Donald Trump è andato incontro a quello che è il tradizionale scoglio per tutti i presidenti degli Stati Uniti: le elezioni di Midterm. Solo due presidenti, nella storia americana, sono riusciti a superare indenni l’ostacolo di medio termine: Franklin Delano Roosvelt e George W. Bush. Per il resto, il voto di metà mandato ha sempre rappresentato il castigo degli elettori di fronte alle promesse mancate o a errori fatali da parte dell’amministrazione in carica.

È stato così per quasi tutti i presidenti, sarà così per Trump. Che si trova ora a dover fronteggiare una situazione politica difficile ma già ampiamente ipotizzata da molti osservatori. La Camera in mano ai democratici, anche di poco, di fatto comporta conseguenze non di poco conto sul piano del processo politico. Innanzitutto, Trump ha perso un rampo del Parlamento. E questo comporta inevitabilmente un pantano legislativo per molti progetti di legge che adesso avranno un iter di approvazione sempre più difficile. Inoltre, una Camera dei Rappresentanti a maggioranza blu rende possibile per quanto poi irrealizzabile in Senato, la messa in stato d’accusa nei confronti del presidente degli Stati Uniti.

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Ma perché Trump continua a dire che, infondo, quella di oggi è stata una vittoria? Lo è per diversi motivi. Innanzitutto perché, effettivamente, visto il modo in cui era stato dipinto il rapporto fra presidente ed elettorato Usa, molti (ingenuamente o per ideologia) si aspettavano che l’onda democratica sommergesse gli Stati Uniti. Mentre così non è stato. E il Senato ne è la dimostrazione. Gli Stati Uniti non sono un Paese che non si riconosce nel partito che governa. Anzi, alcuni successi elettorali dimostrano anche l’esatto opposto: che gli elettori hanno premiato i proprio repubblicani.

Tremendous success tonight. Thank you to all!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 7 novembre 2018

Ma esistono poi altri motivi per cui The Donald, pur senza poter cantare vittoria in maniera plateale, può ritenersi comunque soddisfatto. Ha mantenuto il Senato. Il che ha evitato quella che sarebbe stata a tutti gli effetti una disfatta. Ma soprattutto ha dimostrato che i democratici, per quanto abbiano posto sotto assedio la Casa Bianca, non sono riusciti a distruggere il consenso conservatore di questi ultimi anni. Trump non rappresenta la maggioranza dell’elettorato americano? Sì, come in fondo, numeri alla mano, non la rappresentava nemmeno dopo la sconfitta di Hillary Clinton, che prese comunque più voti del tycoon ma perse per i grandi elettori.

Insomma, non c’è stato il terremoto che molti speravano. Al contrario, adesso Trump si trova impantanato sì, ma di fronte ad alcune sfide che, se giocate bene, potrebbero anche giocare a suo favore. Da un punto di vista legislativo, le riforme volute dal presidente tendono a scavalcare il potere del Congresso, visto che molto spesso si è lanciato in executive order senza la consultazione con i parlamentari.

Ma adesso si trova anche la giustificazione politica di vedere disapprovate molte delle riforme volute dall’elettorato repubblicano perché non ha più la maggioranza. Di fatto è un presidente “azzoppato”: ma ha la possibilità di accusare direttamente i democratici di non volere le riforme sperate dall’America profonda. Mentre lui può presentarsi con un bagaglio di credito derivante dai dati macroeconomici che sono, numeri alla mano, dalla sua parte.

Infine, un altro punto. Il partito repubblicano ha perso alcuni seggi. Ma non ha perso Trump. Le elezioni di Midterm sono giudizi sulla presidenza, è vero, ma non dimentichiamoci l’importanza anche delle forze locali, del radicamento sul territorio, della scelta del singolo candidato legato a quel determinato distretto. Non sono per forza elezioni che indicano un futuro definito per gli Stati Uniti.

Molti presidenti che hanno perso le Midterm sono poi risultati vincitori nelle presidenziali successive. Ed è del tutto evidente che Trump abbia da subito puntato al 2020 molto più che alle elezioni di medio termine del 2018. E nel 2020, tranne rivoluzioni in corso, Trump è sicuro di ricandidarsi. Mentre i democratici brancolano ancora nel buio. Hanno strappato alcuni seggi alla Camera dei Rappresentanti. Ma per la Casa Bianca serve un leader. E in due anni è difficile trovarlo, visto che dalla sconfitta della Clinton nel 2016, ancora non è stato individuato. Per Trump saranno anni difficili. Ma gli Stati Uniti riservano spesso grandi sorprese.

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