha definito troppo morbide le posizioni diplomatiche assunte da Moon, d’ora in avanti la Corea del Sud si mostrerà intransigente. In altre parole, dal momento che il modus operandi eccessivamente amichevole del suo predecessore non ha frenato l’accumulo nucleare del Nord, Yoon Suk Yeol ha deciso di cambiare registro. L’ombra di Washington sulle eventuali risposte di Seul agli ultimi (e futuri) lanci di Pyongyang, insomma, lascia presupporre una sorta di politica “occhio per occhio, dente per dente”.

Ci sono da segnalare tuttavia almeno due criticità tra loro interconnesse. Intanto quella proposta da Yoon non è una linea politica innovativa. Negli ultimi dieci anni almeno, ogni governo sudcoreano conservatore ha avanzato la stessa proposta al Nord: abbandonare il programma nucleare prima di ricevere eventuali ricompense (leggi: alleggerimento delle sanzioni economiche), con esiti per niente incoraggianti. Arriviamo alla seconda criticità: Kim Jong Un non ha alcuna intenzione di muoversi per primo perché ne andrebbe della sua immagine e della sua posizione.

Ne consegue che, nel caso in cui Seul dovesse continuare di questo passo, rispondendo test su test, missile su missile, il rischio di una escalation non sarebbe affatto da escludere. Al momento il miglior risultato ottenibile sembrerebbe infatti essere quello di uno stallo. Ancora troppo lontano da una pace duratura.

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