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Politica

Migliaia di salvadoregni rischiano di essere espulsi dagli Stati Uniti

Era da poco iniziato il 2001, anno che poi si rivelerà infausto e drammatico per gli USA per quanto accaduto l’11 settembre; mentre a Washington fervevano i preparativi per l’insediamento di George W. Bush alla Casa Bianca, dopo i drammatici...

Era da poco iniziato il 2001, anno che poi si rivelerà infausto e drammatico per gli USA per quanto accaduto l’11 settembre; mentre a Washington fervevano i preparativi per l’insediamento di George W. Bush alla Casa Bianca, dopo i drammatici tre mesi di riconteggio dei voti in Florida, in El Salvador un terribile terremoto faceva tremare tutto il centro America: la scossa, di magnitudo 7.7, radeva al suo diverse città provocando più di 500 vittime. Era il 13 gennaio ed in tutto il continente americano era scattata la corsa alla solidarietà; a complicare il quadro, era stata poi la scossa del 13 febbraio sempre di quell’anno, esattamente un mese dopo, che riduceva in brandelli ciò che era rimasto in piedi: anche in quel caso, le vittime erano state centinaia, si stima più di 300. Chissà se allora qualcuno aveva pronosticato che questo fatto, apparentemente lontano dagli USA, dopo sedici anni sarebbe diventato base di un nuovo caso politico che riguarda l’amministrazione Trump.

Lo statuto speciale destinato ai salvadoregni

Uno dei primi atti dell’amministrazione Bush, era stato quello di approvare un apposito regolamento per agevolare l’accoglienza dei cittadini superstiti del sisma; in tanti, sia legalmente che illegalmente, dalle zone terremotate erano entrati in Messico e, da lì, erano riusciti a risalire verso il confine con gli USA. Da El Salvador arrivavano notizie di pericoli di diffusione di malattie ed epidemie e, complessivamente, di una situazione molto critica per la popolazione; da Washington si era dunque deciso di procedere con l’accoglienza di chi pressava alle frontiere e di favorire la permanenza di chi, invece, era già riuscito ad entrare sia legalmente che illegalmente: ecco dunque il senso dello Statuto Speciale di Protezione Temporanea, l’atto che ha permesso la permanenza complessivamente di almeno duecentomila salvadoregni. Chiunque mostrava la cittadinanza di El Salvador o dimostrava di essere stato coinvolto nei disastri dei due terremoti, poteva rimanere negli USA od avere libero accesso in via provvisoria.





L’annuncio del Dipartimento della Sicurezza Interna

Nelle scorse ore da Washington, in una nota di poche righe, il governo americano ha annunciato lo stop dello Statuto di Protezione Temporanea; a comunicarlo ufficialmente è stato il Dipartimento della Sicurezza Interna, l’equivalente statunitense del Ministero dell’Interno, guidato dallo scorso dicembre da Kirstjen Nielsen: “Non esistono più le condizioni iniziali causate dal terremoto del 2001 – si legge nella nota – Dunque lo Statuto verrà cancellato”. Tradotto in senso pratico, i duecentomila salvadoregni che da sedici anni erano negli USA non avranno più diritto a rimanere e rischiano di essere espulsi dal territorio della federazione; sempre secondo il Dipartimento della Sicurezza Interna, la cancellazione dello Statuto non avrà comunque effetti immediati: tutti i salvadoregni che ne hanno beneficiato dal 2001 in poi, hanno diciotto mesi di tempo per lasciare il paese oppure per acquisire nuovamente, ma tramite altri modi, il diritto a rimanere. Negli USA, dopo questo annuncio, è già bagarre politica.

Tra favorevoli e contrari

Hanno già promesso battaglia le associazioni che, nei primi mesi di presidenza Trump, hanno effettuato numerosi ricorsi contro i ‘Muslim Ban’ promulgati dal tycoon newyorkese; secondo tali associazioni, la cancellazione dello Statuto per i salvadoregni potrebbe rischiare di mettere sul lastrico migliaia di famiglie che, dopo sedici anni di permanenza nel paese, sono oramai integrate nel tessuto sociale statunitense. Ma dall’altro lato, una buona parte dei Repubblicani plaude alla scelta dell’amministrazione Trump e del nuovo Segretario alla Sicurezza Interna; in particolare, si fa riferimento al carattere provvisorio dello Statuto del 2001 ed allo spirito che ha animato la sua approvazione sedici anni fa, un tempo in cui le condizioni derivanti dalla situazione post sisma sono cessate e dove, dunque, non esistono più pericoli per la popolazione scappata a seguito delle scosse.

Un atto in linea con la politica sull’immigrazione di Trump

Non è certo la prima volta che l’amministrazione USA guidata dall’imprenditore newyorkese si caratterizza per scelte di discontinuità, nel campo dell’immigrazione, rispetto al governo di Barack Obama; il Muslim Ban, con cui si proibiva l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da sette paesi musulmani considerati a rischio terrorismo, è stato uno dei primi atti firmati da Donald Trump, anche se successivamente è stato bocciato nella sua forma originaria da diverse sentenze in vari Stati ed ha costretto il presidente USA, più volte, ad una sua rimodulazione. Il Muslim Ban, anche se non espressamente citato in campagna elettorale, è stato voluto per dare immediata dimostrazione al proprio elettorato di operare in maniera coerente con quanto annunciato durante la corsa alla Casa Bianca contro Hillary Clinton; anche in questo caso, politica ed opinione pubblica hanno mostrato vistose spaccature tra favorevoli e contrari tanto all’atto in sé e per sé e quanto, in maniera generale, alla politica sull’immigrazione da parte di Trump.

La misura anti migranti più clamorosa annunciata dal presidente USA in campagna elettorale, è però costituita senza dubbio dalla volontà di costruire ed implementare il muro tra la federazione ed il Messico; l’opera, che Trump ha più volte detto di voler far finanziare al governo di Città del Messico, ha generato non solo proteste negli Stati Uniti ma anche un certo raffreddamento dei rapporti con il paese confinante. Nonostante tutto, il governo americano ha spesso dato l’impressione di voler realmente proseguire con i lavori, avviando lo scorso anno anche i primi bandi; pur tuttavia non mancano ancora oggi perplessità di natura tecnica anche se, come hanno riportato alcune agenzie americane nei giorni scorsi, Trump avrebbe chiesto lo stanziamento di 18 miliardi di Dollari per ultimare la chiusura della barriera. La paternità del muro, tuttavia, è da ascrivere anche all’amministrazione di Bill Clinton visto che, in buona parte della frontiera, la barriera attualmente esistente è stata issata nel 1994.  

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