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Mirtilli, pesce e banane a rischio. Salva la carta igienica. Gli effetti dello sciopero dei portuali Usa

Aumenti salariali e no all'automazione. Il sindacato dei portuali Usa e il più grande sciopero del Paese dal 1977.
Usa

A un mese esatto dalle elezioni Usa, i cittadini statunitensi hanno rischiato di finire vittime di uno degli scioperi più controversi, in grado di paralizzare il Paese. A incrociare le braccia sono stati i lavoratori portuali dell’International Longshoremen’s Association (ILA), che hanno iniziato a scioperare martedì a seguito del fallimento delle trattative tra l’ILA e l’organizzazione delle compagnie di navigazione internazionali che li impiegano. Ora sono tornati al lavoro mentre proseguono le trattative per un nuovo contratto. Ma se in ballo ci sono importanti rivendicazioni salariali, a rischio compromissione c’è stata e c’è ancora la fragile catena di approvvigionamento a stelle e strisce.

Questo tipo di operazioni contribuiscono a mandare nel panico i consumatori americani, che di certo non si cibano dal proprio orticello. Lo dimostra l’arrembaggio alla carta igienica che milioni di cittadini hanno tentato di accaparrarsi in questi giorni, svuotando i ripiani dei supermercati. Il prodotto in questione non è minimamente a rischio all’interno di questa vicenda, ma sono bastate poche notizie per far scattare la psicosi in stile pandemia.

Circa 45.000 lavoratori hanno abbandonato il lavoro alle 12:01 di martedì scorso, rendendo questo lo sciopero più significativo a cui il sindacato abbia preso parte dal lontano 1977. I lavoratori hanno smesso di lavorare dopo la scadenza del loro contratto di sei anni con la United States Maritime Alliance (USMX), chiudendo 14 porti , tra cui alcuni dei più grandi del Paese. Ciò avrebbe potuto avere un impatto gigantesco sull’economia statunitense: uno sciopero di settimane avrebbe portato a prezzi più alti e carenze di beni primari alla vigilia delle elezioni presidenziali, di Halloween e della stagione delle vacanze invernali. I protagonisti dello sciopero lavorano nei porti lungo la costa orientale fino al Maine, così come nei porti della costa del Golfo in Louisiana e Texas. Hanno bloccato alcuni dei porti più grandi del Paese, come la Port Authority di New York e del New Jersey, fermando di fatto circa il 50% delle importazioni ed esportazioni verso gli Stati Uniti.

“Vittime” delle tensioni sindacali e dei blocchi portuali, le banane. Gli Stati Uniti sono il più grande importatore di banane al mondo, con un valore di importazione di 2,3 miliardi di dollari nel 2022. Le banane sono un frutto molto amato dagli americani e la domanda di questa delizia tropicale rimane alta. Lo sciopero, una volta giunto al terzo giorno, ha bloccato il traffico nei porti lungo la costa orientale e la costa del Golfo, che gestiscono circa tre quarti di tutte le importazioni di banane degli Stati Uniti. Ciò include il porto di Wilmington, nel Delaware, che è il punto di accesso numero uno per le banane in arrivo negli Stati Uniti. Le navi di Dole e Chiquita, fra i maggiori produttori di banane al mondo, trasportano ogni anno più di 1,5 milioni di tonnellate di banane dall’America latina verso Wilmington.

Al cuore dello sciopero ci sono due questioni principali: la richiesta dell’aumento salariale, adeguandolo agli introiti delle compagnie, ma soprattutto le crescenti preoccupazioni per l’automazione del settore. Le trattative tra USMX e ILA per un nuovo contratto si erano interrotte a giugno, a quanto si dice a causa dell’arrivo dell’automazione in un porto di Mobile, in Alabama. La battaglia, lungi dall’essere una sfuriata luddista, per ora sembra essersi intiepidita: giovedì sera è stato raggiunto un accordo per rimandare al lavoro migliaia di scaricatori portuali e riaprire quasi 40 porti della costa orientale e del Golfo. Ciò consente a quasi metà delle importazioni ed esportazioni della nazione di riprendere a fluire ed evitare il duro colpo ai rivenditori e alle aziende, e all’economia in generale.

Oltre la metà di tutte le merci importate negli Stati Uniti tramite navi cargo arriva attraverso i porti della costa orientale e del Golfo, e quasi il 70% delle esportazioni containerizzate parte da lì. Tuttavia, lo sciopero era nell’aria da mesi, e le aziende hanno avuto tutto il tempo per prepararsi, soprattutto quelle che si occupano di merci come abbigliamento, giocattoli, elettronica. A farne le spese, invece, la filiera dei prodotti deperibili: oltre alle sopracitate banane, i mirtilli e il pesce dal Sud America sono sembrate le categorie più a rischio. Il perché è presto spiegato: il mercato statunitense dei mirtilli (rossi, soprattutto) è legato in particolar modo alla tendenza crescente verso alimenti naturali, biologici e minimamente lavorati. I mirtilli rossi, in particolare le varietà biologiche, si allineano bene con questa tendenza. Quanto al pesce, gli Stati Uniti importano oltre l’80% del pescato, che include il pesce catturato dai pescatori statunitensi, inviato fuori dal Paese per la lavorazione e poi importato di nuovo negli Stati Uniti.

Salvata la supply chain, l’accordo provvisorio raggiunto dia portuali è quasi il doppio dell’aumento salariale del 32%offerto dall’USMX all’inizio delle trattative. Apparentemente, è stato anche il miglior accordo che il sindacato pensava di poter ottenere prima che le posizioni si irrigidissero. L’effetto del rientro dello sciopero si farà sentire su molte fasi intermedie delle importazioni (si pensi agli scali), ma indubbiamente anche alle urne. I proprietari dei porti accoglieranno con favore anche un rapido ritorno alle operazioni a piena capacità, che risparmierà ai democratici qualsiasi voto di rabbia da parte dei membri dei sindacati nel caso in cui fosse stato necessario un ordine di sospensione dello sciopero da parte dell’Amministrazione Biden.

Va ricordato, tra l’altro, che il Political Action Committee legato all’ILA, dona prevalentemente ai candidati democratici: né Harold Daggett, l’eccentrico leader della protesta, né l’ILA hanno sostenuto alcuno dei due candidati presidenziali quest’anno. Nel 2020, entrambi finanziarono la campagna di Joe Biden. Non solo, ma dall’inizio delle agitazioni, Daggett, le sue relazioni e il suo stipendio sono sotto esame, a partire da alcune foto con il ex presidente Donald Trump in un incontro di novembre a Mar-a-Lago, che alcuni sostengono suggerisca che stia supportando il candidato del Gop alle elezioni del mese prossimo. L’ILA PAC, nel ciclo elettorale del 2024, ha donato 115.000$ ai democratici e 5.000$ ai Repubblicani, ma di questo denaro nemmeno un centesimo è destinato ai candidati presidenziali, concentrandosi principalmente sulle campagne della Camera degli Stati Uniti.

Per ora, banane, mirtilli e pesce sono salvi. Le tensioni, invece, non sono ancora del tutto sopite. E mancano 30 giorni alle elezioni…

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