Promesse, pacche sulle spalle, tante accortezza sulle difficoltà che sta vivendo l’Italia con il possibile arrivo di migliaia di migranti. Ma dall’Europa, a parte la solidarietà (a parole), di gesti ne arrivano molto pochi. Segno che chiunque arrivi a Palazzo Chigi, anche se questa persona ha un bagaglio europeo come Mario Draghi, si trova davanti il solito muro.

Nessuno, tra i più realisti, si aspettava che la svolta sarebbe arrivata in questo vertice di Bruxelles. I leader europei non sono mai apparsi in grado di forgiare una linea comune sul tema, e di certo non lo avrebbero fatto ora con le elezioni in vista per Germania e Francia e con Visegrad stranamente taciturno. L’impressione è che nessuno voglia innescare uno scontro interno che rischi di lacerare ulteriormente un’Europa talmente fragile da sembrare perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. E per questo si congela tutto, non si discute, si cerca l’accordo solo su quello che fa comodo a tutti (in questo caso nel blocco anti Lukashenko). Ma sui problemi che premono alcuni Stati, in particolare quelli del fronte meridionale, la regola è sempre la stessa: prendere tempo e cercare la soluzione che accontenti tutti. Il che si traduce, nella maggior parte dei casi, in una soluzione che non accontenta l’Italia.

In questo pantano, Draghi si trova in una posizione estremamente difficile. Sul lato interno, la Lega incalza e sa che non può permettersi passi falsi sulla questione sbarchi senza che vi sia un dibattito dilaniante in seno alla maggioranza. Ma sul lato esterno, è ormai chiaro che gli alleati europei che sostengono la linea italiana (un blocco composto da Francia, Grecia, Spagna, in parte Malta, Portogallo, e forse Romania e Irlanda) non troveranno un accordo nella stagione più difficile. E Parigi, che dovrebbe porre il suo sigillo per far andare avanti almeno l’idea di un accordo intergovernativo, non ha alcun interesse a spingere troppo sull’acceleratore in attesa di capire come trovare una quadra con l’Italia sull’Africa, sulla Libia e sulla gestione dei flussi migratori prima che arrivino al confine transalpino.

La questione per l’Eliseo è una priorità assoluta, e in questi anni non l’hai mai nascosto. Macron, dopo il bilaterale con Draghi, ha detto di avere compreso il problema e, come spiegato dal Corriere della Sera, si attendono manifestazioni pubbliche si questa sinergia tra Italia e Francia che serve tanto all’Eliseo quanto a Palazzo Chigi. Ma i precedenti non vanno dimenticati e per questo occorre cautela. Nel 2015, Matteo Renzi ebbe uno scontro molto duro con François Hollande quando i francesi respinsero a Ventimiglia i migranti in arrivo dall’Italia. All’epoca, il ministro dell’interno Bernard Cazeneuve ricordò senza mezzi termini che era l’Italia a dover farsi carico di quelle persone in base alle regole Schengen. Lo scontro esplose nuovamente tre anni dopo, nel 2018, quando si insediò il governo giallo-verde e Matteo Salvini era ministro dell’Interno. Macron condannò ripetutamente l’Italia per non dare il semaforo verde all’approdo delle navi Ong, scandendo epiteti non certo edulcorati nei confronti del leghista e dell’esecutivo italiano. E mentre le operazioni della polizia francese al confine per respingere in Italia gli immigrati clandestini non si sono mai fermate, non è cessato nemmeno quell’egoismo che fa da sottofondo a ogni scelta europea sul tema (così come su tanti altri).

Ora per l’Italia le strade iniziano a essere molto poche. In attesa di un “sì” da parte dell’Unione europea che non arriverà affatto presto (quantomeno non in estate, e lo sottolineano tutti, compreso Macron), la strada più rapida potrebbe essere quella di riattivare il cosiddetto patto di Malta. Un accordo che però non risolverebbe in modo permanente la questione. La commissaria Ylva Johansson ha parlato di un meccanismo abbastanza criptico e che sembra andare bene a tutti tranne che all’Italia, che lo considererebbe una base minima. “La nostra proposta è di avere un meccanismo di solidarietà di ricerca e soccorso speciale, che significa che ogni anno, insieme agli Stati membri, essenzialmente l’Italia, dovremmo stabilire quali saranno i numeri da gestire dal punto di vista della distribuzione nel corso dell’anno successivo per avere poi un pool al quale devono contribuire gli Stati membri” ha detto Johansson, “così, se dopo un’operazione di ricerca e soccorso vi sono degli sbarchi già dovrebbe esservi una disponibilità a distribuire queste presenze in altri Stati membri. Si tratta di un meccanismo speciale, appositamente ideato, che si aggiunge a quello ordinario di solidarietà”.

Meccanismo che comunque non cambierebbe due dati: l’Italia agirebbe da sola e deve sperare che i Paesi membri dell’Unione europea siano finalmente in grado di rispettare i patti. I negoziati a questo punto si fanno complicati: Draghi dovrà riuscire nell’intento di convincere i riottosi fin troppo abituati a delegare agli altri i problemi di tutta l’Europa. Ma con Macron che traballa e la Merkel in attesa del voto di settembre e, l’Europa non appare certo invogliata ad accelerare per sostenere i suoi “alleati” mediterranei.

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