Ylva Johansson, commissario Ue agli Affari Interni, sbarca con il ministro Luciana Lamorgese in Tunisia. L’obiettivo è quello di provare a intavolare e trattative sui migranti, nodo cruciale per un’estate che si preannuncia bollente sotto il profilo dei flussi migratori. Ma nel viaggio del tandem italo-europeo in Tunisia rischiano di esserci diverse trappole che possono minare già in radice gli accordi che potrebbero eventualmente essere conclusi da Italia, Ue e governo tunisino.

Il viaggio arriva in un momento molto delicato. Per l’Italia c’è una latente discussione politica sul tema migranti in cui è difficile trovare una quadra, e gli sbarchi a Lampedusa preoccupano il governo su diversi livelli. Mentre sul fronte tunisino, la crisi posto-coronavirus ha avuto un impatto molto duro nella già fragile economia del Paese, con il rischio poi che molti partiti vedano di pessimo occhio un accordo sulla gestione dei migranti che in Nord Africa ha sempre la percezione di un qualcosa di neocoloniale.

Le tempistiche non sono certamente delle migliori, quantomeno dal punto di vista mediatico. Quanto avvenuto a Ceuta è un campanello d’allarme risuonato non solo in Spagna, ma in tutta Europa e nel Mediterraneo. E se da una parte Italia ed Europa vogliono evitare che si ripeta un arrivo repentino e a valanga di migranti in altre frontiere Ue, è altrettanto evidente che un accordo sul modello Marocco-Spagna implichi il pericolo che quell’arma di ricatto di Rabat verso Madrid si replichi anche tra Tunisi e Roma.

Le premesse politiche sono diverse, ma il timore è che tutto quanto si traduca in uno schema noto: la Tunisia riceve soldi e investimenti in cambio del controllo e della gestione in loco dei migranti, e quando decide che non bastano più quelle clausole, apre il “rubinetto” minacciando di far arrivare migliaia di disperati sulle coste italiane. Pericolo che non può essere negato in radice e che quanto avvenuto a Ceuta ha amplificato e non poco. Soprattutto perché l’esperienza turca sul lato dell’Egeo non aiuta a guardare le cose con estrema serenità: Erdogan ha ottenuto proprio grazie ai migranti le chiavi dei rapporti con la politica europea. Il pericolo è quello di consegnare “armi di ricatto” a tutti i Paesi di confine perché l’Ue non è in grado di gestire i flussi migratori né di imporre delle regole.

Chiaramente per l’Italia la condizione di svantaggio è evidente per diversi motivi. Ceuta è un’enclave spagnola in territorio africano, dunque ha tutto il diritto di respingere migranti in base agli accordi bilaterali e di usare le forze dell’ordine e quelle militari. Diverso il caso di un Paese come l’Italia che, in base a questo criterio, dovrebbe respingere i migranti in arrivo dal mare e in molti casi al limite del naufragio. La Spagna può permettersi un muro e di non ricevere la condanna unanime dell’Unione europea e delle agenzie di frontiera. L’Italia materialmente non può erigere un muro in acque a sui respingimenti in mare esistono regole ben diverse perché implica il mettere a rischio la vita delle persone, molto spesso in acque internazionali, oltre a un enorme dispendio economico per l’uso di mezzi navali adatti.

C’è poi un ulteriore problema: con la Tunisia gli accordi di rimpatrio già esistono, ma sono da sempre avvolti in una strana ombra. Come riportato da Alessandro Scipione, già l’anno scorso c’erano dei problemi di interpretazione sugli accordi e sulla loro costituzionalità. Cosa che metterebbe a serio rischio una qualsiasi firma. E per l’Italia c’è un’altra mannaia. Secondo Johansson, intervista da Repubblica, qualsiasi accordo “non lo firmeremo durante questa visita” e la speranza è “di arrivarci entro la fine dell’anno”. Ma nel frattempo l’estate è dietro l’angolo.

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