“Non credo alla politica delle quote, perché non si riesce mai a farle rispettare. Se domani decidessimo di avere un certo numero limitato di immigrati dal Mali o dal Senegal, oppure di macellai e di esperti di informatica, scopriremmo in fretta che si tratta di un meccanismo impossibile pilotare”. Chi l’ha detto? Emmanuel Macron, nel 2017, durante la campagna elettorale che l’avrebbe portato all’Eliseo.

Allora Macron si batteva con grinta contro quello che dieci anni prima era stato un cavallo di battaglia di Nicolas Sarkozy e che in quelle settimane era uno dei temi preferiti di Francois Fillon, suo principale rivale nella corsa alla presidenza. Ma si sa, la propaganda è una cosa, i fatti tutt’un’altra. Così Macron, mentre accettava col contagocce i richiedenti asilo, cambiava anche parere sui flussi migratori. Fino alla clamorosa intervista rilasciata a fine settembre, in cui, all’ombra del principio “la Francia non può accogliere tutti” e del lamento sull’Europa che non collabora, il Presidente annunciava una riforma del sistema di accoglienza dei migranti.

Insomma, Macron ha addotto le ragioni di quei “sovranisti” e “nazionalisti” che tanto disprezza quando… non sono lui. Il progetto, comunque, è stato appena illustrato. E ovviamente, più che di una riforma si tratta di una controriforma, accolta a palle incatenate dalle associazioni che si occupano di accoglienza dei migranti. Essa prevede limiti più stretti agli ingressi per ragioni mediche e di cura (il diritto all’assistenza sanitaria sarà riconosciuto solo dopo tre mesi dall’arrivo) e ai ricongiungimenti familiari, oltre che uno scrutinio più accurato delle richieste di protezione umanitaria e politica, con il conseguente aumento delle espulsioni e dei rimpatrii (nel 2018 il 10% rispetto alle richieste) per coloro che fossero giudicati privi delle qualifiche giuste per ottenere tale protezione.

Ma a far discutere è soprattutto il sistema delle quote che, stando alle parole di Muriel Pénicaud, la ministra del Lavoro che lo ha presentato, si ispira ai modelli varati dall’Australia e dal Canada. In sintesi, si tratta di questo: ogni anno verrebbero concessi tra 30 e 35mila permessi d’ingresso a lavoratori stranieri di categorie ben precise, quelle cioè che una speciale commissione governativa giudicherà più utili o necessarie all’economia francese, sulla base di un aggiornamento in tempo reale dei posti di lavoro vacanti a cui contribuiranno i dati forniti da sindacati, regioni e uffici di collocamento.

Il personale straniero così reclutato potrà avere le qualifiche più diverse, dall’ingegnere al lavapiatti, saranno le richieste del mercato del lavoro a decidere. La nazionalità del migrante non avrà alcuna importanza ma il visto sarà in ogni caso concesso solo per un periodo di tempo limitato e solo in relazione allo specifico lavoro richiesto. Cambia qualcosa anche per gli eventuali datori di lavoro. Oggi, quando assumono uno straniero, devono spiegare perché e giustificare il fatto di non aver assunto un francese. Domani, all’interno dei 30-35mila lavoratori stranieri che formeranno la quota annuale di immigrati economici, i datori di lavoro potranno assumere chi vorranno, senza ostacoli di alcun genere.

Nella sostanza, il “la Francia non può accogliere tutti” di Macron si tradurrà in meno permessi per ragioni umanitarie e in un numero limitato e controllato di ingressi per ragioni economiche. Che saranno però quelle della Francia e non quelle dei migranti. Il presidente francese replica a suo modo la strategia di Angela Merkel, che nel 2015 provò a far entrare in Germania i profughi siriani (e solo quelli) col chiaro intento di procurare all’economia tedesca, in ansia anche per il costante calo demografico, forze fresche e ben qualificate dal punto di vista professionale.

È una strategia comprensibile, di fronte alle falle che sembrano affondare sia la strategia dei “porti aperti” (l’accoglienza universale è impossibile da gestire) sia quella dei “porti chiusi” (che restano chiusi fino a un certo punto). E si può capire perché certi leader europei, di fronte alle difficoltà economiche interne (in Francia, pare, ogni anno manca il personale giusto per coprire 150 mila posti di lavoro), provino ad arruolare forza lavoro selezionata e a basso costo nelle masse che si affollano alle nostre frontiere. Anche questa strategia, però, ha i suoi rischi. Il più evidente è che, nel medio periodo, finisca con l’impoverire ulteriormente le società e le economie dei Paesi di partenza dei migranti. Paesi che perderebbero così, a nostro favore, le risorse umane migliori. Il che non farebbe che incentivare il desiderio di migrare verso l’Europa.

Molti in Francia sostengono che Macron si sia deciso a questa “stretta” dopo le proteste dei gilet gialli e per cominciare a preparare le elezioni presidenziali del 2022, con la prevedibile sfida di Marine Le Pen, che lo ha sorpassato nelle recenti elezioni europee. Ma il primo vero test arriverà assai prima, tra pochi mesi, con una tornata di elezioni amministrative che serviranno, non c’è dubbio, anche da termometro politico generale.

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