È da diversi anni che nei circoli di potere bielorussi e russi si discute di una possibile riunificazione dei due paesi, le cui strade si sono divise con il collasso dell’Unione sovietica fra il 1990 e il 1991. Nonostante i rapporti tra il Cremlino e Aleksandr Lukashenko, il gerontocrate presidente alla guida di Minsk dal 1994, siano contraddistinti dall’altalenarsi di quest’ultimo fra l’orbita russa e quella euroamericana (e, ultimamente, anche quella cinese), è stato recentemente annunciato il lancio di una confederazione che gradualmente fonderà i due paesi.

Il progetto

I due paesi sono attualmente legati dalla cosiddetta Unione Russia-Bielorussia, un’entità sovranazionale avente l’obiettivo di armonizzare le loro differenze politiche ed economiche che, però, negli anni si è dimostrata inefficace e ha fallito nel conseguire i principali temi in agenda, come ad esempio l’unione monetaria, la scelta di simboli comuni e la rappresentanza diplomatica unica a livello internazionale.

Molto probabilmente, questo e altri motivi – in primis il rinnovato interesse statunitense verso Minsk, palesato dalla visita di John Bolton a fine agosto – hanno convinto la presidenza Putin della necessità di riesumare il vecchio sogno della riunificazione, anche per evitare che l’ultimo bastione di Mosca in Europa subisca un destino simile all’Ucraina – che da alleato storico e culla della stessa civiltà russa si è trasformata nel più pericoloso focolaio di russofobia insieme ai paesi baltici e alla Polonia.

Il piano presentato prevede che i due paesi si uniscano entro il 2022 dal punto di vista monetario, ossia valuta comune, della difesa e della politica estera, ossia stessi alleati e rivali, e del sistema giuridico e fiscale. Le prime riforme dovrebbero riguardare l’unificazione dei codici civili, del sistema di tassazione, delle politiche industriali e sugli investimenti, dei sistemi di pagamento, delle regole per il commercio con l’estero, e dei mercati dell’energia e dell’elettricità; i due paesi hanno fissato il 2021 come l’anno entro cui implementare tali cambiamenti.

Non si tratta di semplici indiscrezioni, dal momento che l’esistenza del disegno è stata confermata ufficialmente e che le diplomazie dei due paesi sono al lavoro per organizzare una bilaterale fra Putin e Lukashenko entro fine anno, presumibilmente a dicembre, durante la quale finalizzare l’accordo e far partire il processo di unificazione.

Gli ostacoli

Negli anni Lukashenko si è rivelato un abile manovratore, meno malleabile e più insofferente di quanto il Cremlino pensasse. Il presidente bielorusso ha alternato fasi di chiusura a Mosca e di apertura all’Unione europea e agli Stati Uniti, reclamando velleità di maggiore indipendenza economica ed energetica e bollando ogni indiscrezione sulla riunificazione come invenzioni.

Per questa ragione è lecito aspettarsi un dietrofront dall’ultimo dittatore d’Europa, a confederazione da avviare o inoltrata, se ritenuto nell’interesse nazionale esercitare pressioni su Mosca in cambio di benefici dall’asse Bruxelles-Washington – come del resto sta già avvenendo. Ad esempio, a pochi giorni dalla visita di Bolton a Minsk, Lukashenko ha annunciato l’intenzione di diversificare i rifornitori energetici per ridurre la dipendenza da Mosca e importare petrolio dagli Stati Uniti.

Politica a parte, l’economia bielorussa è circa un trentesimo di quella russa, è di natura troncata – ossia è dipendente dall’estero – mentre corruzione e lentezze burocratiche denotano l’intero sistema giuridico. Integrare sistemi economici molto distanti è possibile, come ha dimostrato il caso dell’Unione europea, ma è anche complicato. In assenza di sforzi congiunti in egual modo da ciascuna parte, l’integrazione economica non avrebbe alcuna concreta probabilità di decollare, oppure decollerebbe ma generando problemi sistemici destinati ad accentuare il rapporto di dipendenza Mosca-Minsk.

C’è infine un’altra incognita da tenere in considerazione: le interferenze esterne. Pur ammettendo uno scenario in cui i due paesi si impegnano a realizzare una confederazione, non è da escludere un intervento destabilizzante da parte di Stati Uniti ed Unione europea per bloccare o rallentare il progetto. Il malcontento popolare, la situazione di precarietà economica e il desiderio di cambiamento sociale potrebbero essere adeguatamente sfruttati per aggiungere la Bielorussia alla lista delle vittime di rivoluzioni colorate.