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I rapporti tra il leader di Stati Uniti e Unione sovietica durante la fase centrale della Guerra fredda erano scanditi dal trillo della linea rossa istituita nel 1962 dal presidente John Fitzgerald Kennedy verso il leader sovietico Nikita Krusciov. Oggi quella linea esiste ancora, anche ormai si è spostata su Internet.

Le comunicazioni tra il Cremlino e la Casa Bianca però, adesso, si sono drammaticamente raffreddate. Rimane attiva forse una sottile linea che lega due figuri simili e allo stesso tempo radicalmente diverse: i due capi di stato maggiore dei rispettivi, Mark Milley e Valery Gerasimov, hanno un rapporto di lunga data che li lega. Vediamo di chi parliamo, a cominciare dal comandante russo.

Chi è Valery Gerasimov

Valery Gerasimov, nato a Kazan nel 1955, ha percorso una carriera da ufficiale tranquilla e senza scossoni. Non si registra una sua partecipazione all’invasione sovietica dell’Afghanistan. Negli anni ’80 e ’90 prima staziona nel distretto militare baltico, poi, una volta ottenuta l’indipendenza, nel settore dell’Estremo oriente, sulle coste dell’Oceano Pacifico. La sua prima partecipazione bellica è nella seconda guerra cecena, quando si trova al comando della cinquantottesima armata dell’esercito russo nel Nord del Caucaso: in quella circostanza arresta il colonnello Yuri Budanov, coinvolto nello stupro e omicidio di una 18enne cecena. Anna Politkovskaja commentò l’evento definendo Gerasimov un “ufficiale che non ha perso l’onore”. Ma è nel 2012 la svolta della sua carriera: viene promosso capo di stato maggiore da Vladimir Putin per risolvere alcuni problemi di corruzione interna. Gerasimov, quindi è conosciuto per la sua onestà.

Ma è nel 2013 che prende la sua fama dopo aver scritto un articolo dal titolo oscuro: Il valore della scienza nella previsione. Un articolo che l’analista di cose russe Mark Galeotti ha definito come la base della cosiddetta “dottrina Gerasimov”. Il discorso su questa nuovissima arte della guerra è lungo e complesso (già un volume di recente uscita ne ha parlato diffusamente), lo possiamo però sintetizzare così: i mezzi della guerra convenzionale non bastano più nello scenario odierno dove le informazioni possono giocare un ruolo decisivo. Pertanto, la guerra si deve spostare anche sul piano della rete e della diplomazia. Nessuno scenario deve restare immune dall’azione militare. Il suo contributo venne anche pubblicato dalla Military Review pubblicata dalla casa editrice dell’esercito americano nel febbraio 2016, alla vigilia dell’elezione di Donald Trump. Sarebbe troppo complesso affrontare ora la questione del coinvolgimento russo nell’elezione di Trump, per capire quanto alla fine ci fosse di concreto.

Chi è Mark Milley

Sappiamo però che al tempo c’era un capo di stato maggiore nell’esercito americano chiamato Mark Milley, promosso in quell’incarico da Barack Obama e che Trump avrebbe nominato al vertice di tutte le forze armate. Come per Gerasimov, anche nel suo caso la sua carriera ha avuto un corso piuttosto regolare: irlandese cattolico nato nel 1958, figlio di un veterano della guerra nel Pacifico contro i giapponesi, cresce in un quartiere abitato dalla classe lavoratrice. Naturale che la carriera nelle forze armate gli potesse aprire anche le porte dell’università, grazie al programma del Reserve Officers’ Training Corps. Ottiene così una laurea in scienze politiche a Princeton e due master alla Columbia University e al Naval College. Dopo le aule però, Milley vede anche il campo di battaglia: nel 1989 è a Panama per rimuovere il dittatore Manuel Noriega, ad Haiti nel 1994 per ripristinare il governo del presidente Jean Bernard Aristide, ma anche una missione di pace nel 1995-96 in Bosnia e infine l’Iraq. Grazie a questa guerra Milley riceve i gradi di generale di brigata nel febbraio 2008 e diventa via via sempre più importante, fino alla nomina, il 14 agosto 2015, come capo di stato maggiore dell’esercito. Il suo proclama iniziale è molto diverso da quello di Gerasimov: “L’esercito americano deve essere il primo al mondo nel combattimento sul terreno e questa è la nostra priorità numero uno”. Una preparazione classica contro una che vuole portarsi nel futuro. O almeno questo è apparentemente così. Come dicevamo qui sopra, Milley viene confermato nell’incarico da Trump, che nel 2019 lo promuove a capo dello stato maggiore unificato di tutte le forze armate. Nonostante Milley non nasconda le sue simpatie progressiste: è andato contro il parere dell’allora segretario alla difesa Mark Esper nell’imporre la pubblicazione di uno studio di 1300 pagine sul primo triennio della guerra in Iraq, dove si stabiliva che l’unico vero vincitore era l’Iran. Nell’agosto 2019 ha chiesto un report sul cambiamento climatico, in contrasto con un’amministrazione trumpiana che tendeva a minimizzare il problema. Infine, nel 2021 ha difeso lo studio della cosiddetta Critical Race Theory, una controversa teoria giurisprudenziale che indica come ci sia un razzismo sistemico insito nell’apparato legislativo americano, nei corsi dell’accademia di West Point con una frase fulminante: “L’aver letto Marx e Lenin non ha fatto di me un comunista”. Non ha lesinato critiche velate nemmeno alla futura amministrazione Biden, quando ha dichiarato a dicembre 2020 che un completo ritiro “avrebbe aggravato il rischio di nuovi attentati” sul suolo americano. Fin qui i due ritratti.

Gerasimov e Milley

I due generali però hanno anche un rapporto di reciproco rispetto che risale al dicembre 2019, quando Milley e Gerasimov si incontrarono a Berna, in Svizzera, per aprire una linea di comunicazione che evitasse episodi di scontro tra i due eserciti in aree di crisi come la Siria. Milley commentò a margine dicendo che dopo quel meeting “il mondo era un posto più sicuro”. Quando l’accumulo di forze russe ai confini ucraini cresceva, Milley e Gerasimov si sono nuovamente sentiti per discutere di quanto stava avvenendo. Senza ottenere granché. Così come ci fu una seconda telefonata, l’11 febbraio. Con analoghi risultati. Oggi è cambiato qualcosa però. La linea di comunicazione sembra saltata. Non si sa neppure che fine abbia fatto il generale Gerasimov dall’11 marzo. Il buio della guerra è nuovamente fitto e il mondo non sembra più il posto sicuro annunciato a Berna poco più di due anni fa.

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