La doccia fredda per Mario Draghi è un problema che rischia di complicare l’estate del governo italiano. L’incontro con Abdul Hamid Dbeibah ha confermato che con la Libia esistono margini di trattativa e che l’Italia non è esclusa dalla sfida della ricostruzione. Ma dal punto di vista della “bomba” migranti, la questione si fa decisamente più complessa vista la tagliola a cui rischia di essere sottoposta l’Italia.

Il premier libico, pur esternando tutta la sua amicizia verso l’Italia e mostrando di avere capito il ruolo di Roma e delle aziende italiane nel futuro del paese, non si è sbilanciato troppo sul tema. Almeno pubblicamente. Il suo è un governo fragile, che deve rendere conto a clan e fazioni che dominano realmente sul paese e con uno sponsor pesante come la Turchia. E per quanto riguarda il traffico di essere umani, oltre a lodare la Guardia costiera italiana, il capo del governo di Tripoli non ha potuto offrire grandi garanzie, puntando in realtà a ribadire il problema del fronte sud, cioè quello dell’Africa centrale. Per Dbeibah, il problema va affrontato insieme “agli altri Paesi europei e ai Paesi di origine dei migranti“. Segno che la Libia non vuole il tema si focalizzi solo sulle sue coste né sulle sue forze.

Se dalla Libia non sono arrivate assicurazioni sufficienti a spegnere i timori su un esodo estivo, da parte europea l’aiuto richiesto con insistenza da Draghi e dallo stesso Dbeibah sembra già essere sfumato. Il presidente del Consiglio aveva riaffermato anche di fronte a Emmanuel Macron la necessità di un impegno europeo che guardasse all’Africa per eliminare i fattori che aumentano le partenza e i traffici illegale. Lo stesso Draghi ha chiesto in conferenza stampa con il suo omologo libico un’azione dell’Unione europea rapida ed efficace. Ma ai timori italiani, l’Europa sembra aver già risposto con un “no”, che non è da considerare definitivo semplicemente perché c’è stata almeno una timida apertura sulle redistribuzioni.

Macron, ben consapevole che il prossimo anno vi saranno le elezioni e che Marine Le Pen incalza, in questo momento non può accettare che l’opinione pubblica lo veda come colui che apre le porte ai migranti. Soprattutto se questi migranti provengono da altri paese dell’Unione europea. L’intervista del capo dell’Eliseo al Journal du Dimanche non lascia dubbi: per Macron la responsabilità deve essere anche (se non soprattutto) dei paesi di primo approdo, e cioè Italia e Spagna. E l’aver ribadito questo concetto anche dopo gli incontri con Draghi evidenzia che a Parigi non sono per nulla contenti della possibilità che la strategia italiana sia quella della condivisione in toto degli sbarchi. Ipotesi che non piace naturalmente nemmeno in Germania, perché se Macron ha le elezioni tra quasi un anno, Angela Merkel, pur in via di ritiro, ha la sua Cdu che si gioca il tutto per tutto a settembre. Gli ultimi sondaggi danno la destra dell’Afd in crescita soprattutto nella parte orientale della Germania, e la costola bavarese del partito, quella capeggiata da Horst Seehofer, ha già fatto intendere di non avere grossi interessi nel trovare una soluzione equa in Europa sul fronte migranti.

A conferma di questa posizione franco-tedesca, Repubblica riporta che il vertice tra i governi di Berlino e Parigi ha già mostrato che Macron e Merkel non cederanno sul punto. Il presidente francese vorrebbe riaprire sulle quote solo in cambio della garanzia che le persone che arrivano dall’Italia saranno respinte in Italia. Una fonte citata dal quotidiano romano parla apertamente di una redistribuzione del 30% tra Italia, Francia e Germania con l’esplicita richiesta che chi arriva passando per l’Italia possa essere rimandato nel Belpaese. Avvertimento che da Palazzo Chigi hanno recepito. In attesa che il al Consiglio Ue di giugno si possa finalmente trovare una soluzione che, in ogni caso, sembra già essere difficile da raggiungere e molto tardiva.

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