Minneapolis. Trump ha perso la guerra

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La tragedia di Minneapolis sembra volgere al termine: il responsabile del corpo di spedizione dell’Agenzia anti-immigrazione (ICE), Gregory Bovino, inviato nella città a mostrare i muscoli dell’amministrazione Trump nella lotta ai clandestini, è stato dimesso. Una decisione politica che ha carattere simbolico.

E Trump ha parlato sia con il sindaco della città che col governatore del Minnesota, deponendo l’ascia di guerra brandita finora, che ha trasformato un’operazione di polizia in un conflitto contro metà, e forse più, della popolazione americana.

I due omicidi a sangue freddo dell’ICE e la tempesta generata dalla follia in stile gestapo sono stati troppo anche per Trump, che si era ostinato a difendere contro ogni evidenza gli agenti che avevano assassinato Renée Good e, in un primo tempo, anche i sicari di Alex Pretti. Ha capito che non poteva continuare così, che il Paese e il mondo intero si stavano rivoltando e ha dichiarato la fine delle ostilità.

Guerra persa, dunque, per lui, che dovrà mettere la mordacchia alla gestapo guidata da Kristi Noem, la quale per una bizzarria del destino ama ed è amata da Israele (che peraltro ha visitato più volte durante il genocidio palestinese). Forse anche lei sarà destinata ai giardinetti, forse no, almeno non subito, ma resta che appare improbabile che il responsabile principale di questa follia, il consigliere del presidente Stephen Miller, sia toccato.

Inchieste sono già state aperte sui due omicidi, e non solo, e alcuni agenti dell’ICE probabilmente finiranno in galera. Già, guerra persa per Trump, solito vantare al parossismo i suoi successi militari. Probabile che il vulnus sia irrevocabile: difficile che si riprenda per le Midterm, nelle quali il suo partito, già in affanno, potrebbe venire travolto, riducendo il suo ruolo a quello di un’anatra zoppa, come si dice da queste parti di un presidente dai poteri dimezzati.

Sempre che nel nuovo Congresso non ci siano i numeri per un impeachment, incubo ricorrente del suo precedente mandato. D’altronde, materia da impeachment si trova sempre. A condannarlo non saranno solo i democratici, ma anche i neoconservatori, ai quali ha conferito mano a mano quasi tutti i poteri della sua amministrazione, così da farne i suoi fans più sfegatati. Probabile che, come nel suo primo mandato, saranno i primi a pugnalarlo alle spalle appena se ne presenterà l’occasione: è noto che non si fidano della sua imprevedibilità in politica estera.

Tale il destino di chi troppo s’innalza, perché più rovinosamente cade. Per tentare di riprendersi e guadagnare i favori duraturi dei neocon potrebbe dar fuoco alle polveri e attaccare Teheran, dal momento che per un’infelice coincidenza – che tanto coincidenza non è – l’assassinio di Pretti è coinciso temporalmente con l’arrivo della flotta Usa a ridosso dell’Iran.

Se si decidesse in tal senso, è probabile che tutto sarebbe perdonato, anche la sua esitazione pregressa, quando, all’ultimo minuto, ha annullato l’attacco che tali circoli e Israele attendevano con ansia.

Al di là, come detto, la guerra è persa e peserà per tutta la durata della sua amministrazione. Sic transit gloria mundi. Ma sbaglierebbe chi ritenesse che ciò che sicuramente è un bene per l’America, il ridimensionamento dell’ICE e altro, sia automaticamente un bene per il mondo. In particolare, non è detto che la politica estera di un Trump indebolito sarà meno aggressiva dell’attuale.

La spinta alla pacificazione dell’Ucraina, che proprio in questi giorni maledetti ha accelerato con gli incontri tripartiti Russia-Usa-Ucraina ad Abu Dhabi, potrebbe subire un freno per poi finire con l’arrestarsi del tutto; col rischio di un rinnovato impegno in un conflitto a rischio guerra globale.

Né è certo che un Trump ridimensionato possa approcciare il Medio oriente in modalità meno disastrosa dell’attuale. Neocon e destra israeliana potrebbero anzi approfittare della sua debolezza per piegarlo a seguire fino in fondo la loro agenda distruttiva e genocida. Insomma, un sospiro di sollievo a metà.

Ciò detto, quanto avvenuto pesa anche sul futuro prossimo venturo. Infatti, questa follia ha travolto anche il vicepresidente, J. D. Vance, la figura più ragionevole tra quanti circondano Trump, che, com’è avvenuto per il Venezuela, si è allineato al suo capo con dichiarazioni altrettanto folli sugli omicidi consumati a Minneapolis. La sua ascesa alla Casa Bianca dopo Trump era destino manifesto. Non è più così.

Infine, una notazione a margine: i media hanno scritto più delle malefatte dell’ICE, che pure ha tolto la vita solo a due poveretti – che ovviamente piangiamo – che del massacro di Gaza, che ha reciso decine di migliaia di vite bambine. Un indicatore significativo di tante cose e a vari livelli.