Midterm, ossia metà mandato. L’appuntamento elettorale che Washington si appresta a vivere, a due anni dall’ultima tornata elettorale, potrebbe ridisegnare gli equilibri politici al Congresso e…oltre.
Un po’ di storia
Se l’articolo II della Costituzione degli Stati Uniti fissa il mandato del presidente degli Stati Uniti a quattro anni, l’articolo I, sezione 2, clausola 1 stabilisce un mandato di due anni per i membri del Congresso eletti alla Camera dei rappresentanti. Per gli eletti al Senato, invece, l’articolo I, sezione 3, clausola 1 stabilisce un mandato di sei anni; la clausola 2 divide questa camera in tre grandi gruppi, in modo che circa un terzo dei seggi sia rinnovato ogni due anni. Come i presidenti in carica, gli incumbent delle due camere hanno una forte possibilità di rielezione e non ci sono limiti federali alla durata del loro mandato. Questo aspetto rende le midterm molto sentite negli Stati tanto quanto le presidenziali, soprattutto la corsa al Senato, che ha una valenza territoriale molto forte.
Sebbene sulla scheda elettorale non vi sia il nome di candidati alla presidenza, irrimediabilmente, le midterm si traducono in un referendum sull’operato della presidenza. Così come è fisiologico che-tendenzialmente-il partito di governo subisca un brusco contraccolpo al Congresso, a due anni dall’insediamento. Alla maledizione delle midterm sfuggirono solo Franklin D. Roosevelt, Bill Clinton e George W.Bush.
Le cariche in palio
In questa tornata, gli elettori saranno chiamati a scegliere i propri rappresentanti per oltre 7.000 cariche federali e statali, senza contare migliaia di incarichi locali. Nel dettaglio, si voterà per eleggere:
- 435 deputati della Camera dei Rappresentanti, rinnovata integralmente ogni due anni;
- 35 senatori federali, su un totale di 100;
- 36 governatori statali, oltre a 3 governatori dei territori americani;
- 6.139 parlamentari statali, distribuiti in 88 assemblee legislative;
- 157 parlamentari dei territori americani e di Washington D.C.;
- 31 vicegovernatori statali;
- 30 procuratori generali statali (Attorney General);
- 26 segretari di Stato statali (Secretary of State);
- 173 altre cariche esecutive statali, tra cui tesorieri, revisori dei conti e responsabili di diversi settori amministrativi.
Dal 1969 almeno un ramo del Congresso appartiene di default all’opposizione, trasformando il governo nella ben nota “anatra zoppa”. Ciò significa che per il presidente, non avendo tutto il Congresso del proprio colore, governare diventa complesso. Chi controlla la Camera o il Senato controlla l’agenda, e soprattutto il bilancio: l’evoluzione dell’ultimo secolo ha fatto sì che questi poteri siano oggi delegati all’esecutivo o ad agenzie indipendenti. Quella che sembra una mera questione di finanze dello Stato incide nettamente anche sulla politica estera: la firma di ogni trattato richiede l’assenso del Senato con una maggioranza qualificata ma i presidenti, dal Secondo Dopoguerra in poi, hanno preso l’abitudine di ricorrere agli ordini esecutivi, che non richiedono l’approvazione del legislativo.
Le sfide alla Camera e Senato
Come stanno le cose in questa tornata elettorale? Il successo più probabile dei democratici è alla Camera. Il Partito repubblicano difende qui una maggioranza risicata (218 vs 214) e basta uno spostamento relativamente contenuto di seggi per ribaltare gli equilibri.
Le sfide più importanti si concentrano nei distretti competitivi, soprattutto nelle aree suburbane e negli Stati politicamente contesi, come Pennsylvania, New York, California e Iowa. Qui il risultato dipenderà in larga misura dagli elettori indipendenti e da quanti, pur avendo votato Trump nel 2024, non sono soddisfatti della situazione economica. Le ultime proiezioni del Cook Political Report, pubblicate il 30 ottobre, indicano un possibile guadagno netto democratico compreso tra 12 e 25 seggi.
Chi controllerà la Camera deciderà la sua agenda legislativa, guida le commissioni e può avviare indagini parlamentari. Una maggioranza democratica potrebbe quindi convocare funzionari dell’amministrazione, richiedere documenti e sottoporre le scelte della Casa Bianca a un controllo molto più aggressivo.
Al Senato i Repubblicani conducono 53 a 47. Qui l’aritmetica elettorale è meno favorevole ai Democratici. Per conquistare la maggioranza devono ottenere un guadagno netto di almeno quattro seggi, mantenendo quelli già controllati. Il problema è che diverse delle competizioni decisive si svolgono in Stati che nel 2024 hanno votato per Trump.
A rendere il quadro più interessante è il progressivo ampliamento della mappa competitiva. Stati considerati inizialmente relativamente sicuri per i Repubblicani sono diventati contendibili. Queste le principali battaglie da seguire:
- Maine – Susan Collins (GOP) contro Troy Jackson (DEM). Collins difende un seggio repubblicano in uno Stato che ha votato democratico alle presidenziali del 2024. È una delle opportunità più importanti per i Democratici, ma la senatrice uscente ha dimostrato più volte di saper conquistare voti trasversali.
- North Carolina – Michael Whatley (GOP) contro Roy Cooper (DEM). Seggio repubblicano rimasto vacante dopo il ritiro di Thom Tillis. Cooper, ex governatore democratico, parte favorito in uno Stato conquistato da Trump nel 2024. È una delle occasioni più concrete per sottrarre un seggio al GOP.
- Ohio – Jon Husted (GOP) contro Sherrod Brown (DEM). Brown, già senatore democratico sconfitto nel 2024, tenta di tornare a Washington sfidando Husted, nominato per sostituire JD Vance. La sfida si concentra soprattutto sull’economia industriale, sul lavoro e sul costo della vita.
- Alaska – Dan Sullivan (GOP) contro Mary Peltola (DEM). Peltola, ex deputata democratica, cerca di conquistare un seggio repubblicano in uno Stato tradizionalmente conservatore. Il sistema elettorale a preferenze ordinate (ranked-choice voting) rende particolarmente interessante lo scrutinio.
- Texas – Ken Paxton (GOP) contro James Talarico (DEM). Una delle sfide più simboliche: Paxton rappresenta il conservatorismo vicino al movimento MAGA, mentre Talarico propone una lettura progressista della fede cristiana. Una vittoria democratica interromperebbe un digiuno elettorale nelle competizioni statali texane che dura dal 1994.
- Iowa – Ashley Hinson (GOP) contro Josh Turek (DEM). I Democratici tentano di conquistare un seggio repubblicano aperto in uno Stato agricolo fortemente condizionato dagli effetti dei dazi, dai costi energetici e dalle difficoltà economiche del settore rurale.
- Kansas – Roger Marshall (GOP) contro Adam Hamilton (DEM). Una competizione sorprendentemente aperta in uno Stato storicamente repubblicano. Un successo democratico avrebbe un forte significato politico e potrebbe indicare un’ondata elettorale nazionale.
- Michigan – Mike Rogers (GOP) contro Abdul El-Sayed (DEM). Qui sono i Democratici a difendere un seggio lasciato libero dal senatore Gary Peters. Il Michigan è uno degli Stati decisivi della Rust Belt e un’eventuale vittoria repubblicana renderebbe più difficile la conquista democratica del Senato.
- Georgia – Mike Collins (GOP) contro Jon Ossoff (DEM). Ossoff difende un seggio democratico in uno Stato vinto da Trump nel 2024. Il senatore uscente appare favorito, ma la Georgia rimane uno degli Stati politicamente più competitivi del Paese.
- New Hampshire – John Sununu (GOP) contro Chris Pappas (DEM). Seggio democratico aperto dopo il ritiro di Jeanne Shaheen. Pappas parte avvantaggiato, ma i Repubblicani sperano di sfruttare la notorietà dell’ex senatore Sununu per ottenere una vittoria inattesa.
Se Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Ohio e Texas rappresentano alcune delle opportunità decisive per i Democratici, Michigan, Georgia e New Hampshire sono seggi che il partito deve difendere. Il North Carolina costituisce invece una delle occasioni più favorevoli per un cambio di maggioranza.
Come leggere la notte elettorale: 3 segnali da tenere d’occhio
Per capire la direzione del voto non sarà necessario attendere che tutti i risultati siano definitivi. Alcuni segnali potranno emergere già durante lo scrutinio.
- Il primo riguarda i distretti della Camera attualmente repubblicani ma considerati competitivi. Se i Democratici dovessero conquistarne diversi, soprattutto nelle periferie urbane, aumenterebbero le probabilità di un cambio di maggioranza.
- Il secondo è rappresentato dalle sfide senatorie in Maine e North Carolina, fondamentali per le ambizioni democratiche. Successivamente, particolare attenzione andrà riservata a Ohio, Iowa, Alaska e Texas. Una vittoria democratica in più Stati tradizionalmente repubblicani potrebbe segnalare un’ondata elettorale più ampia delle previsioni.
- Il terzo elemento sarà l’affluenza. I Democratici confidano nella mobilitazione dell’elettorato contrario a Trump, mentre i Repubblicani puntano anche sulla partecipazione dei propri sostenitori nel giorno stesso del voto. Sarà importante osservare il comportamento degli indipendenti, dei giovani e delle diverse comunità elettorali.