Il progetto del Governo italiano di trasferire migranti in Albania sembra essersi arenato con difficoltà ampiamente previste, culminando in un fallimento annunciato. Mercoledì era atteso oltre il Canale d’Otranto il primo gruppo di migranti diretti nei controversi centri di gestione delle richieste d’asilo voluti dalla premier Giorgia Meloni e completati di recente. Si trattava di 16 uomini di nazionalità egiziana e bangladese, trasportati con gran fanfara – ed enormi costi per l’erario – a bordo della nave “Libra” della Marina Militare italiana. Con il loro arrivo, doveva prendere ufficialmente il via il nuovo sistema ideato da Roma con il beneplacito della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Ma il tribunale di Roma non ha convalidato il fermo per i migranti portati in Albania, e dovranno essere rimpatriati, sebbene non è chiaro come questo succederà.
I giudici, ricorda la giornalista Eleonora Camilli, hanno basato la loro decisione sulla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 4 ottobre, che di fatto ha invalidato la procedura accelerata per i migranti trasferiti in Albania, poiché non provenienti da Paesi sicuri. Nonostante l’avvertimento dato dalla sentenza europea, il Governo è andato avanti con un progetto dal grande richiamo mediatico e simbolico. Ora i migranti torneranno in Italia, dove sbarcheranno a Brindisi e saranno poi trasferiti a Bari. Le commissioni territoriali hanno già respinto rapidamente le richieste d’asilo, ma il caso è ora nelle mani del giudice di pace.
È probabile che il prossimo futuro del progetto Albania sarà sospeso nel limbo, segnato da un aspro confronto legale: a cinque giorni dal lancio dell’iniziativa meloniana, il bilancio è di oltre 2.000 migranti sbarcati in Italia e nessuno portato nei nuovi centri. È difficile che a breve le cose possano funzionare come previsto, e così il Governo si è lanciato in strali contro i giudici italiani, accusati di impedire alla politica di fare il suo corso e addirittura (secondo il ministro degli Esteri, Antonio Tajani) di ignorare il concetto basilare della separazione dei poteri.
Come doveva andare
Secondo l’accordo tra il Governo italiano e quello albanese, ogni mese alcuni richiedenti asilo devono trasferiti in Albania, dove saranno ospitati in strutture costruite e finanziate interamente dal Governo italiano, con un primo investimento di 65 milioni di euro (che aumenteranno a 120 per il 2025). Secondo diversi analisti il sistema rischia di essere inutilmente costoso: i flussi migratori verso l’Italia spesso sono caratterizzati da viaggi lunghi e pericolosi, e i meccanismi di filtro e rimpatrio sono notoriamente macchinosi, specialmente d’estate quando le migrazioni diventano più intense.
Il processo dovrebbe iniziare a bordo delle navi italiane della Guardia Costiera o della Guardia di Finanza, dove verrà effettuato un primo esame delle condizioni dei migranti e della loro provenienza. La seconda tappa è la nave “Libra” della Marina Militare italiana, che staziona a circa 37 chilometri a Sud di Lampedusa, vicina alle coste di Tunisia e Libia, da dove partono la maggior parte dei barconi diretti verso l’Italia. Dalla nave i migranti saranno sottoposti a un ulteriore esame per selezionare quelli che saranno trasferiti in Albania e quelli che invece sbarcheranno in Italia, principalmente a Lampedusa.
Secondo il protocollo, donne, bambini, famiglie e persone considerate vulnerabili verranno portate in Italia e inserite nei centri di accoglienza. Al contrario, gli uomini adulti provenienti da Paesi considerati sicuri saranno trasferiti in Albania. La classificazione di “paese sicuro” è oggetto di controversie: molti dei Paesi inclusi in questa lista non hanno regimi democratici né rispettano pienamente i diritti umani. È questa classificazione a essere smontata dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nella sentenza del 4 ottobre.
Una volta sbarcati in Albania, i migranti scenderanno dalla nave al porto di Shengjin, una città costiera situata a circa un’ora dalla capitale Tirana dove verranno effettuate le procedure di identificazione in una struttura gestita dalla polizia italiana. Procedure che normalmente avverrebbero subito dopo lo sbarco in Italia nei cosiddetti “hotspot”, ma che il Governo ora vuole esternalizzare per impedire che i migranti restino a lungo sul territorio nazionale.
Dopodiché i migranti verranno spostati a Gjader, un piccolo villaggio nell’entroterra, dove si trovano altre due strutture: un centro di prima accoglienza con 880 posti per coloro che faranno richiesta d’asilo e un Centro di permanenza (CPR) e rimpatrio con 144 posti per i migranti la cui richiesta di asilo sarà respinta. Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, ha visitato il CPR insieme a due deputati del Partito democratico, denunciando gravissime violazioni dei diritti umani: “Come in un lager, migranti torturati”.
La tendenza europea
È importante ricordare che il protocollo Albania si dovrebbe applicare solo ai migranti soccorsi dalle autorità italiane nel Mediterraneo centrale, escludendo quelli salvati da navi delle ONG, probabilmente per evitare conflitti con gli stati di bandiera delle navi coinvolte. C
Fallimento meloniano o meno, va ricordato che il progetto Albania segnala una più generale tendenza dell’Europa ad andare a destra sull’immigrazione. L’obiettivo di fondo, fa capire Von Der Leyen, è quello di imporre all’Europa hub di rimpatrio per i migranti irregolari proprio come sta facendo l’Italia. Se la premier italiana ha puntato all’Albania, la democraticissima Olanda sta studiando una soluzione analoga in Uganda e la Danimarca guidata dai socialdemocratici nel Kosovo.
Va analizzata questa tendenza astrandosi dal chiacchiericcio italiana e dal wishful thinking di chi spera che l’irrigidimento delle frontiere possa essere capovolto con soli pasticci legislativi alla romana. Di fatto l’intera Ue – chi più, chi meno – sta scegliendo un referente più povero per scaricarvi chi non vuole a casa.