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Politica

Midterm Usa, Simona Mangiante spiega i segnali e i personaggi che davvero contano

Perché la vera domanda delle midterm del 2026 non è soltanto quanti seggi perderanno o guadagneranno Repubblicani e Democratici. È capire se la coalizione politica che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024 esiste ancora nella stessa forma

Domani l’America vota. In palio ci sono tutti i 435 seggi della Camera, 35 seggi del Senato e, formalmente, il controllo del Congresso. Ma io guarderei altrove.

Perché la vera domanda delle midterm del 2026 non è soltanto quanti seggi perderanno o guadagneranno Repubblicani e Democratici. È capire se la coalizione politica che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024 esiste ancora nella stessa forma e, soprattutto, quale opposizione stia nascendo per affrontarla nel 2028. Oltre 55 milioni di americani hanno già votato. I Democratici partono con aspettative favorevoli per la riconquista della Camera, mentre la battaglia per il Senato è decisamente più complessa. Ma alcune delle informazioni politicamente più importanti di domani potrebbero arrivare proprio da Stati nei quali, fino a poco tempo fa, una vera competizione sarebbe sembrata improbabile.

Ecco quindi non tanto chi penso vincerà — le elezioni americane degli ultimi anni dovrebbero averci insegnato una certa prudenza — ma le mie previsioni su ciò che il voto rivelerà dell’America.

1. Trump non è sulla scheda. E proprio per questo sarà il vero test

La prima lettura della notte sarà inevitabile: referendum su Donald Trump. È corretta, ma incompleta. Le midterm tendono storicamente a penalizzare il partito che occupa la Casa Bianca. Se i Repubblicani perderanno seggi, quindi, questo da solo non dimostrerà il tramonto del trumpismo. Io osserverò qualcosa di diverso. Trump nel 2024 ha costruito una coalizione più ampia del tradizionale elettorato repubblicano, migliorando le proprie performance tra gruppi che per anni erano stati considerati parte naturale della coalizione democratica.

La mia prima previsione è quindi questa: il dato più importante non sarà quanto perde il Partito Repubblicano, ma se gli elettori conquistati personalmente da Trump siano diventati elettori repubblicani oppure rimangano semplicemente elettori di Trump. È una differenza enorme.

Se una parte significativa di quell’elettorato non si presenterà alle urne o tornerà verso i Democratici quando Trump non è candidato, il GOP avrà un problema che va ben oltre queste midterm: dovrà capire se il movimento costruito dal presidente possa sopravvivere politicamente al suo fondatore.

2. La mia seconda previsione: il portafoglio batterà l’ideologia

La campagna americana è stata dominata da immigrazione, politica estera, identità, aborto, guerre culturali e dallo scontro permanente intorno alla figura di Trump. Ma domani mi aspetto che una parte importante del voto venga decisa da qualcosa di molto meno ideologico: quanto costa vivere in America. Casa. Spesa. Assicurazioni. Energia. Sanità.

L’affordability è diventata una delle parole centrali di questa campagna per una ragione molto semplice: un elettore può condividere culturalmente un partito e contemporaneamente punirlo economicamente. È proprio qui che potrebbero emergere alcune delle sorprese della notte. Non guarderei soltanto quanti Democratici votano democratico e quanti Repubblicani votano repubblicano. Guarderei indipendenti, elettori meno ideologizzati e soprattutto coloro che nel 2024 hanno votato Trump per ragioni economiche. Se si muoveranno, anche marginalmente, avremo uno dei primi segnali importanti sul 2028.

3. Texas: Talarico contro Paxton, troppo semplice

Se c’è uno Stato che domani guarderò con particolare attenzione, è il Texas. James Talarico e Ken Paxton arrivano all’Election Day con una competizione che i sondaggi collocano entro il margine d’errore. Già questo è politicamente straordinario.

Il Texas non elegge un democratico statewide dal 1994. Per decenni i Democratici hanno annunciato l’imminente trasformazione dello Stato in un battleground, e per decenni quella trasformazione non si è concretizzata. Questa volta, però, qualcosa è diverso. Più di 7,7 milioni di texani hanno già votato anticipatamente, superando persino il record delle midterm del 2018. Il voto latino è aumentato nell’early voting e alcuni dei territori che avevano consentito a Trump di realizzare risultati storici nel 2024 sono nuovamente contendibili. La mia previsione sul Texas non è semplicemente una previsione sul vincitore.

Credo che Talarico possa mostrare ai Democratici un modello politico che verrà studiato molto attentamente anche se non dovesse conquistare il seggio.

Perché Talarico sta facendo qualcosa di insolito. Non ha necessariamente moderato la sostanza dell’agenda economica progressista. Ha modificato il linguaggio con cui la presenta. Parla di costo della vita, concentrazione della ricchezza e potere delle corporations. Ma contemporaneamente parla di Texas, fede e cristianesimo. Cerca di presentare lo scontro politico non come sinistra contro destra, ma come cittadini contro élite economiche. È un esperimento importante.

Per anni il Partito Repubblicano ha praticamente monopolizzato il linguaggio della fede nella politica americana. Talarico tenta di utilizzare proprio quel linguaggio per sostenere politiche economiche progressiste.

Domani guarderò soprattutto tre cose. Il South Texas e il voto latino, dove Trump aveva realizzato avanzamenti impressionanti nel 2024. Le grandi periferie di Dallas-Fort Worth, dove vivono molti elettori repubblicani moderati. E Harris County, Houston, dove per Talarico non sarà sufficiente vincere: dovrà ottenere margini molto elevati.

Ma c’è un quarto elemento ancora più interessante: i Repubblicani che voteranno per altri candidati del GOP e potrebbero lasciare vuota la casella del Senato piuttosto che votare Paxton. In una corsa estremamente serrata, poche migliaia di questi elettori possono diventare determinanti. Per questo eviterei la frase semplicistica “il Texas sta diventando blu”.

La domanda vera è molto più interessante: i Democratici hanno finalmente trovato un linguaggio capace di parlare a elettori che non vogliono necessariamente diventare democratici? Domani avremo una prima risposta.

4. Michigan: qui si decide anche quale Partito Democratico arriverà al 2028

Poi c’è il Michigan. E qui il laboratorio politico è quasi opposto. Abdul El-Sayed non tenta di rendere invisibile la propria identità progressista. La rivendica.

La sua candidatura rappresenta una scommessa sulla possibilità di vincere uno degli Stati simbolicamente più importanti della politica americana attraverso una coalizione progressista, giovane e demograficamente diversa. Ma nelle ultime ore la corsa contro il repubblicano Mike Rogers è diventata anche una guerra interna ai Democratici. Haley Stevens, sconfitta da El-Sayed nelle primarie democratiche, ha fatto qualcosa di politicamente clamoroso: ha appoggiato Rogers, il candidato repubblicano. E alcuni membri del suo stesso staff si sono dimessi dopo quella decisione.

Questa non è più soltanto una Senate race. È la rappresentazione quasi perfetta della crisi d’identità democratica. La mia previsione è che il risultato del Michigan verrà utilizzato immediatamente dalle diverse anime del partito per sostenere due tesi opposte sul 2028. Se El-Sayed otterrà un risultato forte, i progressisti diranno che moderare continuamente il messaggio non è necessario per vincere. Se invece perderà terreno tra moderati e indipendenti, l’ala centrista sosterrà esattamente il contrario.

Ed è per questo che considero Michigan e Texas due facce della stessa domanda. Talarico cerca di rendere culturalmente più accessibile una parte dell’agenda progressista. El-Sayed verifica quanto lontano possa arrivare una candidatura che quella stessa identità progressista la rivendica apertamente.

5. Il voto latino potrebbe essere nuovamente il dato che sorprende Washington

C’è poi una variabile che seguirò con particolare attenzione: gli elettori latino-americani. Nel 2024 Trump aveva ottenuto risultati che avevano costretto molti analisti a mettere in discussione l’idea del voto latino come blocco naturalmente democratico. Domani vedremo quanto di quello spostamento fosse strutturale. Il Texas sarà uno dei laboratori principali.

Nel South Texas, contee fortemente ispaniche che Trump aveva conquistato nel 2024 mostrano segnali di possibile movimento verso sinistra. Anche la partecipazione anticipata degli elettori ispanici è cresciuta. Ma attenzione: un ritorno parziale verso i Democratici non significherebbe necessariamente che il riallineamento del 2024 sia scomparso. Potrebbe significare qualcosa di più complesso: questi elettori non appartengono più automaticamente a nessuno dei due partiti. E se fosse questa la conclusione, sarebbe forse una delle notizie più importanti dell’intera elezione. Perché significherebbe che una delle componenti demografiche più importanti dell’America futura è diventata realmente contendibile.

6. La Camera potrebbe cambiare colore. Il Senato ci dirà qualcosa di più interessante

Le aspettative della vigilia indicano una situazione relativamente più favorevole ai Democratici alla Camera, mentre il Senato rimane molto più difficile da conquistare. Ma io non leggerei necessariamente una Camera democratica come un terremoto anti-Trump.

Il partito del presidente perde frequentemente terreno nelle midterm. Guarderei invece quanto profondamente i Democratici riescono a penetrare in territori che Trump aveva conquistato nel 2024. Texas, Michigan, Ohio, Alaska, Kansas e altri Stati competitivi possono raccontarci molto di più della semplice maggioranza numerica a Washington.

Perché una cosa è conquistare seggi nei distretti suburbani già oscillanti. Un’altra è cominciare a erodere la coalizione presidenziale repubblicana in Stati nei quali Trump aveva vinto comodamente soltanto due anni fa.

7. La mia previsione finale: domani sera comincerà davvero il 2028

Questa è forse la previsione di cui sono più convinta. Il 4 novembre, mentre Washington discuterà ancora di riconteggi, margini e seggi, la campagna presidenziale del 2028 sarà già iniziata. Ogni risultato verrà utilizzato per rispondere alla stessa domanda. Che cosa viene dopo Trump?

Per i Repubblicani significherà capire se esiste un trumpismo trasferibile a un altro candidato o se la coalizione rimane legata soprattutto alla personalità del presidente. Per i Democratici la domanda sarà ancora più complicata. Devono tornare al centro? Devono diventare economicamente più populisti? Devono seguire il modello Talarico, mantenendo alcune politiche progressiste ma cambiandone radicalmente il linguaggio? Oppure il modello El-Sayed, puntando apertamente su una nuova coalizione progressista? Domani non avremo tutte le risposte. Ma avremo finalmente dei dati.

Ed è per questo che durante la notte elettorale io non guarderò soltanto la mappa rossa e blu.

Guarderò chi cambia voto, chi resta a casa, dove tornano i latinos, come votano i suburbs, quanti Repubblicani rifiutano Paxton senza abbandonare il GOP e se l’esperimento progressista di El-Sayed riesce a tenere insieme la coalizione democratica del Michigan.

Perché il vero teaser delle midterm 2026 non è chi controllerà Washington il 4 novembre. È qualcosa di molto più grande: domani sera potremmo vedere, per la prima volta, la forma dell’America che voterà per il prossimo presidente nel 2028.

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